
di Giulio Iudicissa
Lascia, mio caro anno nuovo da poco arrivato, lascia che io ti chieda – perdona l’ardire – non proprio una grazia, un piccolo piacere. Non è quello che ti chiesi gli altri anni, quello che riguardava la politica, i partiti, la città. No.
Non mi permetto di chiederti tanto. Me lo hai già detto altre volte che su questi punti non hai autorità e competenza ed io ormai l’ho ben capito. Mi hai spiegato che ci vorrebbe una ‘magarìja’ e tu non fai di queste cose.
E, poi, mi ripeteresti quel che già vedo, sento e so: che politica, partiti e città son cavoli nostri e ce li dobbiamo sbrogliare o tenere. Va bene.
Allora, lascia, anno nuovo mio caro, che io di grazia, mi correggo, di piacere, te ne chieda un altro, non so se piccolo o grande. Fai tu. Ti chiedo un amico. Almeno un amico, col quale, nei prossimi vespri, parlare del meno e del più, un amico, col quale, tra ricordi, tanti, e speranze, poche, tener desta una lucina, ad evitar che l’animo, debilitato, irrimediabilmente ceda.