
RUVA LAVANNÀRI
(Due lavandaie: Genoveffa Veronese e Liberata Adimari)
Nei primissimi anni ’50 del secolo scorso, davanti al portone d’ingresso del palazzo dell’allora sindaco avvocato don Peppino Caracciolo, in via Carso, n. 4, c’era ’na timpa (un burrone), che scendeva, quasi a picco, per circa duecento metri fino al torrente Coriglianeto. Era un precipizio molto pericoloso, malgrado alcuni ragazzini incoscienti facessero a gara nello svolgere un gioco molto rischioso: ’a vummulilla (la bottiglietta).
Non si trattava di alcun gioco di gruppo, come quello i cui partecipanti si sedevano sul pavimento attorno ad una bottiglia, che facevano girare attorno a loro. Magari! Si trattava di un vero e proprio gioco d’azzardo, perché questi monelli si srotolavano lungo il dirupo come se fossero delle bottiglie in caduta libera, nella speranza di terminare la loro corsa contro un cespuglio.
Per fortuna i cespugli, che crescevano lungo questo burrone, erano numerosi, per cui si evitavano quasi sempre brutte tragedie.
Lavandaie a lavoro nel torrente Coriglianeto
Nel 1958, l’avvocato Caracciolo (1), come già detto sindaco della città, faceva sistemare questa parte a ridosso del suo palazzo, erigendo un muro con grosse pietre di fiume e malta cementizia da creare, così, anche un piccolo slargo davanti alla sua casa, che noi ragazzini battezzavamo subito col nome ’A Piazzetta.
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[1] Giuseppe Caracciolo, avvocato, noto ai più come don Peppino Caracciolo, è stato sindaco di Corigliano dal 3 luglio del 1956 al 10 gennaio del 1961. Aveva ricoperto molti ruoli importanti durante il Ventennio Fascista, in particolare anche quello di sindaco nel periodo tra il 31 maggio del 1922 e il 16 dicembre del 1926 (Fonte: www.coriglianocal.it)
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Anche la stradina sottostante, di conseguenza, usufruiva di un particolare miglioramento, per cui il percorso per raggiungere il torrente Coriglianeto diventava più agevole e meno pericoloso.
Delle persone che vedevo scendere lungo quest’ultimo viottolo, oltre a quelle che dovevano raggiungere le proprie case, facevano parte anche alcune donne ccu ’na truscia chjini ’i nzoni supra ’a chepa (con un fagotto pieno di panni sopra la testa) (2).
La maggior parte di queste donne provenivano dai vicini rioni ’i ru Municipio e ddu Castilluzzi (rione del Municipio o del Castelluccio).
Erano donne umili, semplici, generose, dotate di grande dignità e di una particolare forza per affrontare le avversità della vita.
In estate, le vedevo sempre scalze con due zoccoli in una mano, forse per non consumarli, mentre con l’altra reggevano il fagotto sistemato in perfetto equilibrio sulla testa, protetta da una rudimentale ciambella di stoffa (3).
Ancora oggi, a distanza di tanto tempo, più di mezzo secolo, mi chiedo come facessero a tenere quel voluminoso e pesante fardello sulla testa per quel lungo percorso accidentato e tortuoso, nonché pericoloso! Non escludo che nelle loro vene allora scorresse del buon sangue di qualche loro bravo antenato equilibrista circense.
Purtroppo, quasi tutti i nomi di queste donne sono spariti dalla mia agenda virtuale delle emozioni vissute, non, però, i loro volti, segnati dalla fatica e dalla sofferenza. Questi ultimi restano ancora impressi nella mia mente, come epigrafi sul marmo, perché, come nessun’altra fibra educativa, sono stati i primi insegnamenti che ho ricevuto dalla vita, quelli segnati dal dolore della solitudine di donne sfortunate, incappate nelle maglie della povertà e della miseria, a volte purtroppo anche dell’emarginazione.
