
’A PUTIGA ’I MASTRO RUMINICHI POLICASTRI E DI FRATELLI
La bottega del maestro Domenico Policastri e dei fratelli: Antonio (Totonno), Luigi (Gigino), Giovanni e Giuseppe (Peppino). (1)
Conoscevo Domenico Policastri e i suoi fratelli sin dagli anni ’60 del secolo scorso, perché persone molto note a Corigliano, soprattutto per il ruolo che ricoprivano nel campo del commercio.
Si trattava, però, solo di una conoscenza superficiale, “di vista” come si suole dire. Niente di più. Poi, a cavallo degli anni ’70 e ’80, ho avuto modo di conoscere bene Domenico, perché spesso di sera frequentava con tre suoi amici (2) il bar Ariella, in via Aldo Moro, n. 30, gestito dalla mia famiglia (oggi gestito dai figli di mio fratello Giorgio: Gerardo e Gianluca).

Soprattutto nel periodo invernale, lo vedevo arrivare al bar, quasi sempre, quando i riflessi del giorno si allontanavano per nascondersi dietro l’alta cresta del Pollino; amava trascorrere un po’ di tempo in compagnia dei suoi amici, sempre gli stessi, e di un immancabile mazzo di quaranta carte napoletane in un relax serotino, o presunto tale. Spesso, la posta in palio era un modesto piccolo pugno di caramelle. Anzi, mezzo. Ricordo bene che il Policastri di quelle poche caramelle, che gli spettavano, un paio le preferiva al gusto della menta, quelle dure avvolte singolarmente nella carta trasparente dal sapore fresco e intenso.
________________________________________________________
[1] Domenico Policastri, all’anagrafe anche Giorgio, Carmine, figlio di Vincenzo e di Antonia Immacolata Serra, era nato il 18 luglio del 1904; cessava di vivere il 27 agosto del 1992. Antonio Policastri, all’anagrafe anche Pasquale Costantino, era nato il 15 aprile 1911; cessava di vivere il 7 gennaio 1980. Luigi Policastri, all’anagrafe anche Salvatore, era nato il 3 maggio del 1913; cessava di vivere il 1° luglio 1977. Policastri Giovan Battista era nato il 9 luglio 1915; cessava di vivere il 16 giugno 1997. Giuseppe Policastri, all’anagrafe anche Pietro Paolo Alberto, era nato il 19 febbraio del 1918; cessava di vivere il 14 febbraio 1983
[2] Erano Francesco Scura, Giuseppe (don Peppe) Santo e Leonardo Stasi (’u miricani)
_______________________________________________________
Nel breve tempo che, però, intercorreva tra la consegna delle carte napoletane da parte dei suoi amici e la consegna delle caramelle da parte di mio fratello Giorgio, che, insieme a mia madre, allora gestiva il bar, il Policastri soleva scambiare con me qualche battuta, forse anche per capire di che cosa io allora mi occupassi. Lo faceva con un tale garbo e una così grande delicatezza che io non potevo assolutamente sottrarmi alle sue domande, anche perché leggevo nei suoi occhi sinceri e profondi un trascorso di vita vissuta intensa e varia. Mi sembrava un uomo che aveva navigato in acque non sempre calme, ma che con grandi sacrifici era riuscito ad approdare nei porti più sicuri, quelli che danno ospitalità e accoglienza agli uomini saggi e intelligenti, dotati soprattutto di grande volontà nell’affrontare con decisione gli inevitabili ostacoli della vita.
Anni ’80 – Domenico Policastri (Foto di C. Policastri)
Infatti, come vedremo in seguito, Domenico Policastri era un uomo che aveva saputo mettere al servizio della comunità le sue intuizioni intelligenti e innovative, destinate, poi, ad una piena conferma nella meccanica agricola.
Così, attratto anche dal suo aspetto signorile, raffinato, molto elegante, alto non solo nel fisico, ma pure nello spirito, alle sue domande, bene articolate con un tono di voce profondo ed univoco, rispondevo ben volentieri con un senso di rispetto e di ammirazione, ricevendo da lui apprezzamenti e lusinghieri complimenti.
