
1a parte (Frammenti de “Il 1963 nella “mia” Città: Corigliano Calabro – La Polisportiva Corigliano”) — Il 1963 a Corigliano Calabro — di Giovanni Scorzafave
Agli inizi del 1963, la città di Corigliano Calabro, con circa 26.000 abitanti, era il comune con il maggior numero di residenti della provincia di Cosenza.
Negli anni successivi, e fino ai primi mesi di cinque anni fa, superando la quota di ben 40.000 anime, si posizionava al sesto posto dei comuni più popolosi dell’intera Calabria.
Più tardi, però, la storia, nelle pieghe inaspettate e misteriose degli avvenimenti ufficiali, dopo circa un millennio, cambiava pagina con la nuova istituzione della città “Corigliano-Rossano”, per cui oggi il vecchio nome dell’antica città degli Ausoni, un tempo nota col nome di Corellianum, poi col nome Corigliano e dal 21 gennaio del 1863 Corigliano Calabro, resta solo, e per sempre, nel mio cuore e sulle logore e stanche pagine segnate dalla polvere del tempo.

Forse anche per questo motivo, la mia penna, da allievo narratore, con nostalgia e tenerezza, continua da sola a scivolare leggera sui fogli ormai ingialliti del grande registro della vita, per raccontare personaggi ed eventi di un tempo del mio luogo natìo, al quale sono legato da un profondo sentimento di gratitudine per avermi accolto con la sua straordinaria bellezza, tra l’azzurro del mar Jonio e le verdeggianti colline presilane, in un’atmosfera suggestiva e dai profumi unici di quelle case silenziose e appollaiate l’una sull’altra sulla collina “del Serratore”.
E allora, eccomi, anche questa volta, pronto sui blocchi di partenza per cimentarmi con immagini e commenti ad affrontare un grande avvenimento del 1963 noto col nome di Polisportiva Corigliano, che, in qualche modo, se pur per pochi anni, ha coinvolto gran parte dei cittadini coriglianesi, regalando loro momenti di grande entusiasmo e di divertimento.
Prima, però, di intingere il pennino nell’inchiostro del calamaio della memoria, consentitemi, per qualche secondo, di riavvolgere la pellicola del tempo per recuperare i fotogrammi di altri momenti fantastici di sessant’anni fa, vissuti con una particolare intensità e una grande passione.
A Corigliano erano trascorsi da poco gli ultimi e difficili anni della metà del secolo scorso quando il 1963 apriva finalmente, pur con una certa timidezza, le porte delle nostre modeste e accoglienti case al boom economico, interrompendo, così, il continuo soffiare di quel vento impetuoso della crisi sociale, che imperversava sulla fragile economia della “mia” città.
Era l’inizio di una nuova e spavalda primavera: vere esplosioni straordinarie di profumi e di colori, che annunciavano la nascita di una vita piena di aspettative e di opportunità.
Anche a casa mia, ubicata nell’antica contrada della Grecìa (oggi via Carso n. 6) nei primissimi giorni di quell’anno entrava l’intenso odore di quei freschi e leggeri profumi in grado di dare una svolta alla difficile quotidianità, caratterizzata, ahimè, da inaccettabili sacrifici e rinunce. In quei giorni sorgeva una delle più belle e spettacolari aurore della mia vita.
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1 Dati ISTAT: al 10 ottobre del 1961 il numero dei residenti a Corigliano Calabro era esattamente 24.317
2 La nuova città di Corigliano-Rossano, istituita il 31 marzo del 2018 dalla fusione dei Comuni di Corigliano Calabro e Rossano, con circa 75.000 abitanti, è il Comune più esteso per sviluppo costiero della regione Calabria, nonché il più popolato della provincia di Cosenza
3 Si aggiungeva alla città di Corigliano il nome Calabro per distinguerla da Corigliano d’Otranto, un piccolo comune della provincia di Lecce (Decreto n. 1140 del 22-1-1863 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 46 del 23-2-1863)
4 Sulla collina del Serratore fu costruito il Castello (un tempo una fortezza), attorno a cui, probabilmente, sorse il primo nucleo del borgo antico.
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difficile quotidianità, caratterizzata, ahimè, da inaccettabili sacrifici e rinunce. In quei giorni sorgeva una delle più belle e spettacolari aurore della mia vita.
