
’A RIFICERIA ’I RA FAMIGGHJA QUINTIERI
Una delle oreficerie più antiche di Corigliano era quella della famiglia Quintieri, in via Alfredo Tricarico n. 25, già via degli Orefici, per la presenza un tempo di alcune botteghe di orafi in questo breve tratto di strada che ’i ra Gghjazza (da piazza Vittorio Emanuele) va fino a ru Fùnnichi (al Fondaco, attuale piazza Cavour).

L’aveva aperta nel lontano 1865 Luigi Quintieri (1), che da un paesino della provincia di Cosenza, Aprigliano, si era trasferito quell’anno a Corigliano.
Si trattava di un attrezzatissimo laboratorio dove, oltre alla vendita di gioielli in oro e in argento, si realizzavano riparazioni e modifiche di oggetti preziosi, spesso commissionate da persone benestanti. Era un lavoro di alta precisione, che il bravo Luigi eseguiva esclusivamente a mano, utilizzando tecniche particolari con attrezzi e utensili speciali.
Giovane serio e preparato, dalle grandi qualità professionali ed umane, in breve tempo godrà di una forte popolarità soprattutto negli ambienti dell’alta borghesia locale, diventando il più noto orafo della città.
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1 Luigi Quintieri, figlio di Tommaso e di Carmela Rizzo, era nato il 1832. Il 21 febbraio del 1867 aveva sposato Maria Giuseppa Isabella Persiani, nata il 1844, figlia di Francesco e di Mariantonia Caracciolo. Appena sposati, Luigi ed Isabella andarono ad abitare nel palazzo della famiglia Persiani, in via Costantinopoli, attualmente via Luigi Palma. Il nome del Quintieri è legato anche alla realizzazione del Cimitero della nostra città. Infatti, l’11-11-1881 viene approvato dal Genio Civile di Cosenza il progetto per la realizzazione del Camposanto sul sito denominato Varìe (noto come zona Ciciriello) di proprietà proprio di Luigi Quintieri, che per la cessione del terreno riceverà dal Comune di Corigliano Calabro la somma di lire 14.000 e qu.li 50 di legna (fonte: Storia di Corigliano Calabro di Enzo Cumino).
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Il 15 novembre del 1868, sua moglie, donna Isabella Persiani, dava alla luce il primo figlio, Giuseppe. Un bambino vivace e intelligente, che sin da piccolo dimostrava una buona attitudine verso l’arte dell’orafo.
Così, un po’ perché molto attaccato al padre, un po’ per questa sua innata vocazione, frequentava assiduamente la bottega dell’allora via degli Orefici, imparando dopo alcuni anni le tecniche per la lavorazione dell’oro e di altri metalli preziosi, come l’argento, in particolare quella a cesello.

Giuseppe Quintieri
Con uno scalpellino riusciva a realizzare sui medaglioni in metallo argentato qualsiasi forma di disegno, specialmente gli stemmi nobiliari.
Non ancora diciannovenne, il 17 febbraio del 1887, per l’improvvisa scomparsa del padre, Giuseppe era costretto ad affrontare una situazione alquanto difficile.
Alla gestione della bottega doveva aggiungere anche quella di svolgere le funzioni di capofamiglia, in quanto, oltre a Francesco, diciottenne, che intanto si era iscritto alla Facoltà di Zooiatria (Facoltà di Medicina Veterinaria), gli altri fratelli erano appena ragazzini: Tommaso undici anni, Giovanni sette, Alfonso sei ed Eugenio appena quattro.
Pertanto, rimboccandosi le maniche e con grandi sacrifici, mandava avanti, insieme alla madre e alla sorella quindicenne, Filomena, la famiglia e la bottega.
Intanto, Alfonso, ancora ragazzo, sotto la sapiente guida del fratello Giuseppe, imparava le prime tecniche per la lavorazione dei metalli puri. Così, agli inizi del secolo scorso, l’oreficeria di via degli Orefici per la cordialità, la finezza e la professionalità dei fratelli Quintieri era considerata una delle migliori del territorio.

