
’A PUTIGA ’I ZA MARIA SAPIA SCORZAFAVE
Nella mia famiglia le donne, nel tempo, hanno avuto un ruolo importante nel settore del commercio e dell’artigianato. Sono riuscite, alcune per brevi periodi, altre per molti decenni, a coniugare, con spirito di sacrificio, gli impegni domestici ed educativi con quelli del lavoro, dedicandosi con particolare devozione ad alcune attività commerciali ed artigianali.
Erano donne di una volta, semplici e determinate, forti e dolci, che, in un difficile contesto sociale, rinunciando, spesso, a qualsiasi tipo di svago,

hanno saputo affrontare e risolvere i molteplici problemi che la vita inevitabilmente presentava loro. Le ricordo brevemente.
Zia Teresa (1922 – 1982), sorella di mio padre, ancora ragazza era già considerata ’a mastra ’i cusiri ’i ru Fuossi Bianchi (la maestra del cucire del Fosso Bianchi). Emigrata in Argentina, nel 1950, diventava el profesor de costura de Cevallos (la maestra del cucire di via Cevallos);
Anni ’60 – Teresa Scorzafave
una gran brava sarta nel realizzare vestitini per bambini e tailleur per signore. Tra la metà degli anni ’50 e quella degli anni ’60, la sua attività artigianale avrà molto successo, acquisendo una numerosa clientela; tra le sue allieve, anche la famosa stilista Elsa Serrano, all’anagrafe Elsa Romio, tragicamente scomparsa nel settembre del 2020. La zia lavorerà con grande dedizione e smisurata passione per soddisfare le esigenze dei clienti fino ai suoi ultimi giorni di vita terrena.
Un’altra zia, Carolina Diomiaiuta (1927 – 2010), moglie di uno dei fratelli di mio padre, Antonio Umberto, ha gestito con saggezza, dalla seconda metà degli anni ’60 fino a quella degli anni ’80 del secolo scorso, una bottega di merceria in via Roma n. 124 (1).
Anni ’80 – Carolina Diomiaiuta
Era un punto di riferimento per tutte le donne che amavano ricamare e che volevano apprendere le principali tecniche di questa particolare arte per impreziosire e personalizzare capi d’abbigliamento, soprattutto quelli di biancheria. Lei stessa, nella sua bottega, eseguiva raffinati lavori di ricami e sarà la maestra di tante ragazze. Col tempo, questa bottega di mia zia era diventata, in qualche modo, una piccola scuola di ricamo.
Un’altra mia zia, Maria (1928 – 2018), sorella di mio padre, ha gestito, insieme al marito, Francesco (Ciccilli) Longo, dalla metà degli anni ’70 e fino alla dipartita del suo sposo, il famoso e antico negozio “Tessuti Longo”, in via XXIV Maggio n. 3. È stata una donna straordinaria; proverbiale la sua gentilezza nei confronti dei clienti, che ancora oggi la ricordano con affetto e grande stima. Dopo la dipartita del marito, continuerà, insieme alla figlia, Carmelina, a gestire l’attività commerciale. La condurrà sino alla fine dello scorso millennio.
Anni ’50 – Maria Scorzafave
Poi, mia madre, Demetrina Montalto (1923 – 2012), una donna che dedicherà 50 anni, forse ancora di più, della sua vita a varie attività commerciali; tra queste, la gestione del famoso Bar La Castagna, a Piano Caruso, e del Bar Ariella, insieme a mio padre e al mio adorato
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[1] Le Botteghe di una volta a Corigliano, Volume 2° p. 74
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fratello, Giorgio. È stata una donna dal cuore grande e generoso, forte e tenace nel carattere, che del lavoro e della famiglia ha fatto sempre la sua unica e vera ragione di vita. Ancora oggi, nonostante siano passati tanti anni, è rimasta nei cuori di molti Coriglianesi, che la ricordano affettuosamente come la “signora i ru bar i l’Ariella”.