Se non ricordo tutti i loro nomi, però, due di essi, per la grande tenerezza e la commozione che suscitavano in me, restano ancora incisi sulla corteccia dell’albero della mia memoria: Genoveffa e Liberata.
La prima, Genoveffa, era alta, magra come un grissino, con delle scarse pienezze e armoniose rotondità.
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[2] Era un cesto di canne, detto in dialetto “sporta”
[3] Questa ciambella di stoffa dura, detta cercine, era nota nel nostro dialetto col nome di stifagni
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Aveva un viso stanco e triste, caratterizzato da una fronte increspata da profonde rughe, che sembravano dei solchi battuti dalle vicissitudini della vita, due mani grandi e nodose come due piccoli rami d’ulivo, una schiena curva e un collo lungo come quello di una bottiglia.
Era invecchiata prima del tempo, non solo per l’inaspettata e severa comparsa di numerosi filamenti argentati tra la sua folta chioma, ma perché aveva iniziato a fare questo particolare lavoro sin da quando era adolescente, dall’inizio del terzo decennio del Novecento.
Sembrava una lontana parente di quella donna di manzoniana memoria “il cui aspetto annunciava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa”.
La seconda, invece, Liberata, di statura media, per niente magra, con un volto pieno e rotondo come una mela, particolarmente gioviale dispensava sorrisi e parole di cordialità a chiunque incontrasse al punto da sembrare la donzella di leopardiana memoria, con la sola differenza che al posto del fascio d’erba aveva un bel fagotto zeppo di biancheria e di panni sulla testa.
Era un vero personaggio sopra le righe, con la voglia e il piacere di stare sempre in buona compagnia per vivere momenti di convivialità.
Queste due donne, però, in particolare, chi erano?
Eccole descritte, come echi, che ancora mi accarezzano l’animo, nel mio diario dei giorni andati.
GENOVEFFA
Genoveffa (4), il cui cognome era Veronese, appena diciannovenne, l’8 settembre del 1928, sposava Salvatore Marinaro (5), noto ingiustamente, per colpa di uomini denigratori e senza scrupoli, come Sarbaturi ’u Lupimanneri (Salvatore il lupo mannaro).
Era molto innamorata del marito, che probabilmente era stato il primo ed unico uomo a corteggiarla, regalandole, a volte, scampoli di momenti intensi nell’intimità della loro vita, facendola sentire una vera donna.
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[4] Genoveffa Veronese, all’anagrafe anche Assunta, figlia di Giorgio e di Antonietta Cropanise, era nata a Corigliano, in via Capalbo, il 20 agosto del 1909; cessava di vivere il 2 dicembre del 1975
[5] Salvatore Marinaro, figlio di Vincenzo e di Russo Maria Giuseppa, era nato il 24 dicembre 1899
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Gli voleva molto bene, nonostante alcune volte facesse una vita spesso a sé, nel senso che rientrava a casa saltuariamente (6), perché, soprattutto d’estate, preferiva vivere, in assoluta tranquillità, sotto l’immenso cielo costellato da una miriade di stelle e da una luna piena nelle immediate vicinanze delle dolci e trasparenti acque del torrente Coriglianeto.
La loro unione, nonostante svolgessero singolari lavori (7), non subirà nel tempo alcuna crisi per i loro caratteri tranquilli, pur diversi, ma per niente conflittuali. Le parole che si scambiavano durante la loro permanenza a casa erano talmente sminuite e rare, che a volte sembravano che venissero prima passate al setaccio per poi essere pesate col bilancino del farmacista.
In particolare, era Salvatore, che, forse stanco per il duro lavoro nel trasportare sulle sue povere spalle carichi pesanti ed ingombranti, si esprimeva quasi sempre più con la gestualità del corpo che con le parole.
Il suo linguaggio qualche volta si limitava a pochi suoni pronunciati con varie intonazioni della voce, a seconda dell’intenzione che voleva dare ad una sua richiesta: Ehi! Oh! Ah! Pst!