Alfonso Quintieri
Nel 1908, però, la famiglia Quintieri veniva colpita gravemente nei suoi affetti più cari. Dopo la perdita del capofamiglia Luigi e di due sue figlie in tenera età, Maria Rachele nel 1879 e Alfonsina nel 1880, il 21 giugno del 1908 passava a miglior vita il secondogenito di Luigi Quintieri, il trentanovenne Francesco (Ciccilli), veterinario del Comune di Corigliano,
nonché membro della Commissione Ippica e del Consiglio sanitario della provincia di Cosenza.
Appena tre mesi dopo, il 14 settembre, anche la nobildonna Isabella, dopo due anni di grandi sofferenze, volava in cielo (2).
Questi gravi lutti colpivano la famiglia Quintieri, che saprà reagire con l’unità e la concordia.
In particolare, Giuseppe ed Alfonso, dimostrando sempre di più una grande serietà nell’ambito del loro lavoro, nei primi mesi del 1913 ristrutturavano il locale di via degli Orefici con un nuovo arredamento, dando al vecchio laboratorio un nuovo aspetto, trasformandolo in una bellissima oreficeria. A tale proposito, così un quindicinale di quell’epoca scriveva: I sigg. Fratelli Quintieri hanno migliorata ed accresciuta la loro Oreficeria con tale eleganza e buon gusto da farci ricordare proprio la via Toledo di Napoli.
Tra i clienti più importanti dell’oreficeria c’erano i membri della famiglia Compagna; in particolare, sarà il barone Guido, nell’agosto del 1918, a
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2 Un articolo de Il Popolano n.18 del 29-6-1908, per la dipartita di Francesco Quintieri: “Dinanzi alla tomba tanto lacrimata ogni parola viene meno. Perché egli era uno di quelli che rappresentano la parte migliore del nostro paese… Addio, dottore benemerito; addio gentiluomo, cittadino, amico impareggiabile!…” E di donna Isabella: “…Amante del prossimo, come di se stessa e della prole, caritatevole agli afflitti secondo il precetto di Cristo, tutta cuore, tutta modestia, tutto sorriso celestiale, … Ebbe gli onori funebri che meritava. Aprivano l’imponentissimo corteo: la banda cittadina in grande uniforme, la congrega della Grazia e i tre cleri. Il feretro bellissimo, di cui reggevano i cordoni i Sigg. Orazio Barone Abenante, Giacomo Cav. Uff. Garetti, Consigliere Provinciale, Ferruccio Ferrari, nostro benemerito Ricevitore del Registro, Attilio avv. Cimino, era seguito dagli egregi cinque figli dell’estinta, sigg. Giuseppe, Tommaso, Giovanni, Alfonso ed Eugenio e dai degnissimi nipoti, sigg. Francesco e Muzio Graziani, tutti compresi di estrema mestizia e riverenza, e infine da un fitto stuolo di cittadini di ogni grado, silenziosi e commossi. Molte e distinte le corone; chiusi i negozi e le botteghe, generale il compianto. Tributo degno della virtù di cui la signora Isabella fu splendida espressione.”
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battezzare la piccola Isabella, figlia di Giovanni Quintieri e futura sposa del medico Francesco Policastri.
Intanto, l’oreficeria acquisiva sempre di più nuovi clienti, diventando anche un luogo d’incontro di personaggi benestanti della città.
Sarà una collaborazione perfetta quella tra i due fratelli, fino alla fredda giornata del 17 febbraio del 1938. In quel giorno, appena dopo le ore dodici, il povero Giuseppe, sessantanovenne, veniva colpito mortalmente da un infarto, proprio mentre stava all’interno dell’oreficeria.