Il protagonista della nuova luce rosea di quel giorno, che sembrava senza tramonto, era mio padre, uomo buono e lungimirante, che apriva una sala da gioco (biliardini e flipper) nel vicoletto che collega l’inizio di via Garopoli con via Piave (Cerrija), esattamente al civico 4 del vico 1° Garopoli.
Non si trattava di una tradizionale attività commerciale, ma di un nuovo mondo, racchiuso in una stanza di circa 30 metri quadrati, sotto il livello stradale, che si apriva ai giovani coriglianesi, abituati a trascorrere il tempo libero a giocare sulle antiche strade a suon di monetine, come il battamuro (battimuro), o a giocare a carte seduti sui duri e freddi gradini d’ingresso di qualche palazzo.
Ad animare il divertimento dei giovani, oltre ai famosi biliardini calciobalilla, erano, in particolare, quei biliardi elettromeccanici di origine statunitense, noti col nome di flipper, caratterizzati da una “bizzarra” biglia d’acciaio, che, sollecitata da due pulsantini laterali, tra suoni e luci sfavillanti, scorreva intrepida lungo un ostile piano inclinato coperto da un vetro trasparente.
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L’aria finalmente era cambiata anche per la stragrande maggioranza dei miei concittadini, che, pur senza trionfalismi, vedevano all’orizzonte i primi bagliori di una nuova alba con i suoi spettacolari colori dell’ottimismo e della grande speranza per un futuro migliore. Così, il tempo, ancora più veloce ed inarrestabile, acquistava un nuovo valore, favorendo il benessere non solo del corpo, ma anche dello spirito, per cui con dedizione si promuovevano delle manifestazioni per rendere la vita della nostra comunità più piacevole e gratificante.
Tra queste, la più singolare era quella del Circolo Goliardico, il cui Comitato Direttivo, formato da giovani universitari coriglianesi, il giorno della befana di quell’anno organizzava il “Vegliongoliardissimo” nel salone consiliare del nostro Palazzo Municipale. Si trattava di una bella serata festosa e goliardica, all’insegna del divertimento e della vera spensieratezza, caratterizzata da balli e canti, in compagnia delle allegre ed esuberanti bollicine dei migliori spumanti italiani per brindare alla felicità del nuovo anno. Tutto avveniva in un meraviglioso e suggestivo contesto animato dal fluire interrotto delle belle e colorate note musicali di uno dei più famosi complessi cosentini: I Madison.
Era una festa unica e coinvolgente, curata in ogni minimo dettaglio, in particolare quello riguardante la parte conviviale, che veniva affidata ai bar dell’Acquanova (Piazza del Popolo): Bar Moderno dei fratelli Gravina, Bar del Combattente della famiglia Madeo, Bar Gatto Bianco delle famiglie Campana e Zaccaria (5) e Bar Vittoria dei fratelli Malagrinò.

Anni ’60 – Veglione nell’aula del Consiglio Comunale. Tra gli altri, Giuseppe (Peppino) Miele, Alba Semeraro, Giuseppe Geraci, Luigi Bloise e Antonio (Totonno) Campolo A. (Foto – Corigliano nel ‘900)
Pertanto, con il servizio puntuale e impeccabile del ben noto e cerimonioso cameriere di sala, Pietro (Pierino) Astorino, e con la musica dal vivo, le ore di intrattenimento di quei piacevoli e straordinari svaghi sembravano che corressero sui binari del divertimento e della spensieratezza ancora più veloci dei nostri treni Frecciarossa.
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5 La famiglia Campana – Zaccaria gestirà il Bar Gatto Bianco fino alla metà del 1963, poi la gestione passerà per pochi mesi a don Carlo Parrilla e dal 1964 a Biagio Vivacqua e Francesco (Ciccilli) Ortale. Quest’ultimo, dopo poco tempo, cederà la sua quota al cognato Giovanni Gallo (Fonte: Vol. 1° p. 95 de “Le Botteghe di una volta” a Corigliano di Giovanni Scorzafave)
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La presenza del complesso musicale de “I Madison”, nel giorno della Befana del 1963, e l’onda d’urto, iniziata già nella nostra città, del gruppo più famoso nella storia della musica, The Beatles, erano i principali motivi per cui alcuni nostri giovani musicisti, in parte autodidatti, trovavano gli stimoli giusti e la grande voglia di allargare gli orizzonti della loro creatività, dando vita a dei sodalizi musicali. Tra tutti si distingueva, per dinamismo e originalità, il bravo musicista Francesco (Franco) Lazzarano, che, dopo aver fondato nel 1962, con la collaborazione di Giuseppe Gallina, Alfonso Capaldo e Tony Oriolo, il gruppo musicale “I Galli”, l’anno successivo creava la nuova formazione de “Le Giubbe Rosse”, coinvolgendo, questa volta, Antonio (Tonino) Lazzarano (suo fratello), Antonio Gattuso di Schiavonea, Giuseppe (Peppino) Gallina e Lucio Gallina (6). Il successo non si faceva attendere. Era immediato.