Pertanto, oggi, in memoria di quest’uomo, un vero signore d’altri tempi, il cui animo nobile e generoso ancora alberga in un angolino del mio cuore, mi accingo a descrivere brevemente la sua bottega artigianale di carrista (e dei suoi fratelli), situata all’inizio di via Ospizio, ai numeri civici 61 – 63 -65 (3), che ha rappresentato per la città, soprattutto negli anni ’30 del secolo scorso, un punto di riferimento per molti operatori nel campo dello sviluppo rurale, offrendo, in particolare, ai cosiddetti massari un ottimo supporto nel riparare, a volte, quel gigantesco strumento che un tempo la gente chiamava “macchina per abbattere il grano”.
Inizi ‘900 – Antonia Serra e Vincenzo Policastro (Foto – C. Policastri)
Era stato il padre di Domenico, Vincenzo Policastro (4), ad aprire, nella seconda metà dell’Ottocento, in questi grandi locali una falegnameria. Non si trattava di una bottega dove si realizzavano mobili e suppellettili, ma era un vero laboratorio artigianale dove si costruivano e si riparavano quelle straordinarie vetture, i cui motori ubbidienti e remissivi avevano una testa grande e un cuore generoso, segnati dalle loro fatiche e dalle loro continue sofferenze.
________________________________________________________
[3] Noto come fabbricato Policastro, perché realizzato, nella seconda metà dell’Ottocento, da Antonio Policastro (classe 1838) per conto del fratello Vincenzo, padre di Domenico
[4] Nell’Ottocento il cognome era “Policastro” con la “o” finale. Diventerà, poi, nel Novecento, con la vocale “i” finale, cioè “Policastri”. Vincenzo Policastro, decimogenito di Domenico e di Lucrezia Falcone, era nato il 23 febbraio del 1861; sposava il 14 maggio del 1899 la ventenne Antonia Immacolata Serra, figlia di Giovanni e Anna Tassitani
________________________________________________________
Si racconta che andasse proprio il Policastro nelle foreste silane ad acquistare grande quantità di legname di faggio stagionato per poi realizzare perfette travi e tavole per costruire traìni (carri) in molti svariati modelli, formati da un cassone montato su due ruote con due sponde per mantenere il carico di derrate agricole e di merci di ogni genere.
Mastro Bbicienzi (maestro Vincenzo), un po’ maestro d’ascia, nel dare forme e movenze opportune al legno, un po’ ferraiolo e fabbro, cioè carpentiere (5), nel realizzare ruote formate da cerchioni in ferro, che dovevano aderire al legno in modo da diventare un tutt’uno, collegate da un robusto asse, era un vero maestro nel realizzare veicoli trainati da pazienti ed affidabili quadrupedi, sempre obbedienti e silenziosi, con le loro teste chine e protese in avanti, le orecchie ciondoloni e gli occhi socchiusi.
Si trattava di un lavoro di grande abilità, che solo i grandi maestri carradori sapevano fare. E il Policastro era uno di questi. Non solo, ma, da autodidatta, sapeva anche di matematica, di geometria e di disegno per progettare e realizzare in armonia e con una precisione sorprendente i vari pezzi dei suoi carri. Si trattava di un vero artista nel settore in cui operava.
Purtroppo, la vita terrena dell’ingegnoso Vincenzo non sarà molto lunga; terminerà la mattina del Lunedi di Pasqua del 1920.
Erano le ore dieci del mattino di quel 5 aprile quando nella sua casa, in via Ospizio, il bravo maestro, che con la sua arte aveva costruito tanti veicoli itineranti, destinati ad affrontare stradine sterrate di campagne, rendendo meno faticoso il lavoro dell’uomo, si addormentava serenamente e per sempre tra le braccia del Signore.