Anni ’40 – Mia madre
Infine, zia Maria Sapia (1918 – 2008) (2), la moglie di un altro fratello di mio padre, Salvatore, che gestirà prima in via Roma n. 40 e poi nel Largo Curti n. 2 (a ru fuossi Bianchi) una bottega di generi alimentari. È proprio a lei che oggi dedico queste poche righe con umiltà e con grande devozione, nella speranza che resti per sempre nei cuori di chi ha avuto il privilegio di averla conosciuta ed amata, come me.
Anni ’50 – Maria Sapia
Prima, però, di descrivere le botteghe di zia Maria Sapia, mi sia consentito descrivere l’attività commerciale precedente di via Roma n. 40, un “generi alimentari” gestito, negli anni ’50 del secolo scorso, da un certo ’Ntonio ’i Cola (3), un uomo non eccessivamente alto, di mezza età, leggermente claudicante, dotato di particolari capacità di relazionarsi con la gente.
Nonostante godesse di molta simpatia da parte dei suoi clienti, per il suo carattere un po’ superficiale e poco attento all’igiene della bottega non raggiungerà grandi successi commerciali. Tutt’altro.
Si trattava di un esercizio commerciale di generi alimentari molto fornito. C’era di tutto. Pur potendo, però, partecipare all’oscar dell’assortimento dei prodotti di prima necessità, di certo non aveva i necessari e indispensabili presupposti per partecipare a quello dell’igiene.
Infatti, i pani non coperti e accatastati uno sull’altro su un tavolo, in un precario stato di equilibrio, al punto che, non di rado, doveva recuperarne
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[2] Maria Sapia, all’anagrafe anche Vincenza, era nata a nel vicino paesino di San Cosmo Albanese, il 27 novembre del 1918; aveva sposato un fratello di mio padre, Salvatore, il 2 luglio del 1939. Cessava di vivere il 9 aprile del 2008
[3] Probabilmente il nome era Antonio Le Pera
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qualcuno caduto per terra, pezzi di mortadelle e di provoloni in tranci cilindrici, spesso, alla mercé delle mosche e mosconi, e qualche immancabile filo di polvere sugli scaffali a fare da contorno ai prodotti alimentari e alle bevande davano l’idea di una bottega gestita con scarsa attenzione nei confronti delle politiche sanitarie.
Ciò, in verità, non costituiva, per quei tempi, un fatto particolarmente rilevante; basti pensare alle cattive abitudini dei gestori delle macellerie, che esponevano appesi, proprio all’ingresso dei loro locali, quarti di bovini, maiali e agnelli appena macellati e gocciolanti di liquidi organici, per capire il contesto generale che regnava indisturbato negli esercizi commerciali negli anni ’40 e ’50 del secolo scorso.
Appena dopo l’ingresso della bottega ’i zu ’Ntonio ’i Cola, il cliente veniva attratto da un particolare profumo proveniente dal contenuto di due robuste scatole in legno prive di coperchio: la prima conteneva sarache (aringhe) sotto sale, disposte per strati circolari con le code rivolte verso il centro del contenitore, la seconda, invece, placche di baccalà ricoperte di sale; erano considerati cibi poveri, ma nutrienti e facili da conservare.
Al centro della stanza, padroneggiava, in legno massello, un bancone di servizio, sul cui piano orizzontale c’era una bilancia a due piatti, l’affettatrice manuale, una serie di barattoli di vetro, quelli a bocca larga, contenenti leccornie e fogli di carta spessa e ruvida per avvolgere alimenti.
Ai piedi del bancone, appoggiati per terra, sostavano aperti sacchi di juta pieni di fagioli, di ceci, di lenticchie, di fave secche e di carrube. Spesso toccava ai ceci e alle fave secche di essere in balia di continui assaggi da parte di certi clienti, che, nonostante comprassero solo un pezzo di pane, non esitavano un momento ad allungare la furtiva mano.