Così, anche nei cieli della nostra Corigliano appariva la prima rondine annunciatrice di una nuova stagione, caratterizzata dalle colorate note musicali generate dalle frequenze delle multiple vibrazioni di corde, canne e piatti metallici, che con grande armonia si propagavano nell’aria circostante, dando origine a quella nobile magia dei sentimenti e delle emozioni.
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Se l’inizio del 1963 per molti nostri concittadini si presentava con la fiducia di mettere finalmente le ali ai loro sogni e alle loro speranze, non mancavano, a dire il vero, coni di ombre vaganti dovuti all’ingordigia umana, sempre pronta a speculare sullo stato di bisogno dei piccoli proprietari terrieri, specialmente di quelli dalle mani d’ulivo, che vivevano di sola agricoltura.
Infatti, era il 10 febbraio di quell’anno quando, presso il Teatro Adriano di Roma, su proposta del presidente dei Centri d’Azione Agraria (7), Sforza Ruspoli (1927-2022), si riunivano numerosi proprietari terrieri coriglianesi per partecipare alla manifestazione di protesta contro l’aumento dei “coefficienti di rivalutazione del reddito domenicale dei terreni”, che, in breve tempo, avrebbe creato una grande crisi dell’agricoltura, settore primario ed essenziale per lo sviluppo della nostra città, priva, da sempre, di grandi strutture industriali.
I postumi di questa protesta, però, non avranno alcuna conseguenza, perché con la forte crescita economica si erano alzati anche i venti della speculazione, che, come uragani, iniziavano a volteggiare sui cieli nuvolosi della gente più bisognosa e meno protetta, quella, per intenderci, che comprava, soprattutto, generi alimentari di prima necessità, i cui prezzi subivano aumenti esagerati.
In particolare, la carne dalle 1.100 lire al chilo, subendo un aumento di circa il trenta per cento, raggiungeva il prezzo di ben 1.400 lire al chilo, il pane, quello da un chilo, da 100 lire superava la quota delle 120 lire, la pasta dalle 150 lire al chilo dell’anno precedente, adesso, si vendeva a 200 lire, mentre l’olio, nonostante una grande produzione delle nostre generose terre da fare invidia all’intera Calabria, da 650 lire al litro passava a ben 900 lire.
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6 Lucio Gallina, che oggi vive a Milano, è un mio cugino di 2° grado (suo nonno materno, Giuseppe Scorzafave, era il fratello di mio nonno, Giorgio Scorzafave). Giovane musicista ha fatto parte per alcuni anni della banda musicale del maestro Antonio De Bartolo. Dopo aver esercitato la professione di sarto, nel gennaio del 1967 si trasferiva a Milano, dove veniva assunto dall’azienda delle auto sportive: l’Alfa Romeo
7 Erano dei famosi movimenti politici (di estrema destra, anche se formalmente risultavano apartitici), fondati nel 1956 da Sforza Ruspoli assieme ad agrari conservatori, in difesa della cosiddetta “Civiltà Contadina”, su posizioni liberistiche in politica economica e antipartitocratiche, in alternativa alla Confagricoltura e alla Coldiretti (Fonte: Wikipedia)
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A questi aumenti non corrispondevano, però, gli aumenti degli stipendi, che restavano al palo: gli operai dovevano affrontare l’intero mese con la modesta cifra appena al di sopra delle 50.000 lire, mentre agli impiegati si proponeva un aumento ridicolo da 70.000 al mese a soli 75.000, cioè un aumento di circa il sette per cento.
Come se tutto ciò non bastasse, i nostri “attenti e solerti” amministratori comunali non si lasciavano sfuggire anche l’occasione per rivedere la spinosa questione della “Tassa di Famiglia”.
