
Era il 1928. Mio padre, Francesco Scura, tornato definitivamente dall’Argentina, dove aveva lavorato come falegname addetto alle riparazioni delle carrozze ferroviarie delle Ferrocarriles Argentines, disponeva di un discreto gruzzoletto che, se pur modesto, bastava a dare spazio ad una mai sopita voglia di intraprendere.
L’IDEA
L’occasione, molto ghiotta, si presentò subito. L’Amministrazione Comunale di Corigliano, di cui era Podestà Gaetano Fino, nel lungimirante intento di porre fine allo sconcio, indegno, di una cittadina che contava, allora, 20.000 abitanti, lanciò l’idea di un raccordo automobilistico tra il centro abitato di Corigliano e la frazione Scalo Ferroviario, fino ad allora affidato a precari mezzi a trazione animale, di privati che effettuavano quel sevizio senza regole e senza garanzie di orari, e senza il rispetto di condizioni igieniche.
Mio zio, Gennaro Scura, già contitolare di un servizio pubblico di trasporto sulla linea San Demetrio-Rossano, non si fece sfuggire l’occasione e propose al fratello Francesco di associarsi nella conduzione di un’autolinea che, se pur modesta nel percorso, di appena 4 Chilometri, poteva far affidamento sull’espansione demografica di Corigliano che si avviava a diventare un grosso centro di commercio, industria e terziario.
Le condizioni offerte dal Comune erano oltremodo incoraggianti:
-Una sovvenzione mensile per mitigare le problematiche di un avviamento d’attività inizialmente poco redditizia;
-l’offerta della disponibilità gratuita di locali per ricovero degli automezzi.
E la “Fratelli Scura”, era questa la denominazione della società, si accinse a richiedere la concessione Ministeriale all’Ispettorato Compartimentale della Motorizzazione Civile di Catanzaro, che imponeva il possesso di almeno due autobus.
L’AVVENTURA
Un autobus fu acquistato presso la filiale FIAT di Cosenza, ed era (vedi foto di testata) un modello FIAT 507 a benzina simile ad una diligenza. Questi erano, allora, i mezzi di trasporto collettivo. Per l’altro, onde superare l’impasse della rilevante spesa, (e ce ne volle di coraggio) s’impegnò mio padre a ricavarlo da un vecchio camion “FIAT 15 ter”, probabile residuato bellico del conflitto 15-18, acquistato al mercato dell’usato.
Fu smantellato e diligentemente rivestito con carrozzeria autobus. E non c’è da meravigliarsi più di tanto, se si pensa che mio padre aveva molta dimestichezza con le carrozzerie, avendo lavorato nelle “ferrocarriles argentines” appunto nella riparazione, ricomposizione e ricostruzione di pezzi di carrozzeria dei vagoni viaggiatori che erano prevalentemente a struttura lignea. Fece tutto con le sue mani, quelle che potete notare nella foto quì sotto, tozze e massicce, ma ben addestrate nei lavori dell’arte raffinata delle carrozze ferroviarie che, obbligatoriamente, dovevano dare l’impressione di salottini. E a tal proposito si racconta un gustoso aneddoto.

L’ANEDDOTO
Pare che il lavoro di trasformazione avvenne in un locale di via Roma dove, entrato un camion “FIAT 15 ter”, doveva uscirne un autobus. Ma, a fine lavoro, si rivelò la sorpresa che sconfinava nel ridicolo. Il nuovo autobus non poteva uscire dalla porta perché le dimensioni erano cambiate, specie in altezza. E la notizia si propagò con rapidità, accompagnata da sorrisi di scherno e sberleffi, poiché richiamava, con facile ironia, il famoso racconto di Pirandello, “LA GIARA”, in cui il simpatico “ZI’ DIMA”, a lavoro ultimato, restò imprigionato nella giara.
Mio padre non si scompose e, dopo rapidi consulti con altri artigiani coriglianesi, trovò la soluzione che non sacrificava nulla del faticoso lavoro svolto e non impegnava nemmeno ad intervenire con parziali demolizioni murarie del locale, come qualcuno suggeriva. La scelta fu geniale e “indolore”. Si smontarono le quattro ruote e si fece scivolare il nuovo automezzo, su opportuni rulli, fin sulla strada. E le malcelate risatine di scherno si trasformarono in un fragoroso applauso di riconoscimento alla fantasia di un uomo.
E l’automezzo, sotto raffigurato, svolse dignitosamente il suo servizio, anche nei mesi estivi per il trasporto delle famiglie dei bagnanti che, e molti non lo sanno, arrivati a Schiavonea, erano sottoposte allo sconcio della separazioni tra uomini e donne, alle quali veniva riservato un tratto di litorale ben distinto da quello degli uomini. E non erano consentiti sconfinamenti, in quanto i vigili urbani facevano una ferrea sorveglianza.