Queste due o tre lettere non erano delle semplici interiezioni di una parte di un discorso, bensì, a seconda del tono, esprimevano una precisa, chiara e completa istanza di Salvatore nei confronti della moglie. E Genoveffa, la cui sintonia col marito aveva raggiunto livelli di perfezione, capiva bene cosa il suo sposo volesse in quel momento. In effetti, oltre ad essere una brava lavandaia, la Veronese era dotata di una grande pazienza e saggezza; come si suol dire era una vera “santa donna”, tutta casa e lavoro.
Infatti, quando Salvatore ritornava a casa, dopo aver alzato il gomito più del solito’a ra cantina ’i massa Grigorio ’u Cupielli (alla cantina di Gregorio Caldeo) (8), conosceva i metodi per accoglierlo nei modi migliori, tra cui quello di un semplice e prolungato silenzio nei suoi confronti, facendo finta di niente. Era un ulteriore senso di rispetto verso l’uomo che amava a prescindere da alcune circostanze di ordine sostanziale, senza se e senza ma.
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[6] La casa si trovava sotto i Gradoni Sant’Antonio
[7] Salvatore faceva “il facchino”
[8] Frequentava molto la cantina ‘i massa Grigorio ’u Cupielli, in corso Garibaldi, n. 9, perché il Caldeo gli affidava spesso delle piccole commissioni da svolgere, per le quali veniva, quasi sempre, retribuito in natura, cioè con un bel bicchierone di vino
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Sembra strano, ma questa donna considerata dai più come una donna poco intelligente, se non addirittura stupida, costretta a fare un mestiere che si adeguava alle sue scarse capacità di apprendimento, era, invece, una donna sensibile, generosa e profonda, dotata di una grande e rara virtù: saper guardare gli altri con gli occhi del cuore.
Alcune volte vedevo Genoveffa attraversare la piazza più importante di Corigliano, l’Acquanova, con un grosso e voluminoso fardello pieno di panni sopra il capo. Si avviava con passo lento, ma deciso, con la testa rivolta sempre verso il basso, non solo per reggere bene quel carico pesante, ma per evitare di incrociare sguardi indiscreti e risatine ironiche accompagnate da commenti a “mezza bocca”, verso la contrada di Cerrija (via Piave), proseguendo poi a valle, per raggiungere le amiche e tranquille acque del torrente Coriglianeto.
Dopo il lungo e tortuoso tragitto, depositato il malloppo su una delle due rive del torrente, si avvicinava davanti ad una grossa pietra, un vero macigno levigato dal tempo e dalle sofferenze femminili, su cui, inginocchiata e a piedi nudi nell’acqua, sbatteva, strofinava e torceva ripetutamente con forza i panni sporchi delle signore cosiddette “perbene”, quelle che si potevano permettere allora la “lavatrice umana”.
Dopo una prima lavatura, ne effettuava una seconda, utilizzando la famosa liscìva (9), per rendere i panni ancora più puliti e profumati. Infine, li risciacquava più volte ccu petri ’i sapuni (con sapone a pietra) (10).
Solo dopo un perfetto e curato lavaggio, li stendeva sull’erba pulita e soleggiata, aspettando che il sorridente e benevolo sole facesse la sua parte.
Così, i panni acquistavano un particolare profumo di freschezza e pulito, che persisterà per giorni e che nessuno degli odierni e più costosi detersivi avrebbe potuto mai dare.
