
’U PANIFICI ’I RA FAMIGGHJA TEBANO
Nella seconda metà dello Ottocento, in via Roma, oltre alle numerose botteghe di maniscalchi (fruggiéri), di sarti e di calzolai, c’erano due panifici.
Il primo, noto come ’u Panifici ’i Anella, l’aveva aperto ai numeri civici 52, 54 e 56 un ricco proprietario terriero, Salvatore Longobardi, che, sposando nel 1881 Giuseppa Curcio, lo lascerà poi in gestione ai parenti della moglie.

Il secondo, invece, si trovava in via Roma n. 14, dove la strada fa angolo con via dei Cinquecento. L’aveva aperto un giovane proveniente da Rossano, il cui nome era Nicola Tebano.
Nato il 1° luglio del 1869, dopo una difficile infanzia, ancora giovane, Nicola si trasferiva a Corigliano, esercitando il mestiere di panettiere. Un bravo artigiano, che da subito riscuoteva un gran successo nella città, che l’aveva bene accolto per il suo carattere gentile e sempre disponibile verso tutti.
Il 7 ottobre del 1894, sposava la quindicenne Marianna Lucia Arena (1), una donna di casa (così si diceva una volta), una brava moglie e soprattutto una straordinaria mamma, che metterà alla luce ben dodici figli (2).
Una bella famiglia, questa del Tebano, guidata dalle mani sapienti della brava Marianna, sempre attenta alle cure dei figli, e dal generoso Nicola, “fulgido esempio di rare virtù familiari”, per come sempre ricordato dai suoi familiari.
Agli inizi della prima decade del secolo scorso, il Tebano, uomo intraprendente, iniziava a vendere nel suo panificio, oltre al pane, anche altri prodotti di prima necessità: pasta, riso, cereali, farina, legumi… Per la pasta, in particolare, venderà la Monsurrò, quella prodotta in Campania a Pomigliano d’Arco, e ne sarà il concessionario per Corigliano e per i paesi viciniori.
__________________________________________________________________________
[1] Marianna Lucia Arena era nata il 1° gennaio del 1879. Cessava di vivere il 3 marzo del 1958
[2] Giovanni Battista Leonardo Antonio Gregorio (10-6-1896/24-10-1967), Giovanni Battista (4-5-1898/8-6-1950), Teresa (1-5-1900/30-4-1977), Francesco Antonio (3-1-1902/23-3-1950), Giuseppe Giacomo Espedito (12-12-1903/23-3-1906), Francesco Natale (3-1-1906/15-7-1939), Giuseppe Andrea (9-1-1908/7-3-1974), Alfonso Gerardo (2-1-1910/23-6-1955), Carmela Maria Assunta (15-1-1912/1-5-1955), Filomena (26-1-1914/8-3-1955), Stefano Natale Vittorio (26-1-1916/9-7-1968) e Pietro Paolo (6-1-1919/23-12-1994)
_________________________________________________________________________
I gravosi impegni lavorativi e quelli della famiglia che ogni due anni circa si “allargava”, spinsero il bravo panettiere a cercare un collaboratore che lo aiutasse nella gestione della bottega. E a chi poteva rivolgersi se non al suo primogenito?
E così, Giovanni Battista Leonardo Gregorio, noto con il semplice nome di Gregorio, pur a malincuore, dovette interrompere gli studi per esaudire la richiesta del padre, nonostante avesse conseguito da poco tempo con ottimi risultati la licenza elementare.
All’interruzione del percorso scolastico, però, non corrispondeva per il diligente giovane studente quello formativo.
Infatti, dopo una giornata dedicata a vendere pane e a consegnarlo alle botteghe e alle famiglie, dedicava gran parte delle ore serali allo studio, dimostrando un particolare interesse per i testi di letteratura italiana.
Continuerà questo suo desiderio di apprendere anche da adulto, frequentando i suoi vecchi amici, che nel frattempo erano diventati docenti delle scuole medie e, tra questi, in particolare, i professori Fortunato Bruno e Vincenzo Gallerano.
Anni ’30 – Nicola Tebano
Pertanto, da autodidatta acquisirà un’ottima conoscenza di alcune importanti opere letterarie: imparerà a memoria alcuni canti della Divina Commedia e alcuni capitoli de I Promessi Sposi. In breve, saprà per tutta la sua permanenza terrena coniugare le capacità di panettiere con quelle della cultura umanistica.