Senza indugi e con la solita “saggezza e competenza” la quadruplicavano rispetto a quella degli anni precedenti, facendola passare da circa sette milioni a ben trenta milioni per la città. Una vera vergogna!
Un altro provvedimento “degno” di quella amministrazione era anche l’estromissione, pur temporanea, dall’incarico del vice comandante dei vigili urbani, del bravo e diligente brigadiere Antonio Pirri.
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In questo nuovo contesto sociale ed economico, dai colori della speranza per un’auspicabile futura rinascita, non mancavano altri Coriglianesi, che, pur vivendo da tempo in altre città d’Italia, continuavano a respirare i profumi della loro terra natìa, aprendo il loro cuore alla generosità e alla solidarietà nei confronti di coloro che erano costretti ad affrontare il difficile viaggio della vita sempre in salita, caratterizzato dall’impervio terreno della sofferenza e della povertà.
In particolare, si distinguerà per continuità e grande sensibilità d’animo don Alfredo Spezzano, notaio in Roma, fratello del noto commerciante gentiluomo di via Roma (al civico 125), don Alfonso. Non smentendo la sua grande signorilità, tramandata dal padre, don Peppino, durante le festività natalizie, don Alfredo inviava ad un suo zio, don Giovan Battista Policastri, la somma di 40.000 lire da destinare ad opere di beneficenza per i ricoverati dell’Ospizio di Mendicità e Vecchiaia, noto col nome “Cor Bonum”, ubicato in alcuni locali al pianoterra del Convento dei Minimi di San Francesco di Paola (8).
Si trattava di un nobile gesto di generosità per tenere acceso, soprattutto nel giorno della nascita del Bambinello, un puntino luminoso su uno dei folti e soffici rami dell’albero della solidarietà della vita, ma anche per non recidere quel cordone ombelicale sempre legato alle sue origini.
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1963 – Ospiti dell’Ospizio di Mendicità – A sinistra, suor Giuseppina, al centro, Ruminichielli ‘i trentatreanni (Domenico Montillo) (Foto – Il Serratore)
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8 Si trattava di una vera casa famiglia, creata nel 1944, con grande spirito caritatevole, da uno degli uomini più nobili della nostra città, nonché un maestro di scuola e di vita, che stette sempre dalla parte dei più bisognosi: Alessandro De Rosis, noto a tutti come don Lisanni
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Nei primi giorni del mese di febbraio del 1963, contraddistinti dalle grandi trasformazioni sociali, anche le coscienze di molti lavoratori si svegliavano per promuovere alcune iniziative a favore delle loro categorie.
Tra queste, quella di maggior notorietà, per la grande partecipazione degli iscritti, era “La Cooperativa di Garanzia di Credito”, istituita per assistere gli artigiani nel loro difficile e faticoso percorso lavorativo.
Si trattava di un’idea per promuovere le vendite dei loro manufatti, che rappresentavano un forte legame con la nostra terra e le nostre tradizioni, ma anche per agevolare il loro accesso al credito bancario, spesso riservato solo ai grandi latifondisti e, più in generale, alla classe borghese, a volte, per dire il vero, ingenerosa e non sempre molto attenta alle esigenze e ai diritti dei lavoratori.
Erano i solerti mastro Tonino Festivo Candia, valente sarto, nonché consigliere comunista per ben cinque legislature, e mastro Totonno Gallina, abile falegname e ben noto maestro di musica, i soci promotori di questa Cooperativa, alla quale aderivano subito ben oltre duecento artigiani coriglianesi, entusiasti e motivati per costruire un futuro migliore, ma anche per aver maggiore sicurezza e serenità per il loro lavoro, considerato da sempre una realtà fondamentale del tessuto economico e sociale della nostra città.
Purtroppo, ben presto, questa iniziativa, nata con lo scopo del mutuo beneficio, per l’improvvisa scomparsa di uno dei due fondatori, naufragherà nel mare dell’egoismo e del conformismo sociale, lasciando ancora una volta gli artigiani ad operare nelle vecchie e silenziose stanze della solitudine e dell’amarezza.
