
Fonte: Corigliano Medievale- Luigi De Luca M.I.T. Edizioni Cosenza – 1985 pp. 17-27
CAPITOLO III – Ipotesi sull’origine del Borgo Medioevale
Il praedium corellianum assume ”forma urbana” nel periodo compreso fra il 950 e il 980. Questa ipotesi mette d’accordo il dato della tradizione con l’evidenza archeologica del territorio e con gli elementi che si ricavano dagli eventi di storia politica, ecclesiastica e religiosa della Calabria jonica centro-settentrionale.
È opportuno, perciò, indugiare sui singoli aspetti di tale concordanza. Vedremo così anche ridursi, come terminus a quo, quell’arco di trenta anni nei limiti di uno solo, il 977, in quanto probabile data cruciale dell’evento che consideriamo. Nell’indagine ci sarà di non poco aiuto anche – last but not least – la toponomastica.

1. LA TRADIZIONE
Un punto, su cui c’è completo accordo fra gli studiosi e cronisti locali (1), è questo: Corigliano fu fondata o rifondata dai profughi di un OPPIDUM (“piccola città fortificata”) della pianura, S. Mauro, devastato dai Saraceni. La datazione del fatto nelle opere di questi scrittori oscilla fra il 950 e il 953. In realtà, gli elementi addotti a sostegno di queste date sono in certo senso arbitrari in quanto discendono dalla contaminazione di due passi del Barrio (2). Ecco i due brani, appartenenti a capitoli diversi e assai distanti fra loro (rispettivamente: lib. I, cap. XIX, e lib V, cap. XVI): “Anno a Virgineo partu DCCCCL Graeci Agarenos in Italiam arcesserunt, qui Calabriam, Lucaniam et Apuliam vastaverunt” (3). «Inter Coriolanum et Thurios Maurum civitas erat, quae interiit” (4). Il Barrio accenna, dunque, alla distruzione di S. Mauro, ma dell’evento non dice né il come né il quando. Non si può, tuttavia, fare a meno di rilevare che la notizia riferita dagli scrittori locali, per quanto arbitraria nel modo in cui è attinta, sia sostanzialmente accettabile. Infatti, S. Mauro, che – come vedremo – non poté es sere fondata prima del sec. X, nel corso dello stesso secolo andò soggetta certamente alle incursioni dei Saraceni. Il Grillo (5), che si mostra il più informato tra quegli scrittori, pone l’incursione devastatrice al 952. Egli s’appoggia alle fonti migliori (6), quelle ritenute “canoniche” per questo periodo; ma, la dipendenza da un Barrio “manipolato” gli fa utilizzare, di quelle fonti, soltanto le notizie relative agli anni 951-952 (7), ove si accenna ad attacchi saraceni nella zona del Mercurio (8), a Cassano e nei dintorni di Cassano. Vedremo come la lettura non ”condizionata’ ‘, e perciò non limitata, di quelle fonti (a parte i dati offerti dalla ricerca archeologica, che, nel caso, non possono essere puntualmente precisi), orienti verso la datazione del 977.
2. STORIA, ARCHEOLOGIA, TOPONOMASTICA
Nel settembre del 1089 il papa Urbano II riunì un sinodo di vescovi a Melfi. Qui, Romano, arcivescovo di Rossano (9), dopo due secoli di ubbidienza da parte della sua diocesi al patriarcato di Costantinopoli, fece atto di sottomissione alla Chiesa romana. Rossano conserverà, tuttavia, ancora per lungo tempo il rito greco. Abbiamo riferito il fatto, perché il 1089, segnando il passaggio della Chiesa rossanese all’ubbidienza romana, segna anche il momento dal quale in avanti sul nostro argomento esiste una sufficiente messe di documenti indiretti e diretti. Il vuoto documentale dell’epoca precedente potrebbe essere, forse, in parte colmato esplorando i fondi d’archivio del patriarcato di Costantinopoli. Per tale epoca, che va dalla riconquista bizantina della Calabria (885-886) al sinodo di Melfi (1089), ci serviremo di fonti, studi e ricerche, antichi e moderni (che indicheremo di volta in volta), sia di storia generale sia di storia speciale sia di onomastica e toponomastica sia, infine, di archeologia. Non trascureremo, ovviamente, notizie e documenti che, anche se datati posteriormente al 1089, tornino utili per qualche riferimento al passato di quell’anno. La più antica attestazione, da noi reperita, relativa a un “tenimento Sancti Mauri” è in una carta del settembre 1089 (10). Si tratta di un documento pontificio in cui si conferma all’ abbazia di Cava (presso Salerno) il possesso dei monasteri di S. Adriano