Infine, delle scaffalature appoggiate alle pareti, contenenti ogni tipo di generi alimentari, completavano l’arredo della bottega.
’Ntonio ’i Cola gestirà questa bottega di via Roma fino alla prima metà degli anni ’60 del secolo scorso; poi, per la clientela che diminuiva sempre di più, sarà costretto a chiudere bottega e ad emigrare in Germania (4).
Erano trascorsi pochi mesi dalla chiusura di questa bottega, quando, su consiglio del fratello Pasquale Sapia, uno dei più noti grossisti di olio d’oliva del territorio, mia zia Maria ne riapriva i battenti, vendendo, però, solo olio al dettaglio e all’ingrosso.
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[4] Emigrerà in un paesino vicino a Stoccarda
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Col garbo e la gentilezza, che contraddistinguono in particolare le donne albanesi, mia zia, durante la giornata, spesso seduta su una sedia alta e comoda, prelevava con un lungo mestolo dai grossi zinni (5) l’olio richiesto dai clienti per versarlo nelle loro bottiglie; ancora la filosofia del “vuoto a perdere” non aveva preso piede da noi.
Quando capitava che il cliente faceva richiesta di una quantità di olio inferiore alla capacità della sua bottiglia, la Sapia, dopo aver dato la giusta misura, con un dolce e sincero sorriso, e una parte del suo cuore, ne aggiungeva ancora un po’, dicendo “a bbona misura”. Era un ulteriore gesto di gentilezza e di generosità della zia.
Dopo qualche mese, per il buon successo raggiunto da questa semplice attività commerciale, mio zio Salvatore, grande lavoratore, uomo con una carica di umanità fuori da ogni norma, sempre pronto al dialogo e all’ascolto, convinceva la moglie a vendere nella bottega altri prodotti di generi alimentari. Si trattava di una decisione saggia e opportuna, perché ben presto darà a questo nuovo esercizio commerciale il giusto decoro che, purtroppo, era mancato durante la gestione ’i zu’Ntonio ’i Cola.
Così, la bottega, una stanza molto grande, di forma quasi quadrata, veniva arredata con una robusta scaffalatura in legno massello, un nuovo bancone, anch’esso in legno, e una vetrinetta. I primi prodotti che la zia inseriva erano i generi alimentari di prima necessità, poi, in un secondo momento, i detersivi per il bucato, gli igienizzanti e altri prodotti per la pulizia. Infine, una discreta gamma di latticini, ricotte, mozzarelle, formaggi freschi e stagionati, e degli ottimi salumi calabresi completavano i prodotti in vendita nell’esercizio commerciale di via Roma n. 40.
Si trattava di una bottega di generi alimentari, forse, meno fornita rispetto a quella di ’Ntonio ’i Cola, ma di certo più ordinata e accogliente, dove il profumo del pulito e quello particolarmente aromatico dell’olio di oliva, che si sprigionava durante l’apertura dei grandi contenitori di latta, erano i biglietti da visita per una bottega che faceva dell’igiene e della qualità un motivo primario e fondamentale.
Col passare del tempo, il nuovo esercizio commerciale della zia acquisiva una numerosa clientela, grazie anche alla collaborazione di colui che aveva avuto l’idea di trasformarlo in un “generi alimentari”, suo marito. Infatti, mio zio Salvatore, nonostante svolgesse un lavoro impegnativo e faticoso
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[5] Erano dei grandi contenitori di latta resistente, a forma cilindrica
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nel campo dell’edilizia, la sera era sempre lì, accanto alla moglie, per darle una mano. Il suo era un gran gesto d’amore nei confronti della sua sposa, che oltre all’impegno dell’attività commerciale doveva avere cura di quello familiare. E non era poco.