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Intanto, il mese di aprile di quell’anno, tradizionalmente consacrato alle celebrazioni del nostro Santo Patrono, San Francesco di Paola, era, invece, dedicato alle elezioni per il rinnovo dei due rami del Parlamento Italiano (domenica 28 e lunedì 29). Per tale motivo, per evitare che i festeggiamenti di San Francesco nei giorni 23-24-25 aprile si svolgessero in un clima poco sereno, disturbati dagli immancabili e chiassosi comizi elettorali, la Commissione per i festeggiamenti del Santo della Charitas decideva saggiamente di spostare la festa di un mese, cioè nei giorni 17, 18 e 19 maggio (9).
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Il mese di ottobre, iniziato con l’apertura delle scuole di ogni ordine e grado, terminava per gli sportivi coriglianesi con una straordinaria e inattesa notizia: la nascita della “Società Polisportiva Corigliano”.
Si trattava di un evento del tutto eccezionale, perché, dopo lunghi anni di silenzi e di indifferenze, si riaccendeva negli animi dei miei concittadini la grande passione e l’amore per lo sport più famoso e popolare al mondo, quello del calcio.
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9 Ecco l’articolo del Cor Bonum n. 8 del 30 maggio 1963: “… Nei giorni precedenti la Festa, però, il tempo instabile ed inclemente non faceva prevedere la bella riuscita dei festeggiamenti; ma il giorno 18 quando la Statua del Grande Taumaturgo è stata portata in processione alla Marina ed allo Scalo, il tempo si era già rimesso, cosicché la processione, preceduta da una pattuglia di Militi della Strada, Carabinieri, Vigili Urbani, cittadini in bicicletta e motocicletta e seguita da centinaia di macchine, di autobus e di camion stracarichi di fedeli, è riuscita veramente imponente e grandiosa non solo per il grande concorso di pubblico, ma anche e specialmente per l’entusiasmo e la fede che animava gli intervenuti. Anche la giornata del 19 il tempo è stato splendido ed i festeggiamenti si sono svolti con regolarità, sia all’esterno che all’interno della Basilica, splendidamente parata a festa dalla Ditta Michele Mazzarano, dove sono state celebrate messe solenni, Pontificale e predicazioni e dovesi sono avuti omaggi floreali, Comunione generale ed altre solenni cerimonie.
All’esterno grande animazione, bancarelle cariche di ogni ben di Dio, baracche di giochi vari, di rivendite di gelati, birra, liquori, dolci, giostre e parchi di divertimenti vari. La processione svoltasi nel pomeriggio per le strade cittadine illuminate e pavesate a festa dalla Ditta del Com. Giuseppe Infante, è riuscita grandiosa e solenne. A sera gli splendidi fuochi artificiali sparati dalla Ditta Buonofiglio e dalla Ditta Gallotta hanno brillantemente completato i festeggiamenti, rallegrati per ben tre giorni dal rinomato concerto bandistico della Città di Francavilla Fontana.
Dopo lo sparo dei fuochi, il bacio della Santa Canna ha concluso la festa, con soddisfazione dei fedeli e della cittadinanza, sempre entusiasta e devotissima del Gran santo di Paola, nostro Protettore
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Rimando, però, questo argomento al prossimo capitolo, perché sarà, a breve, il tema principe di questa mia narrazione, che ha come obiettivo quello di dare voce ad un passato scandito da rituali coinvolgenti e suggestivi, con l’aiuto di immagini scolpite nella nostra mente, che il tempo non potrà mai portare con sé.
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La seconda notizia, che ci colpiva ancora di più rispetto alla precedente, perché si trattava di un nostro concittadino particolarmente benvoluto da tutti, riguardava il tragico incidente stradale in cui perdeva la vita mastro Totonno Gallina, maestro falegname, nonché un ex componente della banda musicale della città e direttore di un’orchestra, che spesso si esibiva in alcune manifestazioni, che si tenevano a Corigliano e nei paesi limitrofi (10).
Erano le ore dieci del 26 dicembre quando al bivio di Policoro, comune della provincia di Matera in Basilicata, un’automobile, una 600 Fiat, nella quale viaggiavano mastro Totonno Gallina e due suoi fratelli, Mario e Battista, quest’ultimo insieme alla moglie Concetta e alla figlioletta Maria Pina, veniva violentemente investita da un’altra auto di maggiore cilindrata, una Fiat 2300, guidata dall’architetto (e forse distratto) Francesco Marascotti.