e dei SS. Cosma e Damiano, siti nel territorio di S. Mauro. Piu precisa, riguardo alla “forma urbana” del nostro centro (S. Mauro), è la testimonianza di Goffredo Malaterra -lo storico del conte normanno Ruggero I – che, narrando fatti accaduti in Val di Crati negli anni 1094-1095, parla di un “CASTRUM, quod SANCTI MAURI, dicitur” (11). È probabile che il borgo sia sorto, al principio del sec. X, attorno a un oratorio o a una cappella intitolata appunto a S. Mauro. Di questa cappella “Sancti Mauri, quae est apud Rossanum” si fa menzione in un breve di papa Alessandro III del 30 dicembre 1174 (12), che conferma la donazione quella cappella, fatta dal re Guglielmo II, all’abbazia benedettina di S. Maria Nuova in Monreale (fondata, appunto in quell’anno, dal re normanno). Tale donazione, come quella di S. Adriano all’abbazia di Cava e come tante altre simili, s’inquadra nel disegno, perseguito dai re normanni, e specialmente dai due Guglielmi, di progressiva latinizzazione delle chiese del regno di Sicilia e quindi, di smembramento o di riduzione della potenza delle diocesi e delle abbazie di rito greco. Con ciò vogliamo dire che la cappella di S. Mauro, sulla cui storia ecclesiastica nulla ci è stato dato di sapere (13) , fu di origine certamente bizantina. Non è ozioso, pertanto, soffermarci un po’ sulle ragioni che sorreggono tale origine, dal momento che alla storia del “castrum S. Mauri” è strettamente connessa quella di Corigliano. La questione che emerge per prima, riguarda l’identità di S. Mauro, il santo del castrum in argomento, e i modi e le vie di diffusione del suo culto: compito non del tutto agevole, se si pensa che la Bibliotheca Sanctorum (14) registra ben 15 volte il nome Maro e il Martirologio Romano (15) accoglie 10 santi con questo nome. Ora, procedendo per successive esclusioni sulla base di criteri ed elementi obiettivi (che qui non è il caso di sciorinare per non affastellare il discorso), possiamo ridurre il numero di questi santi a due: S. Mauro, abate di Glanfeuil (Gallia), discepolo di S. Benedetto, morto nel 584; S. Mauro martire, vescovo e patrono di Parenzo (Istria), vissuto nel IV secolo. Non v ‘è alcuna prova o indizio a favore del S. Mauro benedettino. È ben vero che il suo culto ebbe qualche diffusione nell’”alta” Italia meridionale e fino alla Lucania (come, per es., a S. Mauro Cilento e a S. Mauro Forte), ma si tratta di irradiazioni provenienti da Montecassino, che non giunsero a “sfondare” mai – almeno fino alla conquista normanna – la cortina di consolidata grecità, o meglio bizantinità, della “bassa” Italia meridionale e, particolarmente, della diocesi di Rossano. Ricordiamo che la nostra indagine si riferisce al secolo X. Qualcuno potrebbe invocare il presunto viaggio in Calabria di S. Placido (anch’egli discepolo di S. Benedetto, vissuto pure nel secolo VI). Ma è stato ormai accertato che quel viaggio è semplicemente una pia leggenda (16). Il primo insediamento benedettino di cui si ha notizia, nella diocesi di Rossano, è l’abbazia di S. Maria di Camigliano, fondata da Roberto il Guiscardo intorno al 1070 in territorio di Tarsia (17). Una qualsiasi penetrazione o irradiazione di monachesimo latino o di culto di santi esclusivamente latini nella diocesi di Rossano prima dell’arrivo dei Normanni non è ipotizzabile. La forte e profonda bizantinizzazione del territorio della diocesi rossanese ha lasciato numerosi e vari segni che suffragano “ad abundantiam” quanto si sa dalla storia politica ed ecclesiastica di quell’epoca. Sappiamo, per es., che, fin dai primi del sec. X, la Calabria fu percorsa in tutti i sensi da correnti monastiche “bizantine” provenienti dalla Sicilia e dalla Terra d’Otranto. Queste correnti disseminarono di cappelle, oratori, eremi e cenobi la nostra regione, già organizzata in provincia ecclesiastica soggetta al patriarcato di Costantinopoli fin dal 750 circa, esclusi naturalmente i territori calabresi compresi nel ducato longobardo di Benevento. Sappiamo, inoltre, che il processo di bizantinizzazione si intensificò notevolmente con la creazione delle diocesi di Rossano, di S. Severina e altre, in seguito alla riconquista bizantina della Calabria (885-890) (18). Ma, per quel che ci riguarda, occorre rilevare soprattutto che, in conseguenza della penetrazione longobarda, nel sec. VIII, fin nella Valle del Crati, si creò nella regione “una duplice frattura: tra l’alta Calabria da una parte, e la media e bassa dall’altra, ed isolando nel contempo Rossano e S. Severina che furono legate a Taranto, o meglio, a Gallipoli” (19). Questo rapporto Rossano-S. Severina-Gallipoli, che fu vivo e intenso per tutto il secolo X e oltre, con la circolazione e lo scambio di persone idee usanze e tradizioni, rappresenta il quadro in cui si inscrive l’origine della cappella e del castrum di S. Mauro. A questo punto ci pare superfluo osservare che il nostro santo non può essere altri che il S. Mauro di Parenzo, il cui culto dall’Istria si era diffuso attraverso l’Adriatico nelle Puglie, particolarmente a Bisceglie e a Gallipoli (20). Da quest’ultima città, presso la quale sorse un monastero “bizantino” di S. Mauro (21), il culto del santo approdò, quindi, nella piana di Sibari, là dove ancora oggi esiste la contrada S. Mauro (22). Questa migrazione di culto avvenne molto probabilmente entro il primo quarto del sec. X. La presenza del nostro santo nel triangolo Rossano-S. Severina-Gallipoli trova conferma in altri riscontri documentali. Nel capitolo XII, “Intorno alle reliquie”, del tipico del Patire si dà notizia delle reliquie dei santi venerati in quel monastero. “Le notizie sono registrate in ordine cronologico dal 1109 al 1303…” (23). Ecco quelle che ci riguardano: «Nel maggio di S. Mauro (1) . .. Nel Synaxar, Costant, (ed. Delehaye) al primo maggio i Synaxaria selecta hanno le varianti …… Nel tipico del Patire c’è . .. (24). Ancora oggi, nel calendario “bizantino” dell’abbazia italo-greca di Grottaferrata, al 1° maggio sono registrati S. Geremia profeta e S. Mauro martire. Fra le concessioni di Federico II all’abbazia di S. Maria di Corazzo (Carlopoli), a. 1225, v’è un’ “Ecclesiam … Sancti Mauricum omnibus possessionibus” (25) . Si tratta della chiesetta -sita in diocesi di S. Severina – attorno alla quale sorgerà S. Mauro Marchesato. L’origine “bizantina” di questa chiesa è provata dal fatto che, ancora nel 1310, il responsabile di essa, un certo “presbiter” Nicolaus, porta il titolo, squisitamente greco, di prothopapa (26). Ed ora, qualche parola sui segni attuali del nostro passato “bizantino”. Si tratta naturalmente di una scelta di segni: di quelli che servono al nostro argomento in quanto lo corroborino nello spazio (si riferiscano alla zona geografica ov’è la contrada S. Mauro) e nel tempo (siano coevi col nostro toponimo). Innanzitutto, la nutrita serie degli agiotoponimi. Sono nomi di santi il cui culto si diffuse, per lo più, dal nostro prossimo Oriente (Istria, Dalmazia, Epiro, Grecia) al seguito delle armate del generale Niceforo Foca e nel corso della riorganizzazione politica ed ecclesiastica della Calabria. Qualcuno di questi santi era probabilmente conosciuto anche prima (secoli VIII e IX). In principio furono solo nomi di chiesette, ma ben presto si estesero a monasteri, casali, borghi, contrade, fiumi, valloni ecc. e a questi luoghi sono restati fino ad oggi. Eccone un breve elenco dimostrativo:
a) S. Biagio, nome di un antico monastero e, attualmente di un casale, circa 10 km a S-O di S. Mauro;
b) S. Giorgio, nome di un antico casale, ripopolato poi dagli Albanesi (onde il nome attuale, S. Giorgio Albanese), circa 15 km a S di S. Mauro; di questo luogo si fa menzione nella ”carta rossanese” del 1114 (27);
c) SS. Cosma e Damiano, nome di un’antica chiesa e di un monastero, presso il quale è sorto, nel sec. XV, il centro di S. Cosmo Albanese. L’antico monastero è ricordato nel citato documento pontificio del 21 settembre 1089. Il luogo è sito a ca 15 km a S-S-0 di S. Mauro;
d) SS. Adriano e Natalia, antico oratorio, presso il quale S. Nilo juniore da Rossano fondò, dopo il 950, il monastero di S. Adriano (28). Anche presso questo monastero, nel XV secolo, si insediò una colonia albanese creando il centro di S. Demetrio Corone. Il luogo è a circa 20 km a S-S-0 di S. Mauro;