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[9] La liscìvia, nel nostro dialetto lissìja, era un antico e ottimo detersivo per bucato dal costo molto contenuto. Veniva prodotta setacciando della cenere (da legna consumata), per eliminare parti incombuste. Messa, poi, in un pentolone di rame, la cosiddetta vastarda, veniva mescolata con dell’acqua, portandola ad ebollizione, mescolando frequentemente. Dopo circa due ore dalla bollizione la si lasciava decantare e raffreddare, versandola, infine, su alcuni stracci che coprivano la biancheria oggetto di lavaggio
[10] Il sapone solido (sapone a pietra) le veniva dato dalle famiglie (clienti), in base alla quantità dei capi da lavare
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In attesa di quest’ultima operazione, Genoveffa, stanca e bisognosa di tirarsi su con un breve riposo, consumava, intanto, il suo modesto pranzo: due semplici fette di pane casereccio, dure come le pietre del torrente, ma rese morbide dalla benedizione di quattro gocce d’olio di olive, con un pomodoro e, quando era più fortunata, anche una fogliolina di lattuga.
Poi, nel pomeriggio, quando tutto era pronto, col fardello sulla testa, a passo lento, risaliva verso la città, consegnando alle sue clienti il bucato profumato, eseguito ad arte con le sue grandi e nodose mani.
Non di rado, però, prima di ricevere il dovuto e modesto compenso, che non superava mai la cifra delle mille lire (11), alcune di quelle signore, ripeto “perbene”, quelle senza cuore e forse senz’anima, le chiedevano ancora un paio di ore di lavoro straordinario senza alcun tipo di compenso: andare a riempire alle vicine, ma a volte anche lontane, fontane qualche vummula (recipiente) di acqua fresca.
Così, la povera e pia Genoveffa, abituata a dire sempre di “sì”, dopo il lungo e duro lavoro nel rimuovere lo sporco incrostato dei panni di queste intransigenti clienti, buttandolo nelle limpide acque del generoso torrente, era “costretta” prima di raggiungere casa a questo ulteriore martirio.
Purtroppo, di Genoveffa non ho foto per poterle pubblicare, affinché le nuove generazioni possano leggere ancora meglio nel suo volto magro, nelle sue rughe profonde come le crepe nelle rocce e (se ricordo bene) nei suoi occhi azzurri come l’acqua del mare, le sue grandi sofferenze, quelle di una donna che con il lavoro ha condotto, pur nella miseria, ma non nella povertà spirituale e morale, una vita dignitosa e onesta.
Questa di Genoveffa e quella del marito sono storie tristi e dolorose, ma nello stesso tempo di estrema integrità morale e di profondo rispetto verso il Prossimo, in quanto entrambi hanno vissuto nella piena libertà di ascoltare solo le voci delle loro coscienze, senza mai piegarsi a nessuno, se non a quei panni per renderli profumati e freschi e a quei pesanti sacchi di iuta pieni di pasta o di farina per allietare le tavole dei Coriglianesi.
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[11] Ricordo che con mille lire, l’antica banconota “Italia ornata di perle”, negli anni ’50 del secolo scorso si potevano comprare circa sei o sette pani da un chilo o mezzo chilo di carne. In sintesi erano circa dieci euro di oggi, o poco più.
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LIBERATA
Liberata (12), il cui cognome era Adimari, aveva sposato Giovanni Tutera, un contadino, che trascorreva più tempo al numero civico 159 di via Roma, la cantina di mio zio Antonio Scorzafave, che a dedicarsi alla cura della terra nella vasta e vicina pianura di Corigliano.

4-5-1989 – Liberata Adimari
Infatti, seduto su uno dei numerosi scanni in legno massello della cantina, con un perenne tozzo di sigaro toscano in bocca, che di volta in volta riaccendeva, era quasi sempre davanti ad un bicchiere di vino, che in tutta tranquillità svuotava per dare spazio a quello successivo. Forse per questo motivo veniva definito dalla moglie ’u nerraméta, che tradotto nella nostra lingua madre voleva dire: persona particolarmente vagabonda dalla vita raminga.
Liberata, la decana delle lavandaie di Corigliano, ha trascorso una vita intera a strofinare sulle pietre levigate dall’acqua del torrente Coriglianeto panni ed indumenti per portare a casa un pezzo di pane, a volte anche due, perché per il suo particolare carattere e per le sue ottime doti nel lavare alla perfezione la biancheria aveva una numerosa clientela.