Mastro Totonno Gallina (indicato dalla freccia) Foto T. Gallina
Nello scontro frontale e particolarmente violento terminava di vivere la sfortunata Concetta, mentre gli altri riportavano gravissime ferite da essere trasportati urgentemente all’ospedale di Corigliano. Purtroppo per il cinquantatreenne mastro Totonno, nonostante il prodigarsi dei medici e del personale paramedico, non ci fu niente da fare: serenamente e forte della sua fede, si affidava alle Grazie del nostro Signore.
Così, Corigliano, la sera di Santo Stefano, perdeva, ancora una volta, uno dei figli migliori, un bravo maestro artigiano, un ottimo musicista, ma anche un uomo sempre vicino alla sua gente e, in particolare, ai suoi numerosi colleghi (11).

Anni 70 – Gabriele Meligeni
Il giorno prima di quella grande tragedia vissuta dalla famiglia Gallina, un quindicinale coriglianese (12) dava la notizia di una mostra di pittura presso la Scuola Media “Garopoli” della nostra città di un giovane artista, che aveva già partecipato alla “IV Mostra di Arte Nazionale dello Studente”, tenutasi qualche mese prima a Roma, classificandosi nei primi posti con l’opera “L’Irrisione”, un quadro di una particolare espressione artistica, caratterizzata dall’irresistibile fascino della contrapposizione dell’utopia al realismo (13).
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10 Il 1° maggio del 1946 con la sua orchestrina, Antonio Gallina partecipava all’inaugurazione dell’apertura del “Bar Gatto Bianco”, gestito dal cosentino Domenico Storino
11 Nel gennaio del 1955, aveva costituito, insieme a Domenico Avolio, a Corigliano la sezione della Federazione Nazionale dell’Artigianato e il 12 marzo del 1961, con una votazione plebiscitaria, veniva eletto presidente
12 Era il Cor Bonum nn. 21 – 22
13 Vi suggerisco di leggere In Appendice alla pagina 224 un articolo sulla mostra di Gabriele Meligeni, tenutasi alla Scuola Media “Garopoli”, pubblicato nel mese di gennaio del 1964 dal giornale “Rassegna Calabrese” (Fonte: Archivio di Mario Salatino)
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Il nome di quel giovane pittore, la cui carriera artistica, professionale e politica, stava emergendo nella nostra città, purtroppo, in una cornice temporale di breve durata, era Gabriele Meligeni.
Prima di dare spazio al prossimo capitolo, riguardante la società sportiva Polisportiva Corigliano, consentitemi di dedicare solo poche righe, bagnate da dolci e nostalgici ricordi, a questo illustre concittadino, un autentico figlio del popolo, che la nostra città distratta, ingenerosa e, persino, irriconoscente, purtroppo, ha da troppo tempo dimenticato.
Conoscevo Gabriele sin da quando portavo i corti e leggeri calzoncini allacciati con una fibbia, quelli alla zuava, perché abitava ad un tiro di sasso da casa mia.

Frammenti – Fra Arte e Ideologia 1972-1985: La Mafia – Il tentativo delle associazioni criminose di impadronirsi degli uffici e dell’Ente Comunale per il proprio tornaconto (Gabriele Meligeni)
Lo conobbi ancora meglio nel 1964 presso l’Istituto “Garopoli”, sede del Liceo Scientifico, dove io, giovincello coi primi e timidi segni di peli sul viso, frequentavo la prima classe, mentre lui, già un giovane con barba lunga e scura, frequentava l’ultima e si apprestava a conseguire i difficili esami della maturità scientifica. Era una persona particolarmente buona e sensibile, dal cuore grande, animata da forti sentimenti di giustizia sociale, sempre presente agli eventi legati alla solidarietà. Questo suo modo di essere, però, se la mia “Ram grigia” non si è ancora smagnetizzata, era il motivo per cui le più colorite note scolastiche sul registro della sua classe (V A), da parte di alcuni “attenti e solerti” docenti, erano dedicate proprio a lui.
Non erano delle semplici annotazioni. Tutt’altro. Erano delle assurde e arbitrarie sanzioni, che, non di rado, anche per un solo giorno, includevano le famigerate sospensioni dalle lezioni. Si trattava, in verità, di un vero “accanimento terapeutico” nei confronti di un giovane studente colpevole solo di voler sottoporre, con senso critico, al vaglio della sua ragione pensieri e atteggiamenti, spesso, coinquilini della ipocrisia e della doppia morale.