Per alcuni clienti, diventava un’abitudine passare, sin dall’inizio dell’apertura dell’attività commerciale, dalla signora Maria per comprare il pane appena sfornato, caldo e fragrante, il cui profumo si diffondeva in ogni angolo della bottega. Non si trattava solo di avere del pane fresco a casa, ma era anche un modo per scambiare un cordiale saluto con la gentilissima zia ed iniziare al meglio il nuovo giorno.
Tra questi clienti, non mancavano le massaie, che, durante gli acquisti quotidiani, trovavano sempre un buon motivo per scambiare due chiacchiere con la consenziente zia, sempre cordiale e accogliente verso tutti.
Anni ’60 – Salvatore Scorzafave
E quante volte, poi, durante la giornata, come un mistero, appariva all’improvviso un paniere di vimini (nu panari) appeso, tramite il manico, ad una corda e sospeso in aria, leggermente dondolando, davanti alla porta della bottega, accompagnato da una voce vivace e confidenziale dall’alto: “Marì – Marì”!
Si trattava di una semplice richiesta di generi alimentari da parte di qualcuno che abitava sopra la bottega; in breve, un antico e singolare modo della “spesa a domicilio”. E Maria, a seconda della forma del paniere, ma anche dal tono di voce, capiva cosa doveva mettere dentro questo cesto di vimini; storia di altri tempi, quando le lancette dell’orologio degli uomini giravano più lentamente e, talvolta, si fermavano per dare spazio ai sentimenti e ai valori veri, quelli dell’amore e del rispetto verso il prossimo.
Oggi, invece, assistiamo al frastuono e alla fretta di andare non si sa dove; neanche più le parole trovano il momento giusto di ascolto, si affollano l’una sull’altra, perdendo il loro vero significato; ne sono testimonianza gli incontri frettolosi e occasionali che ci capitano con vecchi amici nelle nuove e moderne botteghe, quelle senz’anima, i supermercati.
Ritorno, per non uscire fuori dal seminato, alla bottega della zia.
Gli affari per zi Mari Vicenza – così la chiamavo – pur modesti non andavano male; l’unico problema restava la distanza tra la sua attività commerciale e la casa, che, purtroppo, non le consentiva di svolgere in modo ottimale entrambi gli impegni, cioè quelli domestici e quelli commerciali.
Così, dopo pochi anni, approfittando di un locale libero a ru Fuossi Bianchi, Largo Curti n. 2, la zia trasferiva il suo esercizio commerciale in questo nuovo locale, a quattro passi da casa sua. Era un’ottima soluzione.
Nonostante ciò, questa nuova bottega resterà aperta solo per un brevissimo periodo; poi, la zia si dedicherà, a tempo pieno, alla famiglia con tutto l’amore di sposa e di madre.
Così terminava l’esperienza, pur breve, nel settore del commercio di Maria Sapia, un’esperienza segnata dalla buona volontà nell’affrontare con sacrifici e rinunce i vari problemi che, inevitabilmente, si ripercuotevano sulle famiglie numerose, in un periodo di grave crisi economica, come quella degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso.
Ancora oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, mi capita di incontrare persone, con molte primavere sulle spalle, ma con una memoria ancora lucida, che si ricordano della bottega della zia, descrivendola come la bottega dove si respirava, oltre al profumo genuino dell’olio d’oliva racchiuso in quei grandi contenitori (zinni), quello della grande cortesia di una donna, che col sorriso stampato sul volto e l’accoglienza nel cuore si rendeva unica e speciale nella gestione di una semplice bottega di generi alimentari (6). E questo, oggi, a distanza di tanto tempo, non può che inorgoglirmi ancora di più. Grazie, zia.
(Tratto dal 5° Volume de ”Le Botteghe di una volta” a Corigliano)
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[6] In via Roma n. 40, dagli anni ’70 fino agli anni ’90, c’è stata la macelleria di Damiano Rocco, noto come ‘u Gghjegghji. Dopo, e fino al 2006, ci sarà la bottega di generi alimentari di Antonio Ferrari