
Sabato scorso, 21 marzo, presso la Sala incontri della Canonica della Chiesa di Sant’Antonio a Corigliano Centro, il dott. Luigi Petrone ha presentato il volume “Tradizioni e usanze a Corigliano” Editore Castriota, è il suo ultimo lavoro in ordine di tempo.
Questo volume non è solo un racconto di mestieri, di professioni e di casati, di ricchezze e di sfruttamento, ma è anche un “filo”, che unisce i membri, tutti i membri di una comunità, e li annoda attorno ad un “cuore”, facendoli sentire nello stesso giorno, nella stessa ricorrenza, dinanzi allo stesso evento, insomma, in alcune occasioni forti, facendoli sentire – dicevo – uguali, in un solo corpo sociale, senza divisa di casta e di censo, almeno per un giorno. A partire da oggi ogni settimana questo blog pubblicherà alcuni brani del libro, tutto ciò per gentile e cortese autorizzazione dell’autore. Oggi lo spazio lo dedichiamo alla santa Pasqua, ormai imminente.
Pasqua[1]
Con la Pasqua si celebra la Resurrezione di Cristo. La Pasqua è una festa mobile. E’ l’unica solennità cristiana che non ha una data fissa nel calendario liturgico. Cade la domenica dopo il plenilunio di primavera, cioè segue il ciclo lunare e non quello solare. In questo periodo si osservano diverse tradizioni. Durante la Quaresima sui davanzali dei balconi e ai lati delle finestre si espongono “croci luminose”, piccole croci di legno poste sui muri che vengono accese come luminarie. Sono un segno di partecipazione alla Passione di Cristo. Nei giorni che precedono la Pasqua, segni distintivi della religiosità popolare sono i lavurielli con cui vengono adornati gli altari delle chiese e le processioni che si svolgono il Giovedì e il Venerdì Santo quando le strade del paese sono animate dai Misteri e dei Vattienti.

I lavurielli (I lavoretti)
E’ tradizione che, nell’avvicinarsi il periodo della Pasqua, siano preparati i lavurielli, i lavoretti.
Questa tradizione è diffusa in molti paesi della Calabria. Vincenzo Dorsa (1823-1885) scrive che i lavuri sono «le biade seminate da che sono in erba sino a che non si mietono»[2].
Sono composizioni “floreali” di germogli di leguminose. Si iniziano a preparare il mercoledì delle Ceneri, il giorno che segue il martedì grasso, dopo l’ultimo giorno del Carnevale. Semi di grano, ceci o lenticchie, si tengono a bagno nell’acqua ventiquattro. Poi si mettono a germogliare mettendoli a dimora sopra uno strato di bambagia posato su un piatto o in contenitori sagomati a forma di cuore, croce, stella. I lavurielli sono una tradizione della Settimana Santa. Se si vuole che germoglino di un bel verde vivo si devono tenere esposti alla luce, se si desiderano che siano bianchi si tengono a germogliare al buio. Il tempo di germoglio è di alcune settimane. Si usano anche semi di veccia e di miglio ma mai di lupino. Secondo una leggenda, questa è una pianta maledetta dalla Madre di Gesù. Si racconta che, la notte che Gesù venne preso nell’orto del Getsemani mentre cercava di sottrarsi dalle guardie, una pianta di lupini oramai secca fece rumore al passare del Messia facilitandone la cattura.
I lavurielli altro non sarebbero che la sopravvivenza di un culto pagano, quello dei “Giardini o orti di Adone” dei quali parlano Eschilo e Teocrito. Nel mondo pagano festeggiavano in questo modo il risveglio dal sonno invernale della natura. Nel simbolismo cristiano, che li ha adottati, essi rappresentano la Resurrezione di Cristo dalla morte. Una volta germogliati si sistemano insieme ad altri simboli della Passione ai piedi dell’altare nella messa “in Coena Domini“ per adornare gli altari della Reposizione del Santissimo Sacramento per le visite a ri sibburchi (ai sepolcri).