Così, come era successo per Giuseppe nel lontano 1887, anche Alfonso si ritrovava da solo a gestire l’oreficeria. Lo farà con serietà ed impegno, fino agli inizi degli anni ’50, cioè fino a quando sarà il figlio Eugenio a prendere le redini dell’antica e prestigiosa bottega del nonno (3).
Iscritto presso l’università di Roma al corso di laurea di Economia e Commercio, Eugenio, allo scoppio del secondo conflitto mondiale, interrompeva gli studi perché si arruolava volontario nell’esercito italiano per difendere la Patria. Partecipava, col grado di tenente, distinguendosi per meriti, alle varie fasi di questa guerra ingiusta e cruenta. Furono anni difficili per il giovane soldato, vissuti nel terrore e nella disperazione nel vedere tanti suoi soldati cadere sui campi di battaglia.

Eugenio Quintieri
Terminata finalmente la guerra, gli veniva offerta l’occasione di un ottimo impiego presso la BNL di Roma (Banca Nazionale del Lavoro), un impiego onorevole, per quegli anni, in una delle più belle città del mondo. Senza alcuna esitazione, accettava.
Ma ben presto iniziava a nutrire dentro di sé qualche dubbio. Stare lontano da casa e fare la vita da impiegato non erano le sue massime aspirazioni, per cui, dopo due anni di vita romana, decideva di fare ritorno nella sua città d’origine, iniziando a collaborare col padre nella gestione dell’antica oreficeria di famiglia, un locale accogliente e bene arredato, con una
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(3) Eugenio Quintieri, all’anagrafe anche Antonio e Teodoro, era nato il 9 novembre del 1920
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bellissima finestra panoramica che si apriva all’immensa pianura di Sibari, uno vero spettacolo della natura.
Solo il tempo di acquisire una buona esperienza e, ai primi anni ’50, diventava titolare della prestigiosa oreficeria di via Alfredo Tricarico.
Nel 1952, Eugenio partecipava anche alla competizione elettorale della città, presentandosi in una lista civica di centro-destra, guidata dal barone Raone De Rosis Morgia (4).
Non sarà per lui una bella esperienza, perché allora, più di oggi, per fare politica non ci voleva solo passione ed entusiasmo, ma anche scaltrezza e, a volte, una certa attitudine a sopportare situazioni ambigue, condividendole a prescindere. Ed Eugenio non era tutto questo, cioè come si suole dire non era “tagliato” per la politica.
Dal carattere buono e conciliante, sarà sempre pronto al dialogo e all’ascolto, dimostrando sempre grande disponibilità nei confronti di tutti. In breve tempo, il bravo Eugenio trasformerà quell’oreficeria, che nel passato si rivolgeva soprattutto a clienti dell’alta borghesia, in un’oreficeria che accoglieva anche coloro che benestanti non erano, ma che dalla loro umiltà facevano un grande valore.
Tra questi ultimi clienti, c’erano specialmente le mamme, quelle che dovevano comprare un paio di fedi nuziali ai figli che si sposavano o qualche catenina d’oro ad una nipotina o ancora altri oggetti d’oro o d’argento non molto costosi.
Non mancavano le volte, poi, che il buon Eugenio faceva credito a coloro che non avevano al momento la possibilità economica di pagare la merce, annotando su un quaderno con la copertina rigida i crediti da incassare.
Quasi sempre il debito veniva onorato, soprattutto dalle persone umili, mentre altre, che umili non erano, abusavano della bontà di Eugenio. Ma questo era il commercio di allora, fatto di luci, ma anche di ombre.
Eugenio, per queste persone umili, non era solo l’orefice di fiducia, ma anche un uomo al quale rivolgersi per avere consigli.
