
’A CANTINA ’I TORCHIARO
di Giovanni Scorzafave
In via Roma, al numero civico 159, sin dalla seconda metà dello Ottocento, c’era una delle cantine più famose di Corigliano: la cantina di Giovanni Torchiaro, nota ai più come ’a cantina ’i zu Giuvanni Turchjiaro. Uomo benestante e ricco proprietario terriero, era cognato del mio bisnonno paterno, Maria Luigi.(1)
La cantina consisteva in un unico locale molto grande, lungo oltre 40 metri, che era stato ricavato sotto la roccia, che iniziava dall’antica via delle Furche, oggi via Roma, fino al colle San Francesco. Per queste particolari caratteristiche, questo stanzone molto lungo si prestava molto bene alla conservazione prolungata del vino nelle botti in legno di rovere.
Col passare del tempo, zu Giuvanni ’i Turchjiaro – così era noto – non avendo figli, cedette, per motivi di età, l’attività ad uno dei figli di sua sorella Filomena, a Giorgio Scorzafave, mio nonno, che la gestì fino alla sua dipartita, avvenuta l’8 luglio del 1933, un sabato particolarmente tragico per la mia famiglia.
All’improvvisa morte di mio nonno, subentrò, aiutato dalla mia povera nonna, il fratello di mio padre, Antonio, all’anagrafe anche Umberto, Eusebio, Lorenzo, appena quindicenne, chiamato da tutti Totonno.
Della cantina ’i zu Totonno ho molti ricordi: la manutenzione delle botti di rovere, eseguita da mio padre, il sapore del mosto d’uva e della spuma, un particolare vino bianco poco alcolico e frizzantino, il profumo delle sarde arrostite nella cantina durante il periodo invernale, ’u patruni e ssutta, un particolare gioco di carte e di bevute, i lupini, lupinus albus, le caldarroste ’i ru pastilléri e le monete da 500 lire, quelle famose patacche in argento.
(1) Il mio bisnonno Maria Luigi Scorzafave, figlio di Pasquale Gaetano (1793-1855) e di Lucrezia Bruno, era nato il 15 giugno del 1847; aveva sposato il 18 giugno del 1870 la ventiduenne Maria Filomena Torchiaro (sorella di Giovanni), figlia di Vincenzo e di Acheropita Policastri. Cessava di vivere il 31 marzo del 1909
___________________________________________________
Le grandi botti, quelle di legno di rovere, a forma vagamente cilindrica, costituite da doghe curvate e tenute insieme da cerchi metallici, servivano alla maturazione e alla conservazione del vino. Appoggiate, orizzontalmente, su due grosse travi in legno, sorrette da due robusti cavalletti, sulla parte inferiore e frontale avevano uno sportello (pertugio), molto piccolo, con un rubinetto, mentre un po’ più sopra c’era un piccolo foro per la spillatura del vino. Sulla parte alta, volgarmente chiamata pancia, c’era un foro, di circa 5 centimetri di diametro, attraverso il quale si inseriva un dischetto di zolfo per sterilizzare l’ambiente interno della botte, per poi chiuderlo con un grosso tappo di sughero.
Negli anni ’50 e fino ai primi anni ’60 del secolo scorso, mio padre, durante il mese di settembre, faceva la manutenzione delle botti, prima dell’arrivo del mosto.

Anni ’60 – Antonio Scorzafave
Io, ragazzino, spesso ero presente e assistevo con trepidazione a questi interventi speciali e rischiosi del mio genitore.
Esile e magro com’era, si introduceva, tramite lo sportello molto piccolo, all’interno della botte per eseguire le lunghe ed estenuanti operazioni di pulizia e di sanitizzazione. La scarsa quantità di ossigeno all’interno della botte rendeva il lavoro difficile e rischioso a tal punto che una volta compiuta la “missione” usciva dalla botte con un viso cereo, stremato nel fisico. Poi, si sedeva per pochi minuti per riposarsi. Solo dopo un’attenta e scrupolosa pulizia della botte, ne chiudeva il piccolo sportello con un impasto di bambagia e creta, utilizzando un coltellino da taglio.
Dopo pochi giorni, le botti erano pronte per il vino, o meglio per il mosto d’uva, che, spesso, arrivava nel mese di ottobre ’i supra l’Irti, dalla nostra montagna. I mezzi di trasporto erano di solito i ciucci, asini carichi di pesanti e robusti otri che contenevano il pregiato liquido. Per me, ma anche per altri ragazzini, erano momenti di gioia, perché facevamo a gara a chi per primo assaggiava un po’ di quella bontà dal sapore dolce e delicato. E così, la spremuta d’uva diventava vino, la cui vendita, quasi sempre, iniziava l’8 di dicembre, il giorno dell’Immacolata Concezione della Beata Maria.
La cantina in questo particolare giorno, che segnava la prima festività dicembrina, che dava inizio alla bella e magica atmosfera natalizia, era affollatissima di clienti. Il merito era senz’altro dell’ottima qualità del vino, ma anche di una particolare funzione di mio padre, quella di un bravo e convincente banditore. Infatti, stazionando davanti alla cantina, sul ciglio del marciapiede, invitava coloro che erano diretti verso altre cantine di via Roma a fermarsi a ra cantina ’i Torchiaro, dove, a suo dire (in parte anche vero), si vendeva il vino migliore. Anche dopo le festività natalizie, e per tutto il periodo invernale, la cantina era molto frequentata. La sera, all’imbrunire, ricordo che alcune persone con un pugno di lupini e ccu’nu cuppielli ’i pastelli (un cartoccio di caldarroste) in compagnia di (almeno) un bicchiere di vino, trascorrevano le serate in questo luogo di ritrovo di via Roma.