I sepolcri, cioè gli “Altari della Reposizione”, si allestiscono la sera del Giovedì Santo. Per antica tradizione il primo altare della Reposizione è quello preparato nella Gghjìesiella, l’Oratorio della Confraternita dei Servi di Maria o dell’Addolorata. Un tempo tutte le principali chiede cittadine adornavano gli altari con i lavurielli, ora sono poche a farlo perché sono poche le chiese aperte al culto.
Gli altari restano addobbati fino al Sabato pomeriggio (sino alla notte di Sabato Santo), quando ‘i sibburchi vengono disfatti e ogni famiglia riprende il proprio lavurielli per portarlo a casa in segno di benedizione[3].
I misteri e ru ‘ncanti (I misteri e l’incanto)
Il Giovedì Santo le strade del paese sono animate dalla processione dei Misteri. Questa processione è la rappresentazione della Via Crucis. I “Misteri” sono le statue dei personaggi della Via Crucis che vengono portate in processione per la città per fare rivivere ai fedeli il calvario di Cristo. La parola “mistero” non ha nulla di misterioso o di segreto, ma significa semplicemente “cerimonia, celebrazione sacra”. Questo termine è usato per indicare il momento in cui vengono esposti oggetti che simboleggiano una verità sacra, rivelata da Dio[4].
[1] In dialetto si dice Pasca. Questa parola deriva dal latino pascha, giunta attraverso il greco paska, che a sua volta è l’ebraico pesah che vuol dire “passaggio”.
[2] Vincenzo Dorsa, La tradizione greco-latina, Migliaccio, Cosenza 1876, p. 44.
[3] Sino alla prima metà degli anni ’50 la Resurrezione avveniva al sabato mattina e non di domenica come oggi.
[4] Deriva dal latino mysterium che nel medioevo ha assunto il significato di “cerimonia” per confusione con ministerium (ministero).
La processione dei “Misteri” sono l’evento più coinvolgente della Settimana Santa. E’ il momento dell’incontro tra devozione e tradizione. A Corigliano il cuore di questa manifestazione sono l’Oratorio della Gghjìesiella e la piazza del Fondaco. Presiede i riti la Confraternita dell’Addolorata. I “misteri” esposti sono i simulacri di Cristo e della Madonna, degli Apostoli e di altri personaggi della Via Crucis. Sono statue di cartapesta, dovendo essere portate a spalla in processione, devono essere leggere. Il giorno del Giovedì Santo questa via Crucis percorre le principali strade del paese. Sfilano in corteo undici gruppi statuari del Sette-Ottocento, Cristo nell’Orto degli Ulivi, Cristo alla colonna, l’Ecce Homo, la Caduta di Gesù, la Crocefissione, la Deposizione. Il momento più toccante sono il passaggio del Cristo morto nella bara e di quello di Sua Madre, la Madonna Addolorata che l’accompagna. Il sacro corteo della Passione si raduna in piazza Cavour e da qui percorre la città fino a ru Carbaniji (l’oratorio del Calvario) da dove fa ritorno dove ha avuto inizio.
Un tempo, in occasione della processione del Giovedì Santo si usava fare ‘u‘ncanti, l’incanto. Questa parola deriva dal latino “ad quantum”, cioè “a quanto”. Si trattava di una sorta di contrattazione all’incanto, all’asta. Il miglior oblatore, cioè colui che faceva per devozione l’offerta maggiore, si aggiudicava il diritto di portare, o di fare portare, a spalla durante la processione del Giovedì Santo la statua o il gruppo statuario che si era aggiudicato. L’incanto non era pubblico ma era praticato in privato solo tra i confratelli della Congrega dell’Addolorata[1].
[1] Dal 1997, per disposizione vescovile, l’incanto non si pratica più.