e) S. Pantaleone, il cui culto, diffusosi dall’Oriente, si irradiò in Italia da Venezia e nel Sud, attraverso la Puglia. Nelle regioni meridionali il culto di S. Pantaleone (o Pantaleo) si trova spesso associato con quello di S. Mauro. Qualche km a S-0 di Corigliano Calabro, al confine con Acri e con quello che anticamente fu il territorio di S. Mauro, una contrada un vallone e un torrente portano ancora il nome Pantalìa. Per quanto riguarda i segni “non linguistici”, la ricerca archeologica, a parte le evidenze ”sub divo”, ha confermato, per la zona a sud del Crati (29), la fitta e continua frequentazione nell’epoca che ci interessa. «Quella che salta subito agli occhi è la presenza di un vero e proprio cordone di insediamenti medievali, da individuarsi per lo più in Monasteri, che corre lungo il confine meridionale del territorio in esame. È interessante notare come questo allineamento sia posto quasi a metà tra la piana di Sibari e i grandi centri di Corigliano, Vaccarizzo Albanese, S. Cosmo Albanese e S. Demetrio Corone: è probabile quindi che si tratti degli ultimi insediamenti creati sulle direttrici delle principali arterie che dalla cosiddetta grande Sila, a N di Cosenza, conducevano al mare. Se in genere si tratta di piccoli Monasteri isolati, un’eccezione mi sembra costituita dal complesso di S. Vito: qui, oltre ai resti appartenenti ad una chiesetta probabilmente di origine bizantina, si nota una serie di insediamenti di epoca medievale (aree di cacciarne) dislocati sulle alture circostanti la collina di S. Vito, che fanno pensare all’esistenza di un vero e proprio piccolo villaggio» (30). I resti della chiesa di S. Vito (qualche km a S-E di S. Mauro) sono l’evidenza “sub divo” cui abbiamo accennato. Essi sono sufficientemente “leggibili” e senz’altro probatori in relazione ai fini del nostro discorso. Tali resti consistono nell’abside – orientata naturalmente a Est – e in una parte del lato Nord dell’antica costruzione. S. Vito può considerarsi un esempio di «chiesa a una navata, di piccole proporzioni, che divenne di uso comune in Calabria e in Basilicata nei secoli della dominazione bizantina» (31). All’età prenormanna riconduce il Venditti i numerosissimi esempi, in Calabria, di queste chiese «ad aula rettangolare triabsidata, con ingresso solitamente laterale» (32), fra le quali possiamo annoverare la nostra chiesetta. La quale ha una sola abside tonda fiancheggiata da due absidiole incavate nel muro, forse per fingere la prothesis e il diaconicon (33). Anche la tecnica struttiva, assai semplice (materiale misto con pietre, ciottoli e cocci, con un po’ di intonaco e tracce di affresco all’interno dell’abside), ci induce a datare la nostra chiesetta tra la fine del X e la fine dell’XI secolo (la “carta rossanese”, a. 1114, consente di anticipare la datazione del XIII proposta in: D. Minuto-S. Venoso, Chiesette medievali calabresi a navata unica, Cosenza, 1985, p. 163). Un’ ultima annotazione. S. Vito fu martire in Basilicata, sotto l’imperatore Diocleziano. Si tratta, quindi, di un santo di origine latina, occidentale. Ma la vitalità e la continuità del culto ne fecero un santo venerato anche dai Bizantini, da quando l’Italia meridionale entrò a far parte dell’impero d ‘Oriente (dal 555 in avanti). «Il calendario italo-greco medievale era – infatti – uguale a quello di Costantinopoli» . È solo col sec. X che, <cessendosi stabilizzate … le collezioni agiografiche a Bisanzio, i nostri santi non poterono più esservi aggiunti» (34). «S. Mauro di Gallipoli … S. Giorgio … i santi Cosma e Damiano … S. Demetrio … Lucia . . . S. Parasceve … Vito . . . tutti questi santi sono di origine orientale, . .. o, se sono di origine occidentale, sono iscritti nel sinassario di Costantinopoli sin dal IX secolo e hanno un’innografia greca antica» (35).
Note e riferimenti del cap. ID
1) Eccone l’elenco essenziale:
a) P.T. Pugliesi, Istoria apologetica di Corigliano, Napoli, 1707: riprod., Corigliano Calabro, 1934;
b) G. Amato, Crono-Istoria di Corigliano Calabro, Corigliano Cala bro, 1884;
c) F. Grillo, Antichità storiche e mnumentali di Corigliano Cala
bro, Cosenza 1965;
d) A. Gradilone, Storia di Rossano. seconda ediz., Cosenza, 1967;
e) G. Sapia, La Carta rossanese e il Barber. lat. 3205, Messina Firenze, 1978.