Intanto, Nicola, uomo dinamico, sempre pronto ad affrontare nuove sfide commerciali, gestiva, oltre al panificio, anche un frantoio oleario in via dei Cinquecento, ai numeri civici 9 e 11 e, in seguito, anche una fabbrichetta di gassose in via Roma, proprio di fronte al frantoio.
Le attività commerciali della famiglia Tebano, insieme ad altre di valenti artigiani di via Roma, contribuivano, soprattutto nel periodo delle festività natalizie, alla suggestiva atmosfera che si respirava su questa arteria principale della città.
Ai rumori delle ruote di pietra per la molitura delle olive si univano quelli degli zampognari itineranti che portavano la novena di Natale, e al profumo del pane appena sfornato si aggiungeva quello della pasta di olive. Anche il novello vino faceva la sua parte. E tutto era improntato all’insegna delle cose semplici e genuine: ancora non c’era all’orizzonte il frastuono della modernità di oggi.
Una delle rarissime immagini storiche di una Corigliano dai sapori antichi, dai toni caldi e calmi di un tempo, quando tutto ubbidiva ai ritmi di una vita semplice e spartana, è la seguente.

Gli asini che trasportavano ogni cosa, il carro con i muli, lo sguardo del bambino (Pierino Tebano) seduto davanti alla bottega del padre ad ammirare i colpi di martello di qualche fruggiéri (fabbro), la donna che riempiva ’a ciarra (contenitore di terracotta) di acqua fresca e limpida, sembrano, seppure in bianco e nero, i colori di un pennello di un artista che ci offre il quadro dello spaccato di vita, a memoria di chi vuole conoscere le proprie radici.
Di fronte a quell’asino paziente, che attende il padroncino che lo liberi dai sacchi di farina, c’era il panificio della famiglia Tebano (a sinistra, bottega con la tenda).
Era formato da due grandi stanze e da una caratteristica grotta ricavata sotto la roccia, che un tempo delimitava la via delle Furche, ex via Nova e poi via Roma.
Nella prima stanza, dove avveniva la vendita, c’era il classico bancone di legno massello, su cui alloggiava una bilancia meccanica a due piatti e accanto a questa un insieme di pesi, quelli in ferro a forma cilindrica con grossi pomelli per la presa, mentre alle pareti si notavano due robuste scaffalature in legno, contenenti prodotti di generi alimentari. Su una, c’era il riso, la pasta, la Monsurrò, ed altri prodotti, mentre, sull’altra, una grande varietà di focacce e di pani, coperti da panni di tessuto per evitare che le mosche, o altri insetti, ne facessero buon pasto. Per terra, infine, sacchi di juta contenenti cereali, legumi, farina….
Nella seconda stanza, invece, c’erano la tipica madia (’a majilla), in cui veniva impastata a mano la farina appositamente lievitata e un grande tavolo molto lungo, dove si appoggiava la pasta del pane coperta, come se fosse un bambino che dormiva e doveva crescere; in un angolo, invece, una grande bocca di fuoco, alimentata a legna, per la cottura del pane e alcuni semplici e rudimentali arnesi. Tra questi ultimi, una pala di legno col manico lungo per infornare e sfornare il pane, un rastrello di ferro per spostare e tirare le braci ardenti dentro il forno e un altro palo di ferro alla cui estremità c’era attaccato un grosso canovaccio immerso in un secchio d’acqua per pulire dalla cenere il forno ogni volta che si infornava.
Infine, nella terza stanza, che in realtà, come abbiamo già detto, era una vera grotta, c’era una grande catasta di legna, vari sacchi di farina, una bilancia bascula stadera in ferro per pesare soprattutto i sacchi di farina e altri oggetti. In realtà, questo ultimo locale aveva le funzioni di deposito.
Questo bene prezioso che si chiamava e si chiama pane era di ottima fattura, per cui il numero civico 14 di via Roma era una tappa obbligata per i contadini che, quando ancora il sole tardava a svegliarsi, se ne approvvigionavano per la loro permanenza nei campi.
Il dinamico Nicola, come già detto, oltre al panificio e al frantoio, apriva in via Roma anche una fabbrichetta di gassose (3)che in seguito i figli trasferiranno nella zona di sant’Antonio.
