
FOFONZI ’U NAPULITENI (Alfonso Capaldo)
Correva l’anno 1961 quando ogni mattina, durante il periodo scolastico, dal civico 6 di via Carso, mi dirigevo verso la periferia nord-est della mia città, per raggiungere l’antico e prestigioso “Istituto Garopoli” (1).
Prima, però, di varcare quel vetusto portone in legno massello della scuola, custode del sapere e della conoscenza, quando il tempo era clemente e sembrava che viaggiasse più lentamente rispetto al solito, pur sapendo di ricevere duri rimproveri da parte del preside, V.G., uomo di grande cultura, ma anche un autentico guardiano agguerrito dal cuore duro e dal dito sempre puntato (2), mi soffermavo per un paio di minuti, a volte anche meno, all’inizio di via Vittorio Emanuele, davanti ad una baracca.

4-6-1989 – Da sinistra: Francesco Iannini con la mazza e Alfonso Capaldo col grembiule (Foto –Il Serratore)
Era, quasi, una sosta obbligata, in quanto venivo attratto da un canto melodico, gradevole da ascoltare, e da uno strano suono armonioso, che all’unisono echeggiavano nell’aria. Gli autori di questa straordinaria scena teatrale erano due personaggi: ’a zirra e ’u napuliteni.
Oggi questa baracca non c’è più. È stata demolita già da tanti anni. E non ci sono più neanche i due personaggi: mastro Fofonzi ’u napuliteni, all’anagrafe Alfonso Capaldo (3), e zu Francischi ’a zirra, Francesco Iannini.
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[1] Nel 1961, frequentavo la prima classe della scuola media
[2] Non di rado, il suo “metodo educativo” era anche quello di utilizzare le sue mani, che erano grandi come due badili
[3] In alcuni libri, erroneamente, il cognome è riportato come “Capalbo”, invece di “Capaldo”
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Ci sono, invece, ancora indelebili e impresse nella mia memoria, come dei fotogrammi di una pellicola cinematografica, le immagini di questi due singolari artigiani, che svolgevano l’antico mestiere ’i ri furggiéri (dei maniscalchi), alternando spesso ai vari e monotoni momenti lavorativi lunghe pause “artistiche” in un “gioco” di reciproci e simpatici sfottò.
Il primo si esibiva cantando con voce stentorea famose canzoni napoletane, mentre il secondo produceva suoni (rumori) a colpi di martello su qualche spezzone di ringhiera in ferro, posto sull’incudine.
1950 – la freccia indica la baracca dove il Capaldo svolgeva la sua attività artigianale
Il tutto qualche volta aveva un singolare epilogo, caratterizzato dalle emissioni di suoni naturali dei due personaggi dagli odori piuttosto sgradevoli, quasi una sfida a chi ne emetteva di più e più forti.
Alfonso Capaldo non era nato a Corigliano. Nelle sue vene scorreva sangue campano (4), anche se in realtà, avendo vissuto nella nostra città per oltre mezzo secolo, poteva essere annoverato tra i più autentici Coriglianesi, forse ancora di più rispetto ad alcuni nati a Corigliano.
Era il 1944. L’Italia purtroppo era ancora in guerra. In questo anno la gente viveva in un particolare contesto, in cui miseria e povertà camminavano appoggiate una sull’altra, creando tensioni sociali e disperazioni all’interno delle famiglie, che spesso non sapevano come dare
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[4] Alfonso Capaldo, figlio di Ciriaco e di Filomena Ferrari, era nato il 9 gennaio del 1925 a Nocera Inferiore (provincia di Salerno); aveva sposato Vicidomini Gioconda. Cessava di vivere, nella sua casa al numero civico 12 di vico 1° Francesco Compagna, l’11 maggio del 1996
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da mangiare ai propri figlioletti. In questo clima di grande crisi e di sfiducia, la mancanza di lavoro era un secondo nemico da combattere (oltre ai tedeschi), per cui le persone si inventavano qualsiasi lavoro, anche quelli meno legali, pur di portare a casa con dignità e con un senso di responsabilità un pezzo di pane.
