
’A PUTIGA ’I MASTRO MARIO SALCINA
Non ho mai creduto al destino. Spesso ne discuto con mia moglie, perché lei è di parere diverso. Però, pur non credendoci e non essedo assolutamente un superstizioso, dentro di me qualche dubbio affiora soprattutto quando mi ritrovo davanti a certe particolari coincidenze.

E così, qualche volta, faccio mia quella frase del saggio Eduardo: non è vero, ma ci credo. Uno dei motivi che mi ha spinto a scrivere questo racconto è proprio quello di avere riscontrato tanta affinità di dati tra mastro Mario Salcina e mio padre. Entrambi erano nati il 1924; entrambi arruolati di leva nella Marina Militare a Taranto nello stesso giorno, l’11 settembre 1945; entrambi congedati il 30 giugno 1947; entrambi morti nello stesso anno, 1979, nello stesso mese, aprile, e nella stessa settimana. Quella Santa. Mio padre, il 12, Giovedì Santo, mastro Mario il 15, Domenica di Pasqua. E allora, riflettendo su questi dati e sui miei ricordi ’i ra Purtella (slargo Garopoli), eccomi qui a parlare ’i ra putiga ’i mastro Mario Salcina, nota, appunto, come ’a putiga ’i ra Purtella. Già, la Portella. Un luogo, per me, di dolci e amari ricordi. Dolci, perché quello spazio, dove c’è la fontana di fine ’800, tra il palazzo dei baroni De Rosis e l’ingresso a forma di arco ’i ru vàgghji (piazzola), famoso perché in una di quelle case era nato il grande poeta Girolamo Garopoli, era il luogo dove con i miei compagni giocavamo a calcio. Amari, invece, perché sul muro ’i ra Purtella, oggi sostituito da una ringhiera in ferro, avevo creato un incavo da utilizzare come gradino per sporgermi e sbirciare all’interno di una casa sottostante l’eventuale presenza di un uomo elegante con i baffetti. Ma ritorniamo alla bottega della Portella, gestita da questo amico di mio padre. Mario Salcina, all’anagrafe anche Antonio, figlio di Andrea, classe 1890, e di Fortunata Immacolata Potestino, nasceva il 27 aprile del 1924 in via Ognissanti.

Da ragazzo, frequentava alcune botteghe di sarti. In primis, quella di suo padre che era uno dei tanti valenti sarti di Corigliano. Poi, quella di mastro Alfonso Spezzano. Ed altri ancora. Agli inizi degli anni ’50, dopo aver frequentato tante sartorie, ne apriva una sua, in via Municipio n. 53, a ra scalilla ’i ra Purtella (scalinata della Portella), quella che collega via Garopoli con la chiesa di Santa Maria di Ognissanti e con la vecchia sede del Municipio. Una semplice stanza, non grandissima, forse di venti o venticinque metri quadrati, senza servizi igienici, senza finestre, in un rione decentrato come la Portella, che non era una zona commerciale. Al suo interno, qualche sedia per i giovani apprendisti e un grande tavolo da taglio con forbici, l’immancabile fettuccia metrica, squadre, righe, ferro da stiro a vapore, gessetti e cartamodelli sui quali si tagliavano stoffe e fodere, tanti aghi, spilli e vari strumenti necessari per cucire. In un angolo, una macchina da cucire Singer di color nero, con la pedaliera in ghisa e decorata con disegni e fronzoli di color oro. Poi, un paio di busti di manichini, ricoperti da una leggera imbottitura morbida. E, sulle pareti, alcuni quadri di modelli sartoriali, riguardanti abiti, giacche, pantaloni, gonne, tailleur… Generalmente, le sartorie di Corigliano cucivano abbigliamenti solo per uomini. Per le donne, invece, c’erano le sarte che lavoravano in privato, cioè nelle proprie case. Invece, mastro Mario si rivolgeva a tutti, comprese le donne. Per queste ultime, in particolare, confezionava su misura giacche e cappotti. A proposito dei cappotti da donna, mastro Cosimo Aquino, allora un ragazzino che frequentava negli anni ’50 la bottega di via Municipio n. 53, mi raccontava un aneddoto molto singolare. Mastro Mario gli aveva affidato il compito di consegnare un cappotto ad Antonietta Sosto, conosciuta come Ninetta ’i Baruni, perché moglie di Giorgio Barone, presso la bottega di generi alimentari in via Municipio n. 42, appena più sopra della sartoria. Quel giorno era piovuto e i gradini erano bagnati. Il povero Cuosimielli (Cosimo), inciampando o scivolando, cadeva, trascinandosi appresso il malcapitato cappotto della Ninetta, che dalla sua bottega assisteva alla rovinosa caduta. Ancora oggi, Cosimo ricorda il disappunto di Ninetta e i rimproveri di mastro Mario, che ha dovuto poi sostituire le fodere interne, perché irrecuperabili. Erano episodi che facilmente potevano capitare in quanto le botteghe artigianali erano frequentate da molti ragazzini e da giovani apprendisti. Infatti, anche in questa di mastro Mario ce n’erano tanti. Tra questi, oltre al già citato Cosimo, ricordo Francesco, noto come Ciccilli, fratello del mio amico Pierino Guidi e di un certo Turuzzi (Salvatore). Ometto il cognome di quest’ultimo, perché sarà protagonista di un’avventura singolare per quei tempi. Turuzzi – così mi raccontava Cosimo – nella seconda metà degli anni ’50 veniva incaricato da mastro Mario di comprare della fodera da Mimmo ’u magghjeri (Mimmo Campolo). Per tale motivo, gli consegnava una somma pari a venti mila lire. Una cospicua somma per quei tempi. Il fantasioso Turuzzi, utilizzando i soldi della fodera e qualche suo piccolo risparmio, anziché dirigersi verso ’a putiga ’i ru Magghjeri partiva per la città di San Remo, perché in quel periodo c’era il Festival della Canzone Italiana, creando grandi preoccupazioni ai suoi familiari e, perché no, anche a mastro Mario, che gli aveva consegnato una bella somma. Potete immaginare i rimproveri e le severe punizioni che saranno date all’audace Turuzzi, al ritorno dalle sue… vacanze. Storie incredibili, ma vere. Tra i numerosi clienti di mastro Mario ce n’era uno molto importante: la baronessa Elvira De Rosis dei baroni Zurlo. Una nobildonna, che visse fino al 19 giugno del 1957 nel culto della famiglia, conducendo una vita modesta, umile ed esemplare. Sempre vicina ai più bisognosi. Quando si doveva portare alla baronessa qualche vestito, preparato dal bravo mastro Mario, tutti i ragazzi della bottega facevano a gara per la consegna, perché donna Elvira era molto generosa. Regalava, di solito, al ragazzo che le consegnava il vestito una bella banconota da 500 lire. Se pensate che la paghetta settimanale, che mastro Mario dava ai suoi ragazzi, la famosa muzzetta, era di appena 25 lire, capite bene il motivo di questa gara tra i ragazzi per andare dalla baronessa. Molto bravo per le riparazioni di qualsiasi vestito, mastro Mario era anche specializzato nei rammendi per capi importanti. Con alcune sue tecniche particolari riusciva ad allargare, stringere, accorciare, in maniera perfetta, soprattutto gli abiti, al punto che sembravano di non aver subito alcun ritocco.