LA CRESCITA
E intanto, Ciccio, il figlio di Gennaro, avvicinandosi ai vent’anni, faceva la “gavetta” affiancando lo zio Francesco nella conduzione dell’azienda. Ma venne il momento della chiamata alle armi. Nel 1938 faceva servizio a Torino, nel reparto autieri, finché, accertati i suoi modi corretti, la prestanza fisica, e l’assenza di tare dialettali nel parlare, gli fu proposto di fare l’autista di un generale che subito lo prese a benvolere. Insomma un lavoro di tutto riposo.

Nel frattempo l’impresa di autolinee era cresciuta e fu il momento di adeguarsi con l’acquisto di un nuovo autobus più capiente. La scelta cadde sull’ultima novità della FIAT, un 621 Diesel che era, per la Calabria, una novità assoluta.
E accadde che i commilitoni, avvertirono Ciccio: senti Scura, corri al Salone dell’Automobile, c’è esposto un bellissimo autobus con la scritta “DITTA F.LLI SCURA”. E Ciccio si precipitò. Non poteva crederci. Un autobus “Fratelli Scura” esposto al Salone. Sapeva dell’ordine effettuato alla FIAT, ma non immaginava che la FIAT, per far fronte a tutte le richieste, spesso cedeva la commessa alle più rinomate fabbriche di carrozzerie. E fu il caso del 621, il cui telaio, con motorizzazione FIAT, fu rivestito da una delle più famose case italiane di carrozzerie, la Viberti, di Torino, che ne fece un “fuori serie”, dotato di accorgimenti non di routine. E fu la volta che si adottò la linea “aerodinamica” che poneva fine, in modo definitivo, a quei veicoli che rassomigliavano a diligenze e che, con simpatica ironia, venivano chiamati “Cristalliere”.
Ed il fascio littorio non mancava, come si può notare sulla maschera del frontale anteriore. E Ciccio non credeva ai propri occhi, e con malcelato orgoglio si schermiva con i commilitoni che si complimentavano con lui.

IL BATTESIMO
Arrivato a Corigliano, quel bellissimo automezzo, con i sedili tutti in pelle naturale rossa richiamò l’attenzione per la linea avveniristica e per il luccichio delle modanature. E, come si usava allora, per tutte le cose nuove, si procedette al battesimo. La madrina, ovviamente, dovette essere la figlia del podestà del 1939. E la cosa indispettì terribilmente mia sorella che quel ruolo avrebbe rivestito con infinito piacere, anche perché, in fondo, aveva sette anni, la stessa età della prescelta. Ma si dovette rassegnare. La benedizione avvenne alla chiesa di San Pietro, con molto concorso di pubblico ed autorità, a cui seguì un generoso rinfresco al bar di Giacinto De Pasquale, allo Scalo di Corigliano, per i rapporti di reciproca stima e solidarietà, com’era d’uso, tra pionieri d’una epopea di cui, entrambe le famiglie, erano, in quel momento, protagoniste dei rivoluzionari cambiamenti indotti dai lavori di bonifica che avevano come centro nevralgico proprio l’albergo De Pasquale, dove alloggiava una miriade di tecnici e maestranze in gran parte settentrionali.
LA GUERRA
Intanto, nel 1940, Ciccio terminava il servizio di leva e si buttava con entusiasmo nell’attività a cui era vocato. Ma il sogno durò poco, perché, nel ‘42, incalzando gli eventi bellici, fu di nuovo richiamato alle armi con la destinazione Belluno da cui, in seguito, fu destinato in Grecia dove, nel ’43, fatto prigioniero dai tedeschi, fu internato in un campo di lavoro in Germania. E aspettammo fino all’agosto del ‘45 per poterlo riabbracciare.
Nel frattempo, essendo il Sud Italia già liberato, a Corigliano un comando alleato si era insediato nelle eleganti sale del Castello. Era quasi un anno che, per carenza di carburante, il servizio urbano di trasporto era fermo. E intanto la gestione del Comune veniva affidata ad un Commissario Prefettizio, che si chiamava Pani, il quale, come primo atto assicurò ai servizi pubblici il rifornimento di carburante, e così fu ripristinato il servizio Corigliano-Stazione.