2) G. Barri, De Antiquitate et situ Calabriae libri quinque, Roma, 1737.
3) [« Nell’anno 950 della nascita di Cristo i Greci fecero venire in Italia gli Agareni, che devastarono la Calabria, la Lucania e la Puglia»].
4) [«Fra Corigliano e Turio vi era la città di Mauro, che andò in rovina»].
5) F. Grillo, op. cit., p. 14.
6) Il Grillo cita le seguenti fonti:
a) Vita di S. Nilo (nella versione in latino del Sirleto e negli Acta Sanctorum editi dal Cariofilo);
b) Compendium historiarum di Giorgio Cedreno (in: J.P. Migne, P.G.);
c) Cronaca di Ibn-Al-Atir (nella Biblioteca arabo-sicula di M . Amari);
d) Cronaca siculo-saracena di Cambridge (ed . Cozza-Luzzi);
e) il “De antiquitate” del Barrio;
f) Storia dei Musulmani di Sicilia di M. Amari.
7) v. la Cronaca di Ibn-Al-Atir, all’anno 340 (secondo l’Egira).
8) Il Mercurio era l’area attorno al Pollino , ai confini calabro-lucani .
9) Vera von Falkenhausen, La dominazione bizantina nell’Italia meridionale, Dal IX all’XI secolo, Bari, 1978, pag . 165.
10) F. Russo, Regesto cit., n. 191.
11) G. Malaterra, Historia sicula, lib IV, cap. XXIII, in: L.A. Muratori, R.I.S., t. V .
12) F. Russo, Regesto cit., n. 364.
13) A parte le conferme papali successive al 1174 e gli elementi ricavabili dalle “Rationes. . .” cit. del Vendola.
14) Bibliotheca Sanctoru m, voi. IX, Roma 1967, alla voce Mauro.
15) Martirologio Romano, pubblicato per ordine del Sommo Pontefice Gregorio XIII, riveduto per autorità di Urbano VIII e Clemente X, aumentato -e corretto nel MDCCXLIX da Benedetto XIV, Città del Vaticano, 1931.
16) F. Russo, Storia della Chiesa in Calabria, dalle origini al Concilio di Trento, Voi. I , Soveria Mannelli , 1982, p . 141.
17) Id., voi. Il, p. 386.
18) J. Gay, L’Italia meridionale e l’impero bizantino, Dall’avvento di Basilio I alla resa di Bari ai Normanni (867-1071), Firenze, 1917, pp. 178 e segg.
19) C.G. Mor, Riflessi bizantini nella organizzazione calabrese, in: Atti del 4° Congresso storico calabrese, Napoli, 1969, pp. 371-373.
20) «Tutto il complesso problema riguardante un S. Mauro . .. venerato a Fondi, Gallipoli, Lavello e Bisceglie, è stato studiato esaurientemente dal Lanzoni [il quale, in proposito, conclude]: “Probabilmente le reliquie di Lavello e di Gallipoli, come quelle di S. Mauro venerate a Bisceglie .. . provenivano dal S. Mauro di Parenzo’ ‘ (Bibliotheca Sanctorum cit., voi. IX, coli. 227-228).
21) F. Trinchera, Syllabus graecaru m membranarum, Napoli , 1865;
P. Batiffol, L’abbaye de Rossano, Contribution à l’histoire de la Va ticane, Parigi, 1891;
A. Guillou, Aspetti della civiltà bizantina in Italia, Bari, 1976.
22) «Il a existé de la passion de S. Maurus de Gallipoli u ne redaction grecque . On la lisait dans les églises de Calabre le 1 mai» [«Della passione di S. Mauro di Gallipoli è esistita una redazione greca. Veniva letta nelle chiese di Calabria il 1 maggio»]. (H . Delehaye: Anal. Boli. , XXI, 26) .
23) S.G . Mercati, Collectanea Byzantina, vol. II, Bari, 1970, p. 399 .
24) [«il santo martire (o ierom .) Mauro,,];
[«il profeta Geremia e il santo ieromartire Mauro»] (S.G. Mercati, op. cit., p. 399).
25) F. Pometti, Carte delle abbazie di S. Maria di Corazzo e di S. Giuliano di Rocca Falluca in Calabria, Roma, 1902, p . 67.
26) Rationes decimarum . . . cit., p . 204. 27) F. Ughelli , op. cit.
28) G. Giovanelli, S. Nilo di Rossano fondatore di Grottaferrata, Grottaferrata, 1966, p. 53.
29) Carta archeologica .. . cit. , pp. (134) 46 e segg.