Spiritosa, sorridente, sempre allegra e spensierata, spesso la vedevo scendere lungo quel viottolo della Piazzetta di via Carso per raggiungere a
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[12] Liberata Adimari, all’anagrafe anche Schiavonia, figlia di Salvatore e di Dolorosa Malagrinò, era nata a Corigliano Calabro, in corso Garibaldi (a ra Ricella), il 5 febbraio del 1916; aveva sposato Giovanni Tutera. Cessava di vivere, nella sua casa, al numero civico 46 di vico 2° Piave (a Cirrija), il 12 agosto del 2001
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valle il torrente della nostra città con un grosso e voluminoso involucro sulla testa (na truscia) piena di panni. Mi dava l’idea di una vera giovincella alla ricerca di vecchi amori perduti e mai dimenticati.
Raggiunto il torrente, iniziava, accanto alle sue colleghe, esperte lavandaie, il suo quotidiano lavoro per far ritornare ancora più candidi e puliti quei panni sporchi, che con grande fatica aveva portato fino a valle.
Dopo aver fatto un breve giro per salutare con entusiasmo e simpatia tutte le altre lavandaie già a lavoro, apriva quella sua grande truscia per prendere i panni ed iniziare il rito lavorativo quotidiano.
Con le mani in contatto sempre con l’acqua e il corpo proteso in avanti verso di essa, li insaponava, li sciacquava, li strizzava, restando sempre in ginocchio sotto il cocente sole estivo o il gelido freddo invernale.
Poi, dopo ore e ore di lavoro, finalmente arrivava il momento per una breve pausa pranzo, che altro non era che una semplice e modesta merenda, preparata da lei a casa la sera precedente.
A sinistra la lavandaia Liberata Adimari
Terminato questo momento dedicato al suo pranzo “abbondante e succulento”, ne iniziava un altro molto più divertente e particolarmente rilassante, battezzato dalle sue colleghe così: lo “sciò” dell’Adimari.
Non si trattava di un vero spettacolo teatrale, ma solo di una divertente esibizione di narrazioni e canti per dare senso e leggerezza a quelle giornate di lavoro dove il tempo sembrava che si fosse fermato, nonché per regalare un semplice sorriso a quei volti tristi e malinconici delle sue amiche.
Con una singolare voce canterina, iniziava a stornellare canzoni popolari calabresi: Calabrisella mia, ’a Zitella, ‘u Pecuràri ed altre ancora. Otteneva il massimo picco di ascolto tra le lavandaie quando cantava uno stornello dedicato al suo “nerraméta”, augurandogli di finire i suoi ultimi giorni nella cantina più famosa di Cosenza, quella di Colle Triglio (13).
A questo punto l’immancabile applauso fragoroso di tutte le curiose spettatrici poneva fine alla sua esibizione “artistica”.
Dopo gli ultimi adempimenti nel sistemare, con un particolare ordine (14), i panni puliti ’ntra truscia, Liberata risaliva la ripida via ’i Cirrija (via Piave) per consegnare il frutto delle sue fatiche alle famiglie, le quali, oltre al compenso in denaro, davano anche, su “consiglio” della stessa Adimari, qualcosa da portare a casa: un paio di pacchi di pasta o un pacco di zucchero o mezzo caciocavallo o altre modeste derrate alimentari.
Liberata, per il suo carattere gentile e servizievole, ma anche per il suo lavoro che eseguiva a regola d’arte da raggiungere a volte la perfezione, aveva molti clienti, al punto che spesso le toccava di scendere quel viottolo vicino casa mia anche di domenica.
Nonostante questo giorno fosse dedicato al riposo settimanale, lo spirito della decana delle lavandaie di Corigliano era sempre improntato all’allegria, al punto che raggiungeva il torrente Coriglianeto recitando stornelli calabresi e salutando chiunque incontrasse per la strada, proprio come se andasse ad un avvenimento festoso e gioioso, nella speranza di incontrare, nonostante il suo orologio biologico fosse avanti di molti anni, finalmente il suo vero principe azzurro.