E mio padre, alla guida dell’autobus, entrò in dimestichezza col dottor Pani che, ogni settimana veniva da Cosenza in treno, al quale non mancava di riservare il posto a fianco del conducente. Ci fu la volta che Pani, persona colta e lungimirante, disse a mio padre: Senta, Scura, lei possiede uno dei migliori mezzi di trasporto di tutta la provincia di Cosenza. Non immagina le pene che soffro, personalmente, a raggiungere Corigliano in treno, con antipatici trasbordi, estenuanti attese e logorante lentezza, impiegando ben quattro ore ogni volta. Se lei vuole io le faccio ottenere in un baleno la concessione di un servizio di linea Corigliano Cosenza.
Mio padre restò allibito. Ma dottore, le Ferrovie dello Stato, che godono del secolare privilegio di monopolio, si sono sempre opposte ad una concorrenza da loro definita “sleale”.
E Pani, con un sorrisetto: Scura, una volta. Deve sapere che i concetti di “protezionismo” non devono più esistere. La democrazia che gli americani ci portano, prevede anche la libertà di intraprendere, senza veti di comodo, purché degli effetti vada a beneficiare il popolo. Mio padre ringraziò per la lezione e, ciecamente, si affidò a lui per la nuova concessione che sarebbe stato un passo gigantesco per la Ditta Scura che, dagli originari 4 Chilometri di sviluppo stradale passava, di colpo, ai 90 chilometri.
E fu il primo vero rilancio della “Autolinee Scura” che, finalmente, abbandonava Il ristretto ambito comunale per assurgere ad un servizio nel più vasto territorio provinciale, con effetti clamorosi, sia economici che di immagine.
IL DOPOGUERRA
Intanto, cessato il conflitto, tutti si rimboccavano le maniche per recuperare il tempo perduto. La Scura non fu da meno. E con le fresche energie di Ciccio che, tornato agguerrito ed ambizioso dalla prigionia, non vedeva l’ora di essere coprotagonista di nuovi successi che non tardarono. Ed intanto, con le nuove possibilità di mercato, il pubblico veniva assecondato nelle necessità di movimento che garantivano la necessità di fruttuosi contatti. Corigliano Stazione, in quel travolgente fermento di attività, fu definito il Far West della Provincia di Cosenza. Cioè era il simbolo di una rinascita che assecondava la voglia di operosità di chi “aveva voglia”. E la crescita globale coinvolse, e non poteva mancare, la “Scura”.
GLI ANNI DELLA DISCORDIA
Con l’istituzione delle Regioni, la Calabria visse il momento più tragico, in considerazione della rivolta di Reggio Calabria che, ritenendosi tradita dal Governo Centrale, diede vita ad episodi di violenza, ripagata in egual misura, dalla cecità dei governanti. Finché si arrivò alla tracotante decisione delle sinistre, compresa quella democristiana, di dare una “lezione” a Reggio Calabria.
“Con i nostri operai e con i sindacati ristabiliremo l’ordine a Reggio” declamava l’onorevole socialista Frasca, e non era da meno il compagno senatore Bloise, e non vi dico l’onorevole Principe, e il democristiano Misasi e,… poteva mancare? l’onorevole Mancini, e tutti i parlamentari comunisti. E, con miopia politica, decisero di far convergere, tutti insieme, sindaci, simpatizzanti, organizzazioni sindacali di tutta la Regione, in una colossale manifestazione, indetta a Reggio, che in effetti aveva tutta l’aria di essere una spedizione punitiva destinata a dare una lezione a quella città caparbia.
E i reggini? Non gli si può dar torto se interpretarono quella folla di manifestanti, giunti in massa, con treni appositamente allestiti, addirittura con navi noleggiate, e con centinaia di autobus, come una oltraggiosa provocazione.
E ci scappò il morto. E ci scapparono feriti.
E, quel che più conta, tanto per restare nel nostro tema, ci fu un autobus SCURA, noleggiato da “lorsignori”, che fu dato alle fiamme, mettendo a rischio la vita de i trasportati nonché del conducente.
Risultato? Nessuno si degnò, non solo di risarcire la ditta per l’autobus distrutto (valore cento milioni di lire dell’epoca), ma nemmeno di pagare il viaggio, come pattuito. Ci fu un furbo scaricabarile tra sindacati, Ministero degli interni, partiti politici. Alla ditta non resto che leccarsi questa ferita.

CENTRALE ENEL SÌ, CENTRALE ENEL NO
E poi venne il momento della decisione di costruire a Corigliano una centrale elettrica dell’ENEL alimentata a gasolio. Come al solito il consenso incondizionato fu dato da tutti i partiti della sinistra, anche per fare un dispettuccio ai proprietari degli agrumeti che sarebbero stati espropriati (La proprietà è un furto). Come ben sappiamo, poi fu costruita a Rossano, ma nel frattempo, gruppi di facinorosi si davano da fare, con i modi tipici della “protesta” popolare che di popolare, in effetti nulla aveva.