Ricordo bene le bottigliette col marchio “TEBANO”, che contenevano questo liquido zuccherato, reso effervescente dall’anidride carbonica: vetro spesso, leggermente bombato, e al centro, in bassorilievo, in una cornice circolare, la scritta della ditta produttrice. (4)
__________________________________________________________________________
(3) Si trovava in via Roma n. 9 (fonte Il Serratore n. 1/1988 pag. 17 – Via Roma negli anni ’20 e ’30 di Carlo Civico)
(4) Particolari erano anche le gassose del Tebano con la biglia, che aveva funzione di tappo per la bottiglietta. Una volta riempita questo piccolo contenitore di vetro con quel dolce liquido, si aggiungeva l’anidride carbonica ad alta pressione, che spingeva verso l’alto la pallina di vetro, che, tramite una guarnizione posta sull’imboccatura della bottiglia, sigillava la stessa bottiglia. Per aprirla, poi, bastava premere con le dita la biglia e attendere la fuoruscita di una parte del gas. Così la pallina scendeva e la bevanda si poteva bere: nostalgici ricordi di una vita vissuta.
__________________________________________________________________________
Ritornando ancora al panificio, devo dire che produrrà per molti anni ancora un ottimo pane, anche dopo il 17 giugno del 1944. Una data triste per la famiglia Tebano e, forse, anche per la città. In questo giorno andava via, e per sempre, un generoso padre di famiglia, nonché quel maestro, di origine rossanese, che aveva insegnato a tanti ragazzi i principi della panificazione, regalando ai numerosi passanti di via Roma i profumi del pane appena sfornato e quelli delle olive appena macinate.
Assistito dai suoi familiari, l’uomo che dal nulla era riuscito a farsi anche un’ottima posizione economica, trascorreva l’ultimo giorno di vita su questa misera terra, nella sua casa in via Roma n. 21, nelle immediate vicinanze delle sue vecchie attività commerciali.
Il figlio primogenito, Gregorio, che da molto tempo aveva già preso in mano le redini della gestione del panificio di famiglia, continuerà con diligenza e profitto questa antica attività.
Al suo fianco, negli anni ’40, e fino alla metà degli anni ’50, ci sarà una certa Giuseppina Garasto, nota come za Peppina ’i Pappuscìni, una grande donna, vedova, con un figlio disabile, Salvatore (tutti gli altri erano emigrati in Argentina).
Era lei che la sera preparava il lievito per la panificazione, lasciandolo riposare, ovvero crescere, per alcune ore. Poi, dopo avere accudito il povero Salvatore, quando ancora le ombre tardavano a dileguarsi, ritornava al panificio per impastare definitivamente la farina in cui inseriva ’a pasta crisciuta (lievito) e su un tavolo molto lungo modellava i pani, mettendo quelli rotondi dentro i cerchi di legno e quelli lunghi, i cosiddetti sfilatini, liberi di crescere sulle tavole apposite. Tutti i pani venivano poi coperti con ’i tuvàgghji ’i ru peni, panni di tessuto bianco.
La cottura avveniva appena il forno acquisiva la giusta temperatura e za Peppina ne curava la perfetta esecuzione, estraendo i pani dal forno con l’apposita pala di legno.
La vendita era fatta con riferimento alle botteghe di generi alimentari o direttamente ai clienti che si recavano al panificio.
Col passare degli anni, nella seconda metà degli anni ’50, il panificio chiudeva i battenti e in seguito Gregorio si trasferiva a Bologna, dove risiedeva il figlio Antonio. Il 24 ottobre del 1967, anche il primogenito di Nicola, Gregorio, concludeva il suo percorso terreno.
Oggi, di questa bottega storica non c’è alcuna traccia, in quanto mani frettolose hanno demolito l’intero fabbricato di via Roma n. 14, perché ritenuto “pericolante”.
Ma questa è un’altra storia che andrebbe approfondita, non fosse altro perché al posto dell’edificio hanno realizzato un parcheggio, anzi due, proprio accanto a una nota attività commerciale. (5)
E come diceva un noto personaggio politico dei nostri tempi, “a parlare male degli altri si fa peccato, ma spesso… si indovina”.
(Tratto dal 4° Volume de ”Le Botteghe di una volta” a Corigliano)
(5) Attualmente al posto di questa ex attività commerciale c’è la sede dell’Associazione Laboratorio delle Donne (un centro antiviolenza, che accoglie donne che subiscono violenza in ogni forma)