Così, la piazza più importante di Corigliano, l’Acquanova, brulicava di persone, che con una cassetta a tracolla piena di sigarette di contrabbando, accendini e altri mille modesti oggettini, provenienti spesso dalle città campane, si davano da fare per sbarcare il lunario.
Il più noto di questi personaggi era un certo Pichjonzi (5), che circolava liberamente per le strade principali della città, mettendosi addirittura, forse come sfida, proprio davanti ai tabacchini (Rivendite di sale e tabacchi).
In questo particolare anno capitava spesso a Corigliano un giovane, appena diciannovenne, di bell’aspetto, aggraziato e gioviale, di una simpatia unica e coinvolgente, il cui nome era Alfonso Capaldo.
A sinistra Espedito Pettinato, a destra Alfonso Capaldo con le rispettive mogli (Foto – E. Pettinato)
Erano appena scese le prime timide ombre della sera, quando questi, arrivato a Corigliano, si fermava un attimo nei pressi del Ponte Margherita perché affascinato da una moltitudine di lucine accese, che come lucciole si arrampicavano lungo i fili d’erba della nostra collina, dandogli la sensazione di essere di fronte ad uno dei presepi (giganti) artigianali partenopei.
Attratto da questa ampia e diffusa costellazione di “asterischi luminosi”, restava particolarmente basito soprattutto nell’ammirare sul crinale
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[5] Fonte: Le Botteghe di una volta di Giovanni Scorzafave, Volume 1° p. 159
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montuoso l’insieme delle casette arroccate l’una all’altra, come “sentinelle”, attorno al castello medievale, quasi come se dovessero difenderlo dagli attacchi dei nuovi barbari. Si trattava di un vero spettacolo della natura e dei segni dell’uomo, che aprivano il suo cuore, al punto di fargli immaginare che in quel gomitolo di case disposte l’una sull’altra a forma di un cono tondeggiante, ben presto avrebbe trovato la sua dimora, dove poter condividere con una gentile e bella donna il resto della sua vita.
E così sarà.
Infatti, durante uno dei suoi fugaci soggiorni nella nostra città, conoscerà una giovane donna ammodo, proprio come quella del sommo poeta, che qualche volta da ragazzo sognava: “ch’ogne lingua deven tremando muta, e li occhi no l’ardiscon di guardare”.
Il nome non era Beatrice. Era Anna de Angelis, una straordinaria “donna di casa”, che si dedicherà con grande amore alla famiglia e che, per motivi di salute, non gli resterà accanto purtroppo per moltissimi anni.
Così, Alfonso, mettendo in gioco le sue esperienze adolescenziali, iniziava il suo percorso lavorativo, quello di fabbro ferraio e di maniscalco, continuando, altresì, a coltivare una particolare passione: la musica.
Era un ottimo maniscalco, molto bravo nel forgiare su misura i ferri agli equini da soma e da sella, adattandoli con una tale destrezza da evitare a questi poveri animali, costretti quasi sempre ad affrontare grandi fatiche, ogni tipo di disagio sui terreni difficili e impervi.
Era anche un bravo fabbro ferraio, che, a colpi di mazze e martelli e con la forza delle sue braccia, modellava sull’incudine pezzi di ferro incandescenti in zappe per preparare il terreno alla semina, in falci per recidere il frumento, in forconi per raccogliere la paglia essiccata, in accette per tagliare la legna, in mannaie e molti altri arnesi utili al lavoro dell’uomo.
Faceva di tutto in quella bottega (capanna) nei pressi del “Garopoli”, dove il lezzo delle unghie bruciate si mescolava con l’acre odore del ferro battuto e forgiato, mentre la naturalezza dell’arte si univa piacevolmente alla creatività della figura del maniscalco e, in parte, anche a quella del fabbro.