I vattienti e ri sibburchi (I flagellanti e i sepolcri)
L’altra processione è quella del Venerdì Santo. All’alba, dalla chiesa di Santa Maria prende inizio la processione ‘i ri Vattienti, i flagellanti. Indossano un saio bianco. Camminano in un’atmosfera silenziosa con il capo chino coronato di spine, si flagellano. Sfilando per le strade, accompagnano un uomo, che porta sulle spalle una croce. E’ la salita al Calvario di Cristo.
La sera del Venerdì si svolge un’altra silenziosa processione, quella di fedeli. Assiepano le chiese per fare visita ai cosiddetti Sibburchi (sepolcri). A Corigliano, durante la visita ai sepolcri, per tutta la notte nelle chiese si fa la lettura del Vangelo della Passione di Cristo. Le chiese dove si deve andare a fare visita devono essere in numero dispari e almeno tre devono essere quelle da visitare. In ognuna di essa ogni fedele recita un Gloria, un Ave Maria e un Padre Nostro mentre
Si ritiene che quest’usanza si debba a San Filippo Neri. Nel 1552, in questo giorno, egli invitò i fedeli a visitare le sette chiese più importanti di Roma[1]. Anni dopo, nel 1704 il re di Napoli Ferdinando IV, nei giorni del triduo pasquale cioè nei tre giorni che precedono la Pasqua, quando i fedeli si recavano a fare l’adorazione alle sette chiese, proibì di usare cavalli e carrozze ma di andarci a piedi secondo una sequenza e un percorso ben definito[2].
Questa tradizione “dei sepolcri” pare però essere assai antica. Nella Calabria bizantina, il calendario liturgico ortodosso vuole che in corrispondenza della Pasqua avvenga la visita ai defunti. A San Demetrio Corone, dove questa tradizione si osserva, questo giorno è denominato Psychosàbbaton, ovvero “e Shtuna për Shpirt” (il Sabato delle Anime). Con l’espressione “E Shtuna e Shales” è indicata la settimana arbëreshe a ridosso della Quaresima dedicata ai defunti. Anche questa cerimonia rientra nel ciclo delle “feste mobili” in cui il giorno della ricorrenza varia proprio come la Pasqua nel calendario liturgico cattolico[3].
[1] Il numero sette qualcuno lo riconduce alle sette parole che Cristo pronunziò sulla croce (Padre, perdona loro; Oggi sarai con me nel Paradiso; Donna, ecco tuo figlio; Dio mio, perché mi hai abbandonato? Ho sete; È compiuto). Sette però sono anche le braccia del menorah, il sacro candelabro ebraico.
[2] Quest’usanza si diffuse a tal punto da aver generato a Napoli l’espressione ’o struscio a’ sebburchi espressione con la quale si indicava la visita ai sepolcri.
[3] Cfr. Adriano Mazziotti, Guret ҫё na fjasёn. Pietre che ci parlano, Porfidio Editore, San Demetrio Corone 2024.
‘A cullura e ru pisaturi (La ciambella e il pane intrecciato)
A Pasqua in tutta la Calabria, si preparano due pani speciali, ‘a cullura e ru pisaturi.
‘A cullura è una ciambella, di forma rotonda. Può essere ripiena di uvetta oppure intrecciata con uova sode. Quest’ultima era tradizione che fosse la futura suocera a portarla in dono. Se era farcita con sette uova era annuncio che un fidanzamento era prossimo al matrimonio. La cullura più grande s’annumina (si nomina cioè si dedica) al capo famiglia e si preparava con dodici uova[1].
‘U pisaturi è un piccolo pane allungato intrecciato. La forma ricorda quella di un bambino in fasce che al posto del viso ha un uovo. ‘A cullura viene data alle femmine, ‘u pisaturi ai maschi.
Paiono essere un’eredità del culto ebraico. Nella religione giudaica è tradizione preparare due varietà di pane intrecciato, leggermente dolce, la challah e la babka che ricordano molto ‘u pisaturi calabrese. Anche le sette uova con cui si farcisce ‘a cullura è forse un richiamo alla menorah, al candelabro a sette bracci della religione ebraica.
[1] Evidente è il richiamo al numero degli Apostoli.