
di Rosella Librandi Tavernise
Sièti era l’elemento caratteristico del vicinato (gjitonia); te sièti, costruito di fianco alla porta di casa, ci si sedeva dopo avere finito i lavori domestici: per riposarsi, per prendere il sole nelle belle giornate d’inverno, per vedere i passanti, i quali, di tanto in tanto, si soffermavano per fare una chiacchierata.
Te siéti si veniva a sedere la vicina per parlare del più e del meno mentre sferruzzava o nettava il grano contenuto nella kufa (cestone di paglia intrecciata) posata sulle ginocchia; talvolta i tre o quattro posti della panca non erano sufficienti per accogliere tutte le comari (gjitònet) e allora il cerchio si allargava perché ognuna portava una seggiolina dalla propria casa. Quasi tutte le case avevano siètin presso la porta e, se questo mancava, ci si sedeva sui gradini della scala esterna che portava al piano superiore.
In certi paesi del meridione, sugli scalini della scala di casa ci si sedeva secondo una precisa gerarchia: sui primi scalini, in basso, si sedevano i bambini, dietro di loro le donne, più in alto gli uomini; alla persona più importante era riservato il posto più in evidenza.
Te sièti, quando era bel tempo, le ragazze si sedevano a ricamare i loro preziosi corredi e scherzavano e ridevano delle loro cose, dando anche un’occhiata di sorveglianza ai fratellini che giocavano nello spiazzo antistante (sheshi).
Sièti era un forte elemento di aggregazione e condivisione: si parlava dei fatti propri e altrui e dei problemi personali, cercandone insieme le soluzioni; si parlava di quello che succedeva in paese e si spettegolava pure. Non essendoci la televisione o internet, ci si concentrava sui propri affari e non su quelli di gente lontana e sconosciuta.
Ricordando siètin te dera i nanes (il sedile presso la porta di casa della nonna) rivedo mia nonna Marietta che parla con la vicina comare Carmenia, Ṣaṣaria che sferruzza con grande abilità e, più in là, sulla sua panca, compare Turi immobile e rigido come una statua.
Ogni tanto, proveniente da San Giorgio Albanese, a piedi, dopo avere attraversato colline e vallate percorse da torrentelli (non c’era ancora la strada rotabile che collega i nostri due paesi, Vaccarizzo e San Giorgio, costruita a metà circa degli anni ’50), veniva a riposarsi te sièti Burrit, Giorgio, detto vocanari. Giorgio era un tipo…originale: un perenne sorriso stampato sul tondo viso rubicondo, il cappello a falde mosce calcato sulla testa, in mano un lungo fuscello che, diceva, gli serviva per sgomberare il viottolo davanti a sé da eventuali animali. Dopo essersi riposato un po’, Giorgio andava a salutare comare Letizia, sua compaesana e, quando questa gli chiedeva: – Gio’, chi nova? – (Cosa c’è di nuovo? Che si dice?), egli rispondeva immancabilmente: -Eh! …u munnu è ‘mbrogliatu!- (Il mondo è in disordine, è sottosopra, c’è confusione). La lingua in cui egli si esprimeva era il dialetto acrese essendo Acri confinante con i nostri paesi; molti litirë scesi dalle montagne, infatti, stabilendosi nei paesi albanesi, continuavano a parlare il loro dialetto. Questo accadeva più di settanta anni fa; forse anche oggi, a questa fatidica domanda, Giorgio risponderebbe -Eh! …u munnu è ‘mbrogliatu!-.
La casa dei miei nonni è situata allo sbocco di Via Marina per cui è un punto di passaggio obbligato per chi sale ka Hjima cioè dalle terre che degradano verso la pianura, quindi vi passava la gente che tornava dalla campagna e, spesso, qualcuno si fermava un poco per riprendere fiato. Talvolta te sièti si fermava Fiorentino, accanito cacciatore: un ometto che viveva solitario con il cane e il fucile in una sua casupola te difiza. Difizet sono le soleggiate terre collinari che delimitano Vaccarizzo a Est, coltivate soprattutto a frutteti (un tempo difizet erano terre di proprietà del Comune perciò “difese”, tutelate; in seguito distribuite agli agricoltori). Fiorentino portava un panierino pieno di frutta fresca, ben confezionato, accompagnato sempre da un mazzolino di fiori da regalare a persone amiche.
In primavera, io salivo te sièti con in mano il barattolo di latta contenente acqua saponata e, immergendovi la cannuccia, facevo le bolle di sapone e, mentre queste volavano, mi divertivo a guardare le cose che vi si specchiavano.
Sièti era un elemento architettonico della casa, nasceva con essa, era un soggiorno all’aperto, espressione di una popolazione amante della compagnia, aperta alle relazioni interpersonali e cordiale. Ricordo tutte le panche di Via Skanderbek: oggi molte panche non ci sono più…davanti alle case dalle belle facciate colorate al loro posto ci sono eleganti fioriere. Dov’è la gente? Vive chiusa nei confortevoli soggiorni delle case ristrutturate, davanti alla televisione, a interessarsi di fatti che non li riguardano e ha sostituito siètin con il telefono e con tutti i moderni mezzi di comunicazione.
Oggi anche le case monofamiliari dei paesi, quasi tutte addossate le une alle altre a gruppi (shpi-rroqata), sono diventate come i tanti appartamenti dei palazzi delle città dove la gente vive isolata e ignorata perfino dai vicini, covando, talvolta, grossi problemi che nessuno conosce se non quando esplodono in tragedia.
Ho nostalgia della gjitonìa col suo chiasso e la sua vita.
Il problema dell’isolamento e il pericolo del vivere negli appartamenti è stato avvertito da Papa Francesco il quale ha raccomandato di “aprire” le porte, di incontrare le persone, di non vivere appartati ed è stato questo suo suggerimento a farmi ricordare siètin, cuore della gjitonìa, e gjitonìt della mia infanzia con tutto il loro carico di socialità e di umanità.