
1º: AVER DATO I NATALI A LEONARDO DA VINCI
Nella mia lunga frenetica passione per i viaggi in tutta Europa ho avuto modo di analizzare stili, modi di vivere, usanze, abitudini, consuetudini e preferenze alimentari, comparandoli con i nostri, convincendomi dell’indubbia supremazia italiana (avverto, non sono uno sciocco e sprovveduto nazionalista e non sventolo il tricolore ad ogni pisciata di gatto) dal campo della moda, a quello del Design industriale, della cantieristica navale, delle calzature e della varietà dei prodotti dell’offerta alimentare.
Per non parlare dell’unicità di formaggi come il parmigiano e la mozzarella apprezzati e richiesti in tutto il mondo come gioielli della gastronomia. Basti pensare alla monotonia delle specialità, una volta varcate le Alpi: Würstel, crauti, patate, e patate, e patate e di quel condimento di salsa di ciliegie e cipolle rosolate in padella e sfumate con la birra, da far venire il voltastomaco.
E non sto parlando solo di Austria, ma di Svizzera, e di Germania e di Danimarca, e di Polonia, e di Svezia, e di Cechia e di Slovacchia e di Norvegia, e di Belgio e di Olanda e di Gran Bretagna e… Non che la Francia brilli più di tanto con i suoi insipidi “potage” e con i suoi vantati “365” tipi di formaggi che, poi, si riducono tutti ad un unico cliché, il Camembert identico agli altri 364, con nomi diversi ma con la comune caratteristica di essere spalmabili. La Francia però deve all’italiana Caterina dei Medici, regina per aver sposato Enrico II re di Francia, l’innovazione di come si sta in modo civile a tavola, istituendo l’uso della FORCHETTA, l’aggeggio che poneva termine alla barbarie di afferrare con le mani la carne untuosa da mangiare. E non solo. Escogitò quell’attrezzo che si chiama BIDET, quello che solo noi italiani usiamo al mondo.
Il nome lo prese in Francia, come sinonimo di “pony” per via che ci si siede a cavalcioni, ma i francesi non lo adottarono mai quell’arnese che provvede all’igiene delle parti intime in modo efficace ed in… profondità. In Inghilterra manco a parlarne, alla Regina Vittoria. È proverbiale il termine che fu coniato appositamente per le ossessive regole moralistiche di quella regina, PUDORE VITTORIANO, per cui tutto ciò che riguarda il sesso, o gli organi genitali, e persino l’igiene intima era catalogata come immorale e peccaminosa, perciò le abluzioni intime erano da considerare invereconde. Un’altra regina, Cristina di Svezia, pare che limitasse la sua toilette mattutina a bagnarsi appena il viso, cioè fronte, occhi, guance e mento, evitando rigorosamente di coinvolgere collo e orecchie e, immaginiamo il resto. A proposito di ciò che caratterizza il mondo britannico il cui “aplomb” vuol far credere che tutto ciò che è english fa “style”, occorre fare alcune dissacranti rivelazioni.
In Inghilterra, nel lavabo del bagno ci sono, ovviamente, due rubinetti, destinati rispettivamente ad erogare uno acqua calda (hot water) e un altro acqua fredda (cold water), muniti però, ciascuno, di un suo beccuccio erogatore. A parte la confusione linguistica involontaria e sviante, quei rubinetti forniscono sì acqua calda ed acqua fredda, ma guai ad immaginare di poterle miscelare in modo da ottenere quella tiepida, essendo in grado di erogare in modo separato. La miscelazione potrete ottenerla solo tappando il foro di scarico e riempiendo il lavabo della giusta quantità ritenuta necessaria per potere, poi, con le mani a “coppetta”, attingerne per sciacquarvi e risciacquarvi il viso con lo stesso “sugo”. Inorridite, quell’acqua viene attinta da quel lavabo in cui spesso si sputa e chissà che cos’altro ancora si fa. E dire che la chiamano… acqua corrente (tap water). Ed ora vi faccio scompisciare dal ridere. Premetto che essendo io ingegnere, come tutti gli ingegneri e tutti gli architetti, nei progetti, per indicare il vano bagno ho usato la sigla inglese WC (water closet). Sbarcato a Dover all’imbrunire, decisi di pernottare in un modesto alberghetto onde affrontare l’indomani, a mente fresca, la novità della guida a sinistra. La camera era priva di bagno. L’indomani, mi affacciai al corridoio e chiesi ad una donna delle pulizie: “please, water closet”. E lei: “sorry, i don’t understand“. Ed io: “water closet”. “Sorry”. Poi, finalmente, trionfante, credendo di aver capito, trae da un armadio e mi porge un asciugamano. Son dovuto ricorrere a mimare i gesti di chi effettua un bisogno corporale e, finalmente, mi indica la porta del bagno gratificandomi della lezione: “in English, toilette”. Ecco dove può portare l’eccesso di anglofilia di cui, spesso, siamo affetti noi italiani, e mi riferisco a quelli che per darsi un contegno British rispettano il rito del Tè alle cinque. “Ah, terribili cinque della sera!”. Quell’ora canonica in cui ogni inglese abbandona qualsiasi incombenza per onorare l’impegno che rende tutti un po’ aristocratici. Nel settembre del 1943, transitava davanti a casa mia, a CORIGLIANO Calabro, l’8ª Armata inglese. Verso le cinque della sera si ferma una camionetta ed un militare scende dal posto di guida e con in mano una tazza metallica di ordinanza, armeggiando sotto il radiatore, apre un rubinetto e riempie la tazza con acqua caldissima che a noi sembrava Tè, ma Tè non era ancora. Infatti lo vedemmo aggiungere poi quelle foglioline nerastre che gli procurarono quel paradisiaco infuso che sorseggiò lentamente ad occhi socchiusi. E il primo colore di quell’acqua? Era dovuto alla ruggine del circuito di raffreddamento dell’acqua del motore. “DIO SALVI IL RE” … e la Regina. Ma fatemi raccontare cosa mi è successo in AUSTRIA. In un ristorante di Klagenfurt, a fine pasto, ho chiesto al cameriere: “bitte, ein strudel”. -“nichts verstehin” (non capisco). Resto di stucco, io che negli anni di studio a Trieste avevo apprezzato quel dolce che, nel nome, rivela un antico retaggio austriaco nella città giuliana dove è tuttora chiamato STRUDEL. Insisto, aiutandomi con i gesti, a pronunciare strudel, seguito da “gnam gnam”. Niente, “nichts verstehin”. Finalmente, dopo reiterati tentativi aprii una breccia nel cervello di quel crucco che, finalmente, in deroga alla rigida ferrea osservanza della sua pronuncia, aveva infine capito che avevo chiesto uno strudel, ma avevo pronunciato quella parola come si scrive mentre, foneticamente, suona S H T R U D E L. Sentite, invece, cosa mi è successo in GERMANIA. Attraversavo, in macchina, un piccolo centro urbano. Era sera e decisi di cercare un albergo per la notte. Rallento e affiancandomi al marciapiedi chiedo ad un passante: “bitte, Hotel”.