Un gruppo di questi invasati, con la scusa che era stato indetto un convegno a Sibari, a supporto della scelta a Corigliano, si presentò alla sede aziendale della ditta Scura, intimando di mettere a loro disposizione, gratis, un autobus per dar modo a quei facinorosi di poter dare il loro contributo alla manifestazione. Ovviamente mio fratello Antonio, che ormai era subentrato nell’assetto della compagine proprietaria, oppose un energico rifiuto. Al che, con fare molto minaccioso, il loro “Capataz”, che si chiamava Salatino, esortò a spingere nel sottostante burrone un autobus parcheggiato (del valore dei soliti cento milioni di lire). Vi si misero in una dozzina, al comando di Salatino, tutti a spingere sulla fiancata: ”ooooh vegna,oooh vegna”, ma non ci riuscirono, con grande rammarico del “Capataz” che esclamò: “Ah, se fossimo a Viareggio, a quest’ora lo avremmo già dato alle fiamme”. E fu una fortuna che non eravamo a …Viareggio. E oggi, che quella centrale è stata definitivamente abbandonata, viene voglia di urlare, forte, ma forte, ma foooorte, a quei temprati rivoluzionari d’acciaio: “andate a farvi… fondere”.
IL VENERDÌ SANTO DI FUOCO DEL 1981
Ma la vera prova del fuoco fu quella del Venerdì Santo del 1981. Un crepitio fu percepito da mia madre che, benché quasi sorda, avverti l’insolito rumore dando l’allarme. Ci precipitammo tutti fuori, vestiti alla meno peggio, mentre decine di autobus andavano fuoco. E i pompieri di Rossano giunsero appena in tempo per vedere l’ultimo autobus andare in fiamme.
Sì e no riuscirono a proteggere le finestre di casa, e quando finì l’acqua della loro autobotte mi dissero di provvedere a rifornirli di acqua. A me, che non sono né pompiere né acquaiolo del Comune. E intanto il tardivo intervento dei pompieri si concluse come canto del “miserere”.
E fu questa la vera PROVA DEL FUOCO, quella che mise a dura prova le capacità di ripresa di un’azienda storica di Corigliano. L’incendio, anche se l’indagine dei carabinieri non approdò a nessun risultato fa di pretto stampo mafioso. E i sindacati? Qualche settimana dopo, dando per scontata la fine di una gloriosa azienda che aveva fatto onore a CORIGLIANO, indissero una manifestazione dei dipendenti della Scura, con vistosi cartelli :
”La IAS e fallita. Intervenga la regione con un decreto di requisizione e proceda alla regionalizzazione dei servizi gestiti dall’impresa”.
E questa fu la “solidarietà” dei sindacati nei confronti di un’azienda che dava da vivere a centinaia di dipendenti.
E molti dipendenti ci cascarono, specie alla luce della pacchia che si profilava diventando dipendenti della Regione, senza rigorosi impegni da rispettare sugli orari di lavoro e specialmente sul rendimento blandamente controllato proprio dai sindacati. Tanto a ripianare i deficit ci pensa sempre Pantalone.
E PANTALONE, SI SA, SIAMO SEMPRE NOI, I SOLITI FESSI
Ma, per fortuna, c’è una leggenda, che alimenta la fantasia delle persone volenterose, ed è la leggenda dell’ARABA FENICE che, distrutta dalle fiamme, risorgeva dalle sue ceneri. E fu così che la IAS risorse. Dalle sue ceneri. Piu forte e più tenace.
ED OGGI, DOPO LE MILLE TRAVERSIE, SONO UNO SBIADITO RICORDO GLI INIZIALI QUATTRO CHILOMETRI DI LINEA, CON LA SUA PERCORRENZA ANNUA MEDIA DI 12.000 Km, RAFFRONTATI AGLI ATTUALI 8.000.000 Di Km DI PERCORRENZA ANNUA MEDIA.
Ernesto Scura

P.S.
GENEALOGIA ASSETTO SOCIETARIO SCURA AUTOLINEE
SOCI FONDATORI (1929) I FRATELLI SCURA
SCURA GENNARO (N.1891) SCURA FRANCESCO (n.1894)
a cui seguirono i rispettivi eredi
SCURA FRANCESCO (n.1918) SCURA ANTONIO (n.1930)
e successivamente
SCURA GENNARO (n. 1960) SCURA ANTONIO (n.1930)
e a seguito del decesso di Gennaro (2025) e di Antonio (2005)
SCURA FRANCESCO (n.1991) SCURA FRANCESCO (n.1985)