
Fonte: Corriere della Sera del 12.3.2026 pp 34 e 35 articolo di Susanna Tamaro
Da qualche tempo sento montare un clima di disprezzo sempre più diffuso verso tutto ciò che ricorda l’importanza della famiglia e dell’amore coniugale. Da quale senso di superiorità nasce questo disprezzo? Non è forse desiderabile avere delle relazioni affettive capaci di edificare il tempo nella dimensione dell’amore?
Nel nostro Paese, come nella maggior parte del bacino mediterraneo, la realtà della famiglia è ancora in fondo la colonna portante su cui si regge la società e l’indignazione che non si placa nei confronti della favola nera dei bambini del bosco ne è la conferma. Una coppia che si ama, che ama i suoi figli, un po’ eccentrica certo, ma di un’eccentricità che non nuoce a nessuno, in cui non c’è alcun odio, viene devastata da una psichiatrizzazione forzata degna dei peggiori regimi totalitari. Ci si lamenta che la madre è oppositiva, ma quale madre che ama i suoi figli può accettare passivamente che le vengano sottratti e che sia fatto loro dell’inutile male, in nome di una normalità che esiste solo nei piani teorici dei loro persecutori? Per anni in un campo vicino alla mia casa hanno vissuto delle mucche; per anni ho visto nascere i vitellini, assistendo alla loro gioia di correre felici nel prato e alla dolcezza con cui le madri li richiamavano all’ordine, ma anche, per anni, ho dovuto condividere lo strazio delle madri quando i piccoli venivano caricati sul camion per andare al macello: le mucche correvano trafelate avanti e indietro, lo sguardo spiritato, emettendo richiami nella speranza di ricevere una risposta.

E questa sofferenza non durava un’ora ma diversi giorni. Nelle recenti meravigliose Olimpiadi, al termine di ogni gara, i vincitori ringraziavano per prima cosa i genitori e la famiglia che, con la loro dedizione e la loro pazienza, avevano permesso loro di diventare dei campioni. Da dove nasce dunque questo disprezzo e questo bisogno di ridicolizzare ciò che è importante per la maggior parte degli esseri umani? Negli ultimi tempi ho sentito il bisogno di rileggere i libri che sono stati le colonne portanti della mia generazione, quella diventata adulta negli anni Settanta. Anni di violenza, di morte, di fanatismi fuori controllo che hanno segnato profondamente il nostro Paese e che forse sono stati archiviati senza essere stati metabolizzati, permettendo alle loro spore di riattivarsi pericolosamente in questi ultimi tempi. Come primo testo, dunque, ho voluto leggere un irrinunciabile classico di allora: La morte della famiglia di David Cooper. Cooper era uno psichiatra sudafricano che si era occupato principalmente di giovani schizofrenici ed era allievo di Ronald Laing, l’autore alcolizzato e depresso de l’Io diviso, a sua volta sostenitore dell’Lsd come via di conoscenza di sé. Il libro, uscito nel 1971, venne tradotto da Einaudi nel 1972 nella collana Nuovo Politecnico, caratterizzata da una copertina bianca con un quadrato rosso al centro, che ospitava un numero non indifferente di libri votati alla distruzione della società fino ad allora esistente e alla ricostruzione della stessa sanificata dalle sue parti arcaiche. La morte della famiglia ha un andamento altalenante. Ci sono parti condivisibili, e alcune altre profetiche, come l’intuizione del pericoloso avanzamento del potere della tecnologia nelle nostre vite, ma la maggior parte sono dei deliri di una persona che ha degli evidenti problemi di equilibrio mentale. Il discorso di fondo è l’auspicato annientamento della figura del padre, la distruzione di ogni autorità e di ogni legame generazionale e la consacrazione del folle e del bambino privo di costrizione quali profeti di una nuova civiltà. Nel tempo queste rivoluzionarie posizioni, come truppe silenziose e invisibili, hanno conquistato ogni dimensione della società, facendo così un grande favore al capitalismo. Quello stesso capitalismo che, secondo Cooper, sarebbe stato annientato dalla morte della famiglia e dal sorgere di comuni libertarie. L’irrompere del controllo elettronico, le ricchezze del mondo spartite da un numero di persone che si contano sulle dita di una mano, il neofeudalesimo post moderno non possono che trarre vantaggio da un mondo in cui tutti i rapporti umani sono stati disgregati e l’individuo vive nella sua cellula atomica in una solitudine popolata da schermi, suoni e immagini ma totalmente priva di vere relazioni. Viviamo sotto l’ossessivo ritornello della realizzazione personale come unica dimensione dell’esistere e in questa realizzazione, ci viene