
di Gennaro De Cicco
Nel recente lavoro editoriale dal titolo “L’eresia di Girolamo De Rada”, pronto per la stampa, lo storico Domenico Antonio Cassiano, concorda con altri studiosi nell’affermare che nel pensiero poetico del De Rada “oltre a radici italiane ci sono anche tracce di una certa sensibilità byroniana, che avvicinano la sua spiritualità alle maggiori correnti romantiche europee”. E aggiunge che “parlare di un de’ Rada poeta solamente albanese è fuorviante, anche se la sua opera esercitò una rilevante influenza sulla letteratura albanese e contribuì al suo sorgere”.
Il De Rada, ribadisce il prof. Cassiano, ebbe la sua formazione scolastica presso il Collegio di Sant’Adriano. In questo istituto le nuove generazioni di studenti venivano educate non solo all’apprendimento delle materie curriculari, ma ricevevano anche una formazione civile e politica, venendo a conoscenza del dibattito culturale europeo del momento.
Sulla base di queste considerazioni, “il de’ Rada, oltre ad essere un letterato, scrive lo storico Cassiano, fu anche un patriota che si impegnò nelle congiure e nei moti risorgimentali del Mezzogiorno e al riconoscimento e all” indipendenza della nazione albanese. Tra questi giovani v’era anche Domenico Mauro che gareggiava col de’ Rada nei primi tentativi poetici”.
Le fonti dei loro primi poemetti – l’Errico per il Mauro ed il Milosao per il de’ Rada – vanno ricercate nella giovanile formazione, ricevuta nel Collegio, che aveva contribuito a fare sorgere in loro l’odio per le ingiustizie, il disprezzo per i vili ed i prepotenti, educandoli ad apprezzare gli strati popolari.
In effetti, la figlia di Kologrea, di cui si innamorò il De Rada, cantata nel Milosao, è una popolana di Macchia che gli apparve “snella alla fonte” con un “candido nastro” ai capelli mentre attingeva l’acqua. E l’Errico di Domenico Mauro è la sintesi poetica e l’espressione di quello spirito di libertà e di giustizia sociale, presente nel popolo calabrese.
Nel De Rada giovane, come in Domenico Mauro, letteratura e politica erano strettamente connesse, perché l’una richiamava l’altra.
I due, del resto, erano legati da stretti rapporti di amicizia, risalenti al periodo degli studi nel Collegio italo – greco. Alle letture di puro svago e diletto seguivano quelle di opere più impegnative, mano a mano che si progrediva negli anni e negli studi.
Tuttavia, a differenza di Domenico Mauro, il poeta di Macchia, abbandonò l’uso del verso italiano quando raggiunse la certezza che, solo attraverso il metro della poesia popolare italo – albanese, avrebbe potuto esprimersi pienamente e dare concretezza di immagini ai fantasmi poetici.
Se ne accorse quando l’avvocato Raffaele Valentini, nel 1833, si rivolse a lui per chiedergli copia dei canti popolari italo – albanesi. Da qui una minuziosa ricerca, che si concretizzò nell’incontro con le giovanette e nella semplicità di dettato di quei canti, che diedero origine alla storia e poi alla esposizione della Leggenda di Milosao.
Il giovane De Rada rimase profondamente colpito dalla cadenza del verso, dai toni ora epici, ora melanconici, ora ironici, della poesia popolare.
“Il Milosao, che avrebbe dovuto essere essenzialmente il racconto o il diario lirico del sorgere e dello svilupparsi della passione amorosa tra la figlia di Kologrea ed il giovane figlio del “Signore del campo”, ad un certo punto, precisa lo storico Cassiano, assume anche la fisionomia di un poema epico, di rivendicazione della libertà e dell’indipendenza dell’Albania, in cui amore e morte s’incontrano e s’intrecciano; e, così, la poesia, aspirazione alla libertà dei popoli, amore di patria, contribuisce a dare al poemetto i connotati romantici, secondo le esigenze e la moda del tempo”.