L’Adimari lavorerà con costanza e dedizione per moltissimi anni, credo fino agli anni ’80. Dopo, si dedicherà ad un nipotino di salute cagionevole – così almeno diceva – continuando ad andare casa per casa, non più per ritirare panni sporchi, bensì a chiedere un aiuto in denaro per il suo piccolo
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[13] Era il luogo dove era ubicato l’antico carcere di Cosenza
[14] Di solito i panni, per ogni famiglia, venivano contrassegnati da alcuni nastrini colorati
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familiare. Qualche volta veniva anche a casa mia per chiedere qualcosa per questo suo nipotino. Era sempre mia moglie, nonostante le sue velate richieste in denaro, a darle, però, qualche prodotto di generi alimentari.
Lei, non molto soddisfatta (perché preferiva denari), andava via lasciando un cordiale e rispettoso saluto.
Non ritornerà più a casa mia, perché preferiva fare visita ad altre famiglie, quelle che le facevano donazioni in moneta sonante.
4-5-1989 – Al centro, Liberata mentre balla (Foto – Il Serratore)
La si vedeva spesso per le strade della città camminare con passo spedito, pur leggermente dondolando sui fianchi a causa di una forte artrite reumatoide (15) agli arti. Era il suo modo di vivere: stare sempre a contatto con le persone per scambiare quattro, a volte anche cinque, chiacchiere, che le
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[15] La malattia era dovuta alla permanenza continua, nel periodo invernale, dei piedi e delle mani nelle acque gelide del torrente Coriglianeto, nonché al fatto di stare per molte ore del giorno in ginocchio per il lavaggio dei panni
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davano una grande vitalità. Così, come si vede nella foto della pagina precedente, partecipava anche alle varie manifestazioni, che si tenevano al nostro centro storico, non disdegnandosi ad improvvisare singolari canti e coinvolgenti tarantelle in compagnia con altre persone.
Era uno spirito libero, che difficilmente si sottometteva a schemi precostituiti, una vera “forza della natura”, ma forse anche una persona che non smetteva mai di cercare se stessa negli altri.
Negli ultimi anni della sua vita, Liberata frequenterà, forse per avvicinarsi al Signore, tutte le chiese di Corigliano, senza mai perdersi un “settenario”, mentre per avvicinarsi agli uomini frequenterà soprattutto le case dove c’era stato qualche lutto, per ricevere sempre qualche cosa, che andasse oltre al semplice e tradizionale “pane dei morti”, dando sempre di più valore a quel famoso detto: il lupo perde il pelo, ma non il vizio.
Dopo una vita spesa a rendere ancora di più levigate e pulite le grosse pietre del torrente Coriglianeto, l’Adimari dedicava i suoi restanti anni alla ricerca spirituale del Signore, partecipando ai numerosi pellegrinaggi organizzati dalle varie congregazioni religiose; in particolare al pellegrinaggio della madonna di Lourdes, a quello della madonna di Fatima e a quello della madonna di Medjugorie.
Così, si concludeva la vita di una donna, coraggiosa e orgogliosa, che nonostante fosse stata predestinata a lavori umili, faticosi, pesanti, sempre a contatto con l’acqua anche nei giorni rigidi d’inverno, per “servire” persone non sempre indulgenti e poco benevole, aveva sempre dimostrato di amare la vita a prescindere dal suo stato sociale e dalle vicissitudini umane, senza mai smettere di cercare la felicità.
Forse proprio per questo, quando il lavoro si faceva duro, lei inventava con la sua voce canterina quel famoso “sciò” per regalare un sorriso a quei numerosi volti tristi e malinconici delle altre lavandaie, scaldando i loro cuori e innescando in loro una catena di gioia e di condivisione.
(Tratto dal Volume de ”i miei personaggi” di Giovanni Scorzafave)