-“nichts verstehin”.
Insisto: Hotel
-“nichts verstehin”.
Consapevole della lentezza mentale di chi è privo di fantasia, con la guancia adagiata sulla mano aggiungo:
-“schlafen” (dormire)
– “Ah, hhhhhhhotel? Non avevo pronunciato, nella rigorosa correttezza teutonica, quella H aspirata come un fruscio di frasche. Ed oggi, col senno dei miei novantadue anni, non mi posso astenere dal riesumare un mio vecchio ricordo degli anni di guerra. Era il 1943 e un soldato tedesco in una camionetta in ritirata, in transito a Corigliano, mi chiese : Tarànto. Io avrei dovuto, con la stessa ed ostentata precisione germanica, dire: NON CAPISCO. Invece, con elasticità mentale tutta mediterranea, feci cenno con la mano di proseguire dritto. Ed ora fatemi raccontare cosa mi capitò in SVIZZERA. Attraversavo, lentamente, in macchina, il centro di una cittadina che si chiama Arau. Un cane trotterella al mio fianco sul marciapiedi, a pari velocità. Arrivati nei pressi delle strisce pedonali il cane accelera e, precedendomi, comincia ad attraversare la strada, lentamente, ostentando, consapevolmente, quel diritto di precedenza che si era conquistato. È semplicemente terrificante il dover riconoscere sin dove arriva l’eccesso di efficienza e di mania di ordine ad ogni costo. Se lì son riusciti ad istruire persino i cani sul rispetto delle regole della circolazione, come non si può inorridire al pensiero di come siano arrivati a condizionare le persone che, a pensarci, sono state assimilate a bestie da programmare come automi. Qualcuno magari troverà decente ed utile questa tipologia educativa ma, consentitemi, vi prego, di non sopportare queste pignolerie che giocano a tutto svantaggio della libera volontà di ognuno di eccedere in alcuni comportamenti, sempre, beninteso, nei limiti del rispetto dell’altrui voglia di eccedere. Per quanto mi riguarda, lasciatemi trasgredire a modo mio e, a modo mio, concedetemi di avvalermi della mia facoltà di “libero arbitrio” e di considerarmi un uomo e non un … cane.
Ernesto Scura

P.S.
PRIMATI ITALIANI
– Primi al mondo nella produzione di ELICOTTERI CIVILI
-Primi al mondo nell’industria FARMACEUTICA
-Primi al mondo nella produzione di PASTA ALIMENTARE
-Primi al mondo nell’export della MODA
-Primi al mondo nel DESIGN DI QUALITÀ
-Primi al mondo nella produzione di OCCHIALI DA VISTA E DA SOLE
-Primi al mondo nella CANTIERISTICA NAVALE
-Primi al mondo nella produzione di VINI
-Primi al mondo nella produzione di APPARECCHI DI COTTURA
-Primi al mondo nella produzione di APPARECCHI MEDICALI
-Primi al mondo nella produzione di CALZATURE SPORTIVE
-Primi al mondo nel settore delle ENERGIE RINNOVABILI
-Primi al mondo nella produzione ed EXPORT DI APPARECCHI
ULTRAVIOLETTTI E INFRAROSSI
IERI ERAVAMO:
-Primi al mondo nella produzione di COMPUTER (OLIVETTI)
OGGI:
Non siamo nemmeno ultimi, grazie alla gestione della OLIVETTI da parte di Carlo De Benedetti siamo spariti dal settore telematico
ALCUNI PRIMATI IRREVERSIBILI:
-IL PIÙ ANTICO OSPEDALE AL MONDO: Santa Maria Nuova a Firenze
-LA PIÙ ANTICA UNIVERSITÀ AL MONDO: Università di Bologna
-LA PIÙ ANTICA BANCA AL MONDO: Monte dei Paschi di Siena
-IL PIÙ ANTICO CANTIERE NAVALE AL MONDO: Cantiere navale Camuffo di Portogruaro
-IL PIÙ ANTICO TEATRO LIRICO AL MONDO: Teatro San Carlo di Napoli
-LA BIBLIOTECA PIÙ ANTICA DEL MONDO: Biblioteca capitolare di Verona
-L’OROLOGIO PIÙ ANTICO DEL MONDO: Campanile di Sant’Andrea a Chioggia
-IL QUADRO AD OLIO PIÙ ANTICO DEL MONDO: La crocifissione di Bardi nella Pinacoteca di Savona