Si rivolgevano a don Genii – così lo chiamavano – per chiedergli di scrivere una lettera ad un familiare emigrato in Germania o in altri paesi o, qualche volta, anche per chiedere un piccolo prestito finalizzato all’acquisto
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(4) Sarà eletto con 2212 voti (risultato ottenuto dalla somma dei voti di preferenze con quelli della lista) e farà parte del consiglio comunale insieme al capolista, al medico Antonio De Caro, all’imprenditore Gabriele Gallina e all’avvocato Giovanni Cimino
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di beni di prima necessità (pasta, pane, latte…). Poi, addirittura, e in questo caso erano soprattutto ancora le mamme, c’era chi gli chiedeva con molta discrezione anche un parere sul futuro sposo di una figlia, tanta era la stima e la fiducia nei confronti del Quintieri, sempre pronto ad ascoltare, a dare buoni consigli, mettendosi sempre dalla parte dei bisognosi.
Nell’oreficeria di via Alfredo Tricarico si trovavano oggetti preziosi delle migliori marche; tra tutti, c’erano i famosi orologi di alta precisione, prodotti in Svizzera, della Eberharde & C. (5) e quelli della Longines. Per l’argenteria, invece, c’era la Boggiali di Milano, una casa prestigiosa soprattutto per regali di matrimonio.
L’oreficeria resterà sempre al centro storico, e sempre a ra Gghjazza, nonostante il continuo esodo della popolazione verso la pianura. Ma questa decisione, dettata più dal cuore che da motivi economici, non sarà ripagata da qualcuno che di certo risiedeva nelle immediate vicinanze di via Alfredo Tricarico.
Infatti, nel 1984 il Quintieri subiva un grave furto (6). Ignoti delinquenti, da un magazzino sottostante, praticando un grosso buco nel pavimento dell’oreficeria, rubavano una grande quantità di gioielli.
Eugenio, uomo umile, buono e sempre cordiale con tutti, non riuscirà a sopportare un tale affronto, quasi un tradimento da parte di qualcuno che probabilmente, nel passato, aveva usufruito dell’aiuto del buon orefice.
E così, cederà l’attività commerciale al figlio Ezio, che, animato di buoni propositi, sposterà la sede dell’oreficeria in Piazza Vittorio Emanuele II, al numero civico 5, dove negli anni ’20 e fino alla metà degli anni ’30, c’era stato il famoso e prestigioso salone ’i mastro Alberto Amato e successivamente quello di mastro Gigino Candia.
Ma ancora una volta, dopo alcuni anni, nel 2004, si ripeteva un fatto molto increscioso che costringerà Ezio a chiudere definitivamente i battenti. Questa volta, non si trattava di un semplice furto, ma addirittura di una rapina, che porterà ancora una volta via numerosi oggetti preziosi.
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(5) I famosi orologi utilizzati dalle Ferrovie dello Stato
(6) Già nel 1920, “durante la notte tra il 22 e 23 ignoti ladri tentarono di scassinare la porta dell’oreficeria dei fratelli Quintieri, sita in via degli Orefici, punto centralissimo della nostra città. Ma al rumore si svegliò il sig. Giuseppe Quintieri, che ha l’abitazione immediatamente sopra il negozio, e che, affacciandosi alla finestra, minacciò i ladri, i quali si diedero a precipitosa fuga, lasciando sul posto due paletti di acciaio con cui avevano rotto il catenaccio, ed alcune impronte di sangue. Dietro accurate investigazioni, venne arrestato a Taranto un certo…” (Il Popolano n. 6 del 31 marzo 1920)
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E così, quell’ultimo tentativo della famiglia Quintieri di continuare l’attività commerciale nel centro storico, e in particolare in quella famosa piazza, nota un tempo come Piazza del Muro Rotto, ai piedi di sua maestà il Castello, svaniva definitivamente.
Terminava, pertanto, quella straordinaria storia della vecchia bottega di via degli Orefici, iniziata circa un secolo e mezzo fa da un coriglianese d’adozione, Luigi Quintieri, un grande artigiano orafo, che sapeva trasformare, con l’abilità e l’estro delle sue mani, in armonia coi sentimenti dettati dal cuore, metalli preziosi in gioielli unici, destinati a durare nel tempo come promesse d’amore.