
Fonte: Pagina Facebook “Vito Teti – Schegge di umiltà”
“La restanza riassume il partire e il rimanere: così come c’era mio padre che era partito per il Canada, così mia madre rimaneva nel paese ad aspettarlo. I termini sono inseparabili, si compenetrano e si comprendono solo insieme.
Negli ultimi tempi c’è stato più un desiderio di restare che di andare, si è superato il mito della città. Con la pandemia c’è un numero maggiore di persone che torna o vorrebbe tornare ma lo smartworking calato in un paese vuoto non fa altro che riproporre un modello urbanocentrico. E soprattutto, chi verrebbe a lavorare in un paese vuoto? Di che cosa vivrebbe? I paesi sono vuoti anche perché non hanno più i servizi, gli ospedali, le scuole. Ho paura che davanti a questa immagine edulcorata e retorica del tornare si possa consumare l’ennesima beffa nei confronti dei paesi e del Sud. “Ripopolare” è un termine complicato: non si ripopola nell’arco di due anni un luogo che si è spopolato in cento anni, in un Paese dove c’è una crisi demografica altissima. Si dovrebbero prima di tutto ricreare delle comunità che mettano insieme quelli che sono rimasti con quelli che ritornano e quelli che arrivano, gli immigrati. E assieme costruire modelli, pratiche economiche sociali e culturali per riabilitare i luoghi in maniera diversa dal passato, per renderli di nuovo centrali. Si ribalta il vecchio paradigma: non partire dal centro ma ripartire dai margini, dalle periferie, dai luoghi apparentemente vuoti. Perché i vuoti possano diventare pieni serve una grande idea politica, un progetto. Se si ristruttura un vecchio palazzo in un paese abbandonato e poi non verrà usato e la via rimane vuota abbiamo creato una nuova rovina, una rovina moderna. Bisogna partire non dai bisogni di chi vuole fare affari, ma da quelli delle persone, rispondendo alla vocazione economica ed emotiva di un luogo.”
Vito Teti