Momenti di esaltazione dovuti al successo del poema “Canti del Milosao”, subito, però, abbandonati per via dell’indecisione nell’impegno politico. Un atteggiamento che lo isolò dai gruppi e dalle correnti della capitale e della stessa provincia calabra. A questo elemento si aggiunse anche la distanza dal fervore religioso, che lasciò il posto allo scetticismo e l’indifferenza religiosa. Posizioni ideologiche nei settori politico- culturali che subivano, di conseguenza, continue revisioni e vari contrasti, fino a determinare una conclusione chiara e precisa: ritornare “nella bella Maki per abbracciare la volontà di Dio, che gli aveva affidato la missione di far sì che l’Albania diventasse nazione”. Decisione questa che cambiò la vita del poeta. Iniziò, subito dopo, una intensa attività culturale, non solo letteraria, ma filosofica, storica, filologica, politica, etica, che lo portò alla individuazione dei termini essenziali del progetto letterario – politico che aveva in mente di costruire. Un progetto che mirava ad identificare l’origine dell’arbresh, che gli aveva dato la possibilità di aver creato “quel piccolo capolavoro dei canti del Milosao, apprezzato e lodato dal Lamartine, da Tommaseo, da altri letterati e intellettuali dell’epoca”.
Questa missione diventò, quindi, per il De Rada una pressante necessità per rafforzare il concetto, che attraverso e per mezzo della lingua un popolo, se vuole, può pervenire all’acquisizione ed alla consapevolezza di diventare nazione. E facendo ricorso a miti e leggende, De Rada identificò questa necessità “nella culla e nel campo di azione di Pirro, di Filippo il Macedone, di Alessandro il Grande e di Scanderbeg”. Da qui la ricerca delle radici linguistiche dell’arbresh, identificate nella lingua parlata dai “Pelasgi”.
Un mito romantico del passato, che diventava un fatto storico reale, capace di dare contenuto al suo disegno politico e letterario. Insomma per il poeta, “La sua eresia – precisa il prof. Cassiano – era servita a fargli scoprire la lingua, le sue antiche radici e il collegamento con le popolazioni che la parlavano”. Necessario, però, che il popolo ne prendesse coscienza.
Dopo queste teorie, la quaestio della genesi dell’arbresh e del mito pelasgico diventò oggetto di studio e di analisi tra glottologi internazionali. Anche se non tutti la condividevano, perché “gli avi definiti nobili guerrieri, difensori della fede rientravano nella tradizionale e fantasiosa mitologia dei gruppi abbienti dei villaggi calabro-arbresh”. Fra l’ altro, per lo storico Cassiano “questa era una credenza, basata sul presupposto, non vero, che i profughi albanesi erano tutti di nobile stirpe … e perché solo le alte famiglie hanno il senso dello Stato”.
La lettura che il De Rada dà della lingua popolare lo portò a ritenere possibile la creazione di una sua lingua, pulita dalle varie impurità, che avrebbe dovuto assurgere a lingua comune. E a tal proposito il prof. Cassiano scrive che “così naturalmente non accadde, né poteva accadere perché la lingua, come mezzo di comunicazione, è soggetta ad evolversi nel tempo della storia, e non sopporta le manipolazioni. È, pertanto, avvenuto che, a causa del distacco dal popolo, il de’ Rada e buona parte dell’intellighenzia rural – borghese arberisca non furono capaci di cogliere le tensioni e le aspettative reali del popolo arbresh e percepire i termini veri delle situazioni politiche, in un momento di grandi trasformazioni”.
A conclusione dell’articolato lavoro editoriale, il prof. Cassiamo affronta altre due importanti tematiche: uno di carattere linguistico – letterario, l’altro di natura sociale e politica.
Il primo si concretizza nella differenza linguistico – letteraria fra il Variboba e il De Rada.
Il secondo, invece, fa riferimento al primo scritto di carattere politico – sociale del De Rada dal titolo: “Quanto di libertà e di ottimo vivere sia nello Stato Rappresentativo” .