Erano serate suggestive quelle quando mio zio, dentro la sua cantina, arrostiva le sarde su una grossa griglia, posta sopra i carboni ardenti di un grande braciere artigianale.
Che profumo! Era un odore che invadeva l’intera via Roma ed era il migliore richiamo per i clienti.
Inizi anni ’60 – Foto ricordo in occasione della ristrutturazione della cantina (Il quarto da sinistra, mio zio Totonno)
Erano momenti particolarmente caratteristici, fin quando non si esagerava col vino, come in effetti qualche volta accadeva. Mi riferisco a ru patruni e ssutta di prima mattina. Allora, purtroppo, mancava la vera informazione e spesso prevalevano le dicerie, come quella di associare il vino al buon sangue.
Agli inizi degli anni ’60, zu Totonno ristrutturava la cantina, rendendola più accogliente e funzionale: con del materiale plastico, resistente all’umidità, impermeabilizzava i tetti e le pareti; sostituiva alcune botti rovinate dal tempo con delle moderne cisterne in acciaio, sostenute da strutture in cemento armato; comprava un maxi frigorifero, tipo industriale,
per la vendita, nel periodo estivo, del vino fresco; comprava nuovi tavoli e nuove sedie. In breve, adattava il locale alle nuove esigenze della clientela, rendendolo più moderno. Come, però, spesso succede, alla buona sorte delle cose non sempre corrisponde quella dell’uomo.
La sera del 16 luglio 1973, il giorno della Madonna del Carmine, a me e a mio cugino Ciccilli giungeva a Lecce, dove studiavamo, la brutta notizia della dipartita ’i zu Totonno. Partimmo subito. Viaggiammo col treno per quasi tutta la notte. Ci confortavamo a vicenda durante quel viaggio lungo e interminabile, su carrozze con sedili in legno, tipo diligenze Far West.
Mio zio andava via, per sempre, a 55 anni. La stessa sorte, sei anni dopo, (stessa età e stessa malattia) toccherà a mio padre.
A causa dell’immatura perdita di zu Totonno, la gestione della cantina passava al figlio Giorgio (Giorgino), che la gestirà fino al 1977.
Poi, ci sarà una nuova gestione, estranea alla famiglia Scorzafave. L’antica cantina ’i zu Giuvanni Turchjiaro, dopo oltre un secolo di vita, nel 2011, chiudeva definitivamente i battenti.
Oggi, quando mi capita di passare da via Roma, mi fermo per qualche istante al numero civico 159. Nonostante la porta chiusa, vedo ugualmente con gli occhi del cuore, all’interno della cantina, tante persone, e tra queste due straordinari fratelli, mio zio e mio padre. Accanto a loro due anche un vecchietto con un vestito in velluto per tutte le stagioni: zu Pascali ’i Tarracchi, fratello del mio nonno paterno.
Potrei raccontare molti altri ricordi, ma preferisco fermarmi qui.
Anzi no. Ne resta ancora un altro.
Durante le domeniche, soprattutto in quelle estive, mio padre, che aiutava mio zio nella gestione della cantina, mi portava con lui; io, seduto su una sediolina, restavo per ore e ore ad assistere con curiosità al lavoro del mio genitore. Niente di particolare. Mio padre riempiva dalle botti, un po’ distanti dal bancone di servizio, ’u cannaturi ’i vini, una grossa e particolare caraffa in acciaio, per accelerare i tempi di somministrazione del vino nei fiaschi dei clienti: una sintonia perfetta quella tra mio zio e mio padre.
Poi, mio zio, alle ore quattordici circa, prima di chiudere la cantina e prima di salire in montagna, a Piana Caruso, all’inizio con un’auto da noleggio e successivamente con la sua station wagon, una Fiat 800 familiare, aveva la buona abitudine di fare due cose: la prima, mandava dei cocomeri freschi a sua madre, una grande donna, forte come una quercia, nonostante portasse sulle spalle il fardello di numerosi lutti familiari; la seconda, mi regalava una moneta da 500 lire, quella d’argento con le caravelle, rendendomi felice e contento per l’intera settimana. Era un gesto di grande affetto, forse per la mia perseverante permanenza domenicale nella sua cantina.
Purtroppo, di quelle monete mi è rimasto solo il ricordo. Non ne ho più. Ed è facilmente intuibile il perché, considerate le difficoltà economiche di quei tempi. Mi sono rimasti, però, e per sempre, nel cuore il ricordo, la stima e l’affetto di uno zio buono e generoso: zu Totonno. (2)
Tratto dal libro: “Le Botteghe di una volta” 1° volume
Edizione “Libreria Il Fondaco”
(2) Antonio Umberto Scorzafave, figlio di Giorgio Vincenzo e di Immacolata Antonia Piluso, era nato il 4 agosto del 1918; aveva sposato il 27 aprile del 1947 Carolina Diomiaiuta