
Massacrate perchè “colpevoli” di avere alle spalle una storia secolare di ricchezza e di appartenere a un ceto sociale privilegiato
L’eccidio delle sorelle Porro, compiuto in quel fatidico 7 marzo del 1946 ad Andria, oggi capoluogo di provincia insieme con Barletta e Trani, è la testimonianza storica di una dignità che merita di essere ricordata. Porro, vi dice niente questo cognome? Se vi fa pensare al noto giornalista e conduttore televisivo Nicola Porro siete nel giusto. Le sorelle Porro, nobildonne pugliesi, erano sue zie. Da me richiesto ne ha dato conferma. È noto che in quel periodo i braccianti agricoli andriesi, accecati dall’odio di classe, in una consequenziale violenza usarono le armi (bastoni e pugnali) e dispensarono morte violenta nella vana illusione di rivendicare ciò che il partito comunista, per decenni aveva promesso: “La terra ai contadini”, quella che, però, nè Marx, nè il PCUS, né il socialismo dei bolscevichi sovietici avrebbero mai dispensato. Intanto lo slogan faceva presa e le masse erano già convinte, sulla scia dell’onnipotenza partigiana, che era giunto il momento di prendersela quella terra, al canto di bandiera rossa che recitava: “se non è oggi, sarà domani, sarà la morte dei pescecani”. Vittime indiscusse di tanta violenza, nella città di Andria furono le sorelle Porro: Stefania, Vincenzina, Carolina e Luisa. Le quattro sorelle Porro, di cui tre nubili, erano donne di Chiesa e di preghiera, ricordate per la loro profonda fede, erano ricche proprietarie terriere. Si impegnarono nei lavori domestici, nell’ago e nel cucito. Dedite alla beneficenza e alla preghiera, incapaci di far del male, elargirono la somma di cinquecento mila lire ai Salesiani per acquistare un terreno e costruire un oratorio, ancora oggi in vita, il “Don Bosco” che, per la sua costruzione avrebbe dato lavoro ai tanti disoccupati andriesi. Le sorelle Porro erano “colpevoli” di avere alle spalle una storia secolare di ricchezza agraria e per questo di appartenere a un ceto sociale privilegiato. Il loro destino fu crudele. Nel 1945 i rapporti tra la classe dei braccianti e le istituzioni pubbliche e religiose e i proprietari terrieri si aggravarono. Tanto che nel 1946, i primi di marzo, quando gli scontri divennero sempre più accesi, le tre sorelle ormai anziane e fiduciose nella loro preghiera rifiutarono di lasciare la loro dimora in piazza Municipio certe che nessuno avrebbe fatto loro del male. Il 6 marzo, alcuni individui si presentarono al loro palazzo in piazza Municipio per rovistare il loro appartamento in cerca di armi e persone. Ma nulla trovarono. Così il pomeriggio del 7 marzo, mentre la piazza gremita attendeva l’inizio di un comizio, da parte di Giuseppe Di Vittorio, in piazza Municipio con l’intento di pacificare gli animi, uno sconosciuto, senza tener conto delle conseguenze, sparò un colpo di pistola in aria. Fu il segnale della rivolta. In via Ferrucci furono innalzate barricate per impedire l’arrivo delle forze dell’ordine. Il Palazzo Porro fu incendiato, saccheggiato e gli occupanti trascinati per strada. Stefania e Vincenzina nonostante le violenze scamparono alla morte, mentre per Luisa e Carolina non ci fu nulla da fare. Subirono una violenza efferata che non conosce uguali nella storia della città federiciana. Carolina fu uccisa da un colpo di baionetta allo stomaco e pestata a sangue mentre Luisa dopo aver “benedetto” il suo carnefice fu spinta violentemente contro uno spigolo della porta attigua all’armeria Giannotti. Le sorelle Carolina e Luisa giacquero nel fango per tutta la notte e i loro corpi abbandonati sul marciapiedi, vicino all’armeria Giannotti. Al mattino dell’8 marzo girava voce che i due corpi sarebbero stati addirittura strascinati per le vie della città. Finalmente intervenne la forza pubblica e, su sollecitazione del Vescovo Di Donna, i cadaveri furono finalmente trasportati al cimitero. Poi, alle ore 11:00, l’onorevole comunista Giuseppe Di Vittorio parlava alla gremita piazza Municipio e, per calmare gli animi degli invasati “rivoluzionari” prometteva che il lavoro, molto presto, sarebbe arrivato, e non si sa se era proprio ciò che volevano quegli assatanati sanguinari. Auspicava che l’ordine pubblico ritornasse subito sovrano. E intanto il disordine era già prevalso. Le sorelle Porro pagarono così un prezzo altissimo nell’ingiusta lotta tra le classi sociali, per cui è doveroso rendere onore alla memoria delle generose vittime non ricordate a sufficienza dalla storia e dalle infami rievocazioni del sindacato comunista che osa spacciare come rivendicazioni della lotta operaia palesi azioni di odio, vendetta e assassinio, e saccheggio, di cui fu vittima l’onorata casa delle sorelle Porro.
Ernesto Scura