Sarà, poi, la storia, quella vera, degli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, a dare il giusto riconoscimento alla figura di questo giovane artista, che riusciva con dei semplici tratti di matita a dare forma alle sue idee, che, spesso, confluivano nella ricerca di un continuo e difficile dialogo per marcare temi sociali, come il riscatto della classe operaia o la denuncia dello sfruttamento illegale dei lavoratori. Infatti, oltre ad essere un dirigente della sezione locale del P.C.I. (Partito Comunista Italiano), consigliere comunale, in seguito anche sindaco, sarà il personaggio più popolare di Corigliano in quei due decenni predetti. In quegli anni con coraggio e determinazione affronterà delle problematiche difficili e complesse, non tradendo i suoi ideali e senza mai risparmiarsi nel combattere uomini senza scrupoli, in particolare gli speculatori dell’edilizia sempre pronti a saccheggiare la città, gli uomini mafiosi e prepotenti a tutti i livelli sociali, nonché i ricchi e potenti latifondisti, che speculavano sui terreni agricoli a danno dei poveri contadini. Lo farà a testa alta senza mai indietreggiare, nonostante qualche volta, oltre a frequentare la sala del Consiglio Comunale, era costretto, suo malgrado, a frequentare, in piena solitudine e con una grande sofferenza interiore, quella dei tribunali, per colpa di uomini dai volti ambigui e malvagi, veri diffamatori di professione.

Frammenti – Fra Arte e Ideologia 1972-1985: Le Accuse – La falsità di accuse che sono state elementi di processi durati 10 anni
Da queste ultime aule, piene di fascicoli e di uomini “di parte”, senza mai restare impigliato nelle strette e false maglie della diffamazione, uscirà sempre col suo solito atteggiamento di uomo onesto ed integerrimo. Ripeto: a testa alta.
Gabriele era un uomo intelligente, di grandi capacità umane e di una particolare umiltà. Sapeva esprimersi, oltre che con l’arte delle sue opere, con un linguaggio semplice e chiaro, senza fronzoli ed inutili esibizionismi, ma in modo essenziale e concreto, andando diritto al cuore della gente.
In breve, era l’uomo di tutti i giorni, un vero “intellettuale di strada”, che sapeva parlare, soprattutto, alle persone umili e bisognose, che, quasi sempre, viaggiavano sul “treno di terza classe”, con l’intento di regalare loro un sottile filo di speranza per un domani migliore e più giusto.
Questo suo atteggiamento si trasformerà nel tempo in un impegno quotidiano, un vero e insostituibile assioma alla base della sua teoria dell’uguaglianza e della fraternità fra tutti gli esseri umani.
Purtroppo, come spesso accadeva anche con i suoi quadri, dove l’utopia, qualche volta, rubando il posto alla realtà, svaniva nel momento in cui stava per realizzarsi, così anche il suo impegno nei confronti della sua gente durava quanto il battito d’ali di una farfalla, perché ancora giovane sarà costretto ad abbandonare il campo di battaglia delle lotte politiche e civili per lottare, questa volta, ad armi impari, contro un crudele nemico subdolo e invisibile.
Il suo percorso terreno, dopo aver sopportato con immane fatica fisica e spirituale, per oltre venti anni, il peso della Croce, terminava proprio nelle vicinanze di quel nostro piccolo poggio noto a tutti col nome di Calvario. È la storia di un uomo, che, dopo aver dedicato i migliori anni della sua vita alla sua città per renderla migliore e maggiormente vivibile nel rispetto dell’ambiente e della legalità, in silenzio e in attesa dell’eterno riposo, assisteva inerme al trasferimento delle sue povere spoglie su una collina di un paesino non distante da Corigliano, quest’ultima, purtroppo, in questa triste circostanza, ingrata e senza memoria.

Frammenti – Fra Arte e Ideologia 1972-1985: Il Dirigente (Visione megalomane del sentirsi dirigente di una situazione molto complessa) Gabriele Meligeni
Ora, mantenendo fede alla premessa iniziale (dedicare poche righe a questo illustre personaggio), interpretando il pensiero di tutti i Coriglianesi onesti e rispettosi, con la preghiera del silenzio, non mi rimane che rivolgergli da queste umili pagine una sola parola. Anzi due: Grazie Gabrié.