Alfonso aveva cercato di insegnare, senza ottenere grandi risultati, questo mestiere antico quanto l’uomo a Francesco Iannini, una persona umile e buona, ma nello stesso tempo un singolare personaggio noto per i suoi improvvisi atteggiamenti stravaganti e bizzarri, per cui di “diritto” acquisiva un particolare soprannome: “’a Zirra” (6).

Francesco, in effetti, non imparerà mai questo difficile mestiere, ma sarà comunque di grande aiuto al suo datore di lavoro, che lo terrà con sé per moltissimi anni, anche per quel rapporto simpatico e apparentemente conflittuale (sfottò), che si era creato tra di loro, proprio come due esuberanti ed eterni ragazzini pronti a sfuggire al grigiore della quotidianità.
’U Napuliteni, col viso imperlato di gocce di sudore, addosso una camicia quasi bianca a maniche alzate appiccicata, anch’essa per il sudore, alla pelle, protetta da un grembiule con pettorina di un colore indecifrabile per usura, le mani nere di fuliggine e di polvere di ferro e quei suoi occhi che brillavano al ritmo del martello per modellare barre di ferro, trascorreva gran parte della giornata all’interno della baracca posta all’incrocio tra via Vittorio Emanuele e via Barnaba Abenante, offrendo anche a molti studenti (come me) uno spezzone di varietà, forse per ripagarli di quelle ore a volte un po’ noiose e altrettanto ridondanti (7) trascorse tra le mura dell’antica casa del sapere e della cultura (8).
Resterà qui per oltre due decenni, poi si trasferirà in quella zona nota come “I Pignatari”, posta a nord della città, dove, un tempo, artigiani operosi con le mani sporche di argilla davano forma all’informe.
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[6] Questo termine nel dialetto coriglianese vuol dire “irascibile”, a volte anche “rabbioso”, per cui il soprannome (Zirra) gli calzava a pennello per il suo comportamento spesso strambo e imprevedibile
[7] Il mio riferimento è solo a pochi insegnanti; tra questi non mancavano mai quelli di religione, il cui metodo poco interattivo spesso superava i confini della comprensione
[8] L’Istituto “Garopoli” fu aperto il 5 dicembre del 1865, sotto la presidenza del sindaco Alfonso Terzi e del direttore Guglielmo Tocci
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In questa bottega, attrezzata con una fucina per arroventare il ferro, un’incudine e una serie di utensili, tenaglie, martelli, scalpelli e molti altri, si imbatteva nella collaborazione di un altro giovane singolare, questa volta, forse per le sue vicissitudini personali, talmente taciturno da fare invidia al silenzio. Il suo nome era, ed è, Salvatore F*********, ma Alfonso simpaticamente lo chiamava Turuzzo.
Quest’ultimo, come Francesco Iannini, non imparerà assolutamente il mestiere, perché, dopo appena un paio di ore di lavoro, a volte anche meno, abbandonava gli arnesi, preferendo girovagare per la città, forse in cerca della sua vera identità lacerata sin dalla nascita da gravi conflitti familiari.
La lunga storia lavorativa di Alfonso si concluderà nei primissimi anni ’90 del secolo scorso in un altro locale, lontano dal centro storico, nelle vicinanze della famosa Jacina (9).
Era in questa bottega, lontana dai frastuoni della città e dai vincoli estenuanti della cosiddetta “modernità”, che continuava ad esercitare con passione e dedizione il mestiere di fabbro, accordandolo con la sua allegra voce, molto intonata e piena di sentimenti, sorseggiando nei momenti di pausa ’A tazza ‘e cafè (10) , mentre durante le giornate uggiose, addirittura, convinceva ad entrare in quella stanza scura con le pareti annerite dai fumi ’O sole mio insieme a ’O surdato ’nnammurato, Cerasella, Maruzzella, Lazzarella e molti altri “personaggi” del suo vasto repertorio napoletano.