1958 – Giovanni e Gerardo Scorzafave, davanti alla botte- ga di mastro Mario
Da ragazzino, accompagnato da mio padre, come si vede nella foto, sono stato più volte a visitare la bottega ’i ra Purtella. Mio padre, spesso, si fermava dal suo amico Mario, non tanto per farsi cucire qualche abito, perché già cliente di mastro Edoardo Polino, che aveva la sartoria in via Roma n. 118, ma solo per un semplice saluto o per un breve scambio di ricordi di qualche avventura durante la loro permanenza a Taranto. Mastro Mario, con la sua bottega, resterà a ra Purtella fino alla metà degli anni ’60. Poi si trasferirà in via Luigi Cadorna n. 3, ’i supra l’Archi (Ponte Canale) in un locale facente parte del famoso e panoramico Palazzo Longo, ove attualmente vive ancora la famiglia di mia zia Maria Scorzafave, vedova di Francesco (Ciccilli) Longo. I locali, questa volta, più spaziosi rispetto a quelli ’i ra Purtella, con l’ingresso accanto alla vecchia sede del P.S.I. – Partito Socialista Italiano – e con una seconda porta, utilizzata come vetrina, in via Luigi Cadorna n. 4, consentivano a mastro Mario di lavorare in condizioni migliori rispetto al passato. Anche di questa bottega ho dei vivi ricordi, perché da adolescente frequentavo la saletta ’i ri bigghjardi (biliardi) in via Cadorna n. 5, a fianco la bottega di mastro Mario. I miei amici e io, spesso nel pomeriggio inoltrato e qualche volta per l’intera serata, stavamo seduti sul gradino della seconda porta, quella col numero civico 4, a discutere del più e del meno. Ma quasi sempre più del meno. Era, in realtà, un luogo d’incontro e quel gradino per noi rappresentava un divanetto a tre o quattro posti. Mastro Mario, che evidentemente amava la tranquillità e il silenzio, non gradiva questo nostro conversare e così qualche volta ci faceva trovare il ”divanetto” bagnato per non farci sedere. Solo un maldestro tentativo del mastro che non ci metteva in difficoltà. Anzi, se capitava di trovare il gradino bagnato in pochi minuti riuscivamo ad asciugarlo e iniziare con più animosità le nostre chiacchierate. E così la storia del gradino bagnato non aveva lunga vita. In questa nuova bottega, mastro Mario continuerà con la sua pazienza di sempre a fare il sarto. Le commesse non erano più quelle numerose di un tempo. L’avvento delle fabbriche tessili e gli abiti confezionati messi sul mercato dai grandi magazzini avevano messo in crisi le botteghe artigianali dei sarti. Neanche i tanti ragazzi che frequentavano la sua bottega c’erano più. Chi si era trasferito in altre città d’Italia, chi in Germania e chi, invece, aveva cambiato mestiere. Mastro Mario, solitario, spesso ripiegato su se stesso, seduto su una seggiola con l’ago e il filo e con micrometrica precisione cuciva a mano le asole dei bottoni, rimuoveva i punti di imbastitura per poi passare alla cucitura finale e poi la consegna, non più a domicilio, ma presso la sua bottega, perché non c’erano più i vari Cuosimielli e Turuzzi. Tutto era cambiato. Quel mondo dell’artigianato che aveva visto tanti ragazzi crescere stava scomparendo per sempre, portandosi via ricordi e quel modo semplice di vivere. Nel 1970, partii per l’Università, e di mastro Mario naturalmente nessuna traccia. Lo ritrovai, nella seconda metà degli anni ’70, all’Ariella, attualmente Via Aldo Moro. Mastro Mario si era trasferito proprio nel fabbricato dove abitava la mia famiglia, sempre intento a lavorare con aghi e fili. Poi il 1979. Una funesta data per la sua e la mia famiglia. Quei due uomini, coetanei, che avevano insieme contribuito alla bonifica nel mar Ionio di bombe e di mine lanciate durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale e che avevano dedicato la loro breve permanenza terrena alla famiglia e al lavoro, ancora una volta, e ancora insieme, partivano per l’ultimo Viaggio.