detto, l’altro non può essere che un mezzo o un inciampo. «La famiglia è ariosa e stimolante come una camera a gas» si proclamava negli anni Settanta e ora paradossalmente, dopo quarant’anni di distruzione sistematica, siamo arrivati al perfetto compimento di questa realtà. Come si può sentire infatti un bambino che cresce in un appartamento di città assieme a due genitori di cui percepisce la fragilità e la temporaneità e la cui vita è divisa tra le balie elettroniche e il nido? Come può non provare una profonda sensazione di solitudine e di angoscia? Che cos’è infatti la solitudine se non un gas tossico? Noi siamo mammiferi sociali e quando questa socialità non si può esplicare, si scivola rapidamente verso un disagio mentale sempre più difficile da arginare. In un futuro forse non lontano i bambi ni nasceranno concepiti in uteri artificiali, con un patrimonio genetico predeterminato nella sua eccellenza dall’intelligenza artificiale, ma fino ad ora tutti gli esseri umani sono venuti al mondo dall’incontro fra un seme maschile e un ovulo femminile perché la legge della vita degli organismi superiori è la polarità. I genitori hanno dei genitori che, a loro volta, hanno dei genitori e, dalla somma di questi antenati, si forma l’albero genealogico. La persona è la sua genealogia. Prima di ognuno di noi c’è una lunga memoria: alcuni tratti sono noti, altri meno, altri ancora possono essere falsificati perché tanto la madre è certa, altrettanto non si può dire del padre. E, come un albero ha i rami, le foglie e le radici, cioè è legato a un flusso di energia che lo fa vivere, così altrettanto noi siamo legati ai nostri parenti da importanti fattori genetici. La disperazione dei bambini contemporanei è proprio quella della solitudine genetica. Niente fratelli, nessun cugino, nessuno zio, nessuna alterità con cui confrontarsi e crescere. In questo modo il bambino diventa il re della casa, convinto che il mondo sia una proiezione dei suoi desideri; nel suo microcosmo, spesso dominato solo dalla presenza materna, ogni cosa diventa autoreferenziale, negandogli così la possibilità di un rapporto sano con il reale. Come tutti gli alberi di un bosco comunicano tra di loro attraverso le ife dei funghi, così la famiglia, nel suo sviluppo naturale, è in grado di generare una grande creatività di relazioni. Una persona ad esempio può avere un pessimo rapporto con la madre, ma in una zia può trovare affinità capaci di colmare quella freddezza. Si possono avere dei fratelli estremamente irritanti e sentirsi più prossimi a qualche cugino. La famiglia dunque è fondamentalmente un grande organismo che permette a ogni persona di trovare un suo spazio di affinità, di realizzare il proprio lato umano e soprattutto di trovare sostegno nei momenti di fragilità. È proprio questo dono gratuito dell’amore che è fortemente inviso ai potenti esaltatori del transumanesimo perché, come tutti gli esseri dotati di spirito predatorio, sanno che la preda isolata è molto più facile da raggiungere di quella protetta da un branco. La famiglia, con la sua lunga storia evolutiva, ci parla di un ordine e della capacità delle persone che la compongo di impegnarsi perché questo ordine sia il più costruttivo possibile, anche compiendo sacrifici e rinunce, mentre oggi è proprio il concetto stesso di costruzione ad essere costantemente ridicolizzato da una società che ti propone unicamente il tutto e subito. Rileggere David Cooper è stato interessante anche perché in lui c’era una sete di verità nei rapporti e una vera sofferenza per il conformismo dell’epoca, ma la sorpresa più grande l’ho avuta alla fine del libro, quando nelle pagine dedicate ai ringraziamenti racconta: «Mentre terminavo di scrivere questo libro contro la famiglia, ho attraversato anche un periodo di crisi profonda, sia fisica che spirituale, che si è tradotta nell’esperienza di rinnovamento, di morte e di rinascita di cui ho parlato in queste pagine. Le persone che mi sono state vicine e che si sono occupate di me con immensa gentilezza e sollecitudine durante il periodo peggiore delle crisi sono stati mio fratello Peter, mia cognata Carol e le loro figliolette. Proprio come dovrebbe fare una vera famiglia. Ho insegnato ad Heidi, che ha quattro anni, il linguaggio degli alberi, a stringere la mano a un ramo di una quercia, a dire ciao e ascoltare le risposte degli alberi, sempre così sbalorditivamente diverse. Quello che lei ha insegnato a me, va molto più là». E allora? Viva gli zii, viva i nipoti capaci di prenderli per mano e farli uscire dai loro fantasmi interiori.