Infatti, Alfonso, un personaggio poliedrico e carismatico, resta impresso nella mia memoria e in quella di molti miei coetanei per le sue grandi doti di musicista e cantante. Era un esperto suonatore di fisarmonica e di batteria. Negli anni ’50, ’60 e ’70, non c’era un evento di pubblico spettacolo che non lo vedesse protagonista con i suoi strumenti musicali.
Erano i primi anni del quinto decennio del Novecento, quando il Capaldo, sin dai primi giorni del mese di gennaio, si riuniva con una ventina di giovani
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[9] Luogo prossimo al centro urbano (lato est), ove anticamente sorgeva un ospizio-romitorio dei monaci basiliani, con cappella dedicata alla Madonna, detta “della Giacina” (da giacere, lat. Jacere). La cappella, distrutta da un terremoto verso la fine del XV secolo, fu in seguito ricostruita (tratto dal libro “Lessico calabrese” di Luigi De Luca p. 118)
[10] Questa canzone era stata scritta nel 1918 dal poeta Giuseppe Capaldo (nato a Napoli il 21 marzo del 1874 ed ivi deceduto il 26 agosto 1919)
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e il suo amico collega Giorgio Manfredi, noto ai più come Frischirurmi (11), per organizzare, per il periodo del Carnevale, quella danza popolare di origine francese: ’a quattrigghja (la quadriglia).

Anni ’50 – Una quadriglia – A destra, Alfonso Capaldo (alla fisarmonica) e Giorgio Manfredi (alla batteria)
Gli incontri, di solito, avvenivano nel tardo pomeriggio dei giorni feriali o durante l’intera giornata della domenica in qualche locale a pianterreno di proprietà di un componente della quadriglia.
Alfonso con la fisarmonica e Giorgio con la batteria, a suon di valzer, di polca, di mazurca, tango e soprattutto di tarantella calabrese, accompagnavano il ballo dei giovani, che indossavano vestiti quasi sempre di tradizione calabrese.
L’ultima domenica di Carnevale, partendo dalla piazza più importante della città, Piazza del Popolo, proseguendo poi per le altre (a volte bastava
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[11] Giorgio Manfredi suonava bene la batteria e la fisarmonica. Era noto come Frischirurmi perché il padre, pastore, qualche volta dormiva all’ombra di un olmo
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un piccolo slargo), iniziavano le esibizioni con i caratteristici comandi alla “francese sgangherata”: “e cuntrè”, “e tturdumé”, “e rullè”, “a ra promenè” e altri termini lontani “parenti” da quelli dei nostri cugini d’oltralpe (12).
Nonostante il duro lavoro di fabbro, Alfonso trovava sempre un ritaglio di tempo per dedicarlo ad una sua passione, coltivata sin da ragazzino, quella di dare, con il movimento del suo corpo, voce allo strumento musicale a mantice per eccellenza: la fisarmonica.
D’altro canto, in città, col nome di Fofonzi ’u napuliteni non si indicava solo un bravo maniscalco, ma soprattutto un grande musicista, che, muovendo con la forza delle sue braccia il mantice e premendo contemporaneamente i tasti delle due tastiere, una a pianoforte, l’altra a bottoni, riusciva, insieme ai movimenti corporei, in particolare quello delle spalle e della testa, a volte anche quello dell’anima, a creare una melodia alla pari dei più grandi musicisti della nostra regione.
Anni ’60 – Bar Ariston – Da sinistra: Alfonso Capaldo, Antonio Bonifiglio, Vincenzo Blandamura, Giorgio Manfredi e la cantante Bettina Severo
Sono convinto che se fosse vissuto in qualche grande metropoli di sicuro avrebbe avuto molto successo, raggiungendo orizzonti molto più ampi.
Oltre al Carnevale, Alfonso e il suo amico di avventure, l’altro bravo musicista Frischirurmi, erano molto richiesti durante le feste di famiglia e soprattutto durante le inaugurazioni di alcune attività commerciali per allietare le serate; ne sa qualcosa, come si vede in questa foto, il Bar Ariston che, negli anni ’50 del secolo scorso, organizzava nei suoi locali serate
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[12] “e cuntrè” al posto di “au contraire”, “e tturdumé” invece di “tour de main”, “e rullé” al posto di ”rué”, “a ra promenè” invece di “promenade” e così per altri comandi
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all’insegna della buona musica. La popolarità di Alfonso ben presto superava i confini della nostra città, per cui le sue prestazioni artistiche venivano richieste anche da famiglie che abitavano nelle frazioni di Corigliano e a volte in quelle dei paesi limitrofi.
Quando ciò capitava, ’u Napuliteni e Frischirurmi, sistemando gli attrezzi da “lavoro”, fisarmonica e batteria, sopra ’nu trerroti (veicolo a tre ruote) di quest’ultimo, raggiungevano ben volentieri le destinazioni per dimostrare la loro eccellente tecnica nel fare dialogare tra loro questi due straordinari strumenti musicali.

1962 – Nel salone dei fratelli Spinelli: in piedi Antonio Spinelli, al centro con la fisarmonica Alfonso Capaldo, a destra col figlioletto Leonardo Spinelli
La festa in questi casi andava oltre alla prestazione musicale, perché si creava un rapporto di grande familiarità, caratterizzato da tintinnii di bicchieroni di rosso e di prodotti casarecci, i cui profumi si espandevano per l’intero vicinato.
Alla fine i due artisti si accontentavano solo di un piccolo compenso, non fosse altro per le spese di viaggio, ricevendo, per la gentilezza dei padroni di casa, quasi sempre un paio di pezzi di salame, due bei bottiglioni di vino e qualche profumato pane casareccio appena sfornato.
Alfonso era un personaggio talmente amato dai Coriglianesi che, non di rado, veniva ospitato durante i cuzzivigghji (gozzoviglie), che si tenevano di sabato sera o di domenica pomeriggio nelle botteghe, perché, oltre ad essere un amico di tutti, era una persona che portava allegria con la sua voce e la sua immancabile compagna di viaggio, la fisarmonica.
Questa è storia di ieri, quando l’amicizia era intesa come un sentimento di stima e anche di fedeltà reciproca tra persone. Oggi mi sembra che, tranne poche eccezioni, non è più così. L’amicizia, quasi sempre, viaggia legata “sentimentalmente” al profitto.
Era il secondo giorno del mese della madonna del 1996, quando Alfonso, dopo un paio di mesi di grandi sofferenze fisiche, veniva accolto dalla Misericordia del Signore, che poneva fine ai suoi dolori, accompagnandolo serenamente nella grande Casa di tutti.
Ancora oggi, a distanza di tanti anni, c’è gente che ricorda con simpatia e amicizia quel giovane appena diciannovenne, che, fermandosi per qualche minuto nelle vicinanze del Ponte Margherita, veniva attratto da quelle lucciole che si arrampicavano sugli steli d’erba della nostra collina.
Alfonso Capaldo con la sua inseparabile fisarmonica (Foto – E. Pettinato)
Mi auguro che quest’ultimo sentimento di Fofonzi ’u Napuliteni, cioè quello di innamorarsi della nostra città, possa essere di monito a coloro che hanno il dovere politico, morale e civile, di restituire il “maltolto” al nostro borgo antico, facendolo ben presto ritornare agli antichi splendori.
Per fare questo non c’è bisogno della bacchetta magica, bensì di una semplice azione razionale ed umana: dare ai nostri fratelli, al di là del colore dei loro occhi o da quello dei loro capelli, quelle case abbandonate da troppo tempo, dove ormai dormono, distesi per terra, stanziali uccelli, mentre le loro piume continuano a danzare insieme agli ultimi bagliori di un giorno che sta per scomparire per sempre.