A questo punto preferisco cedere la penna della memoria ad una nipote di Vincenzo Policastro, una delle figlie di Domenico, Cristina, che con molta cortesia e gran senso di amicizia, aderendo al mio invito di ricordare la bottega del padre e degli zii, così, qualche mese fa, mi scriveva:
“Alla morte del capofamiglia, la moglie Antonietta, nota come ronna ’Ndunetta, si rese conto che la famiglia, pur essendo proprietaria della casa di abitazione, di due appartamenti sottostanti, affittati e delle tre botteghe a pianterreno, compresa quella del carrista, non poteva andare avanti solo con le “terre” che lei aveva portato in dote al momento del matrimonio.
________________________________________________________
[5] Infatti il termine “carpentiere”, in latino “carpentarius”, significa costruttore o riparatore di carri
_______________________________________________________
Si trattava di appena sei tomolate (6), o poco più, di un terreno seminativo posto ad Apollinara (7). La “terra” avrebbe assicurato il pane alla famiglia, così come era successo fino ad allora, ma Antonietta, donna energica, combattiva, intelligente, dotata anche di una cultura generale, decise che la bottega del marito doveva restare aperta perché poteva rappresentare il punto di partenza per il futuro dei figli; nel frattempo lei dirigeva la piccola azienda con la collaborazione di due operai.
1932 – In primo piano Domenico Policastri, dietro il fratello Luigi (Gigino) e a sinistra l’altro fratello, il piccolo Giuseppe (Peppino) (Foto di C. Policastri)
Incoraggiò, nel frattempo, il figlio Domenico, mio padre, che pur sedicenne doveva ricoprire il ruolo di capofamiglia, ad adoperarsi per fare quei particolari pezzi di ricambio di ferro di cui spesso carri e carrozze avevano bisogno (7).
_______________________________________________________
[6] Unità di misura corrispondente ad un terzo di ettaro, cioè 3333 metri quadri. Era chiamata così perché corrispondeva alla quantità di terreno che può essere seminato con un tomolo di grano
[7] Zona di Corigliano Calabro tra il fiume Crati e il Coscile
[8] In seguito, il locale sarà trasformato in un frantoio oleario, gestito da Antonio Policastri
______________________________________________________
Così, gli fece allestire nel locale adiacente alla bottega di carrista, una bottega di fabbro-ferraio con i ferri del mestiere: incudine, martelli, scalpelli, mantice, tenaglie ed altri ancora.
Compiuti 21 anni, mio padre, nel 1925/26, fu chiamato a svolgere il servizio militare di leva. Fece domanda per essere mandato a Taranto ed assegnato presso l’Aeronautica Militare sezione Meccanica e Manutenzione Motori. Accolta la domanda, mio padre scoprì la passione per la meccanica e la consapevolezza che il mondo stava cambiando cedendo il passo alle nuove tecnologie.

1932 – I quattro Fratelli Policastri. Da sinistra: Giuseppe, Antonio, Luigi e Domenico (Foto di C. Policastri)
Rientrato a Corigliano (dopo aver rifiutato l’assunzione come meccanico specializzato all’Aeroporto di Roma-Urbe), riprendeva il suo lavoro nella ex bottega del padre, insieme ai fratelli, pensando nel contempo di introdurre la meccanizzazione nell’agricoltura coriglianese e nella Piana di Sibari.
Il primo passo, in questa nuova prospettiva (con un grande impatto economico-culturale), fu l’acquisto a rate di una trebbiatrice, che da subito sperimentò sui terreni di Apollinara di proprietà della madre.
L’impatto con l’ambiente fu rivoluzionario, cominciò così a lavorare anche per conto terzi con l’aiuto dei fratelli, che diventeranno ottimi meccanici, insegnando a giovani volenterosi l’utilizzo di queste nuove tecnologie, per cui veniva chiamato da questi ultimi, con grande rispetto, “ ’u mastru ” )9). Il passaggio all’introduzione e quindi alla commercializzazione nelle campagne della Piana di Sibari delle macchine agricole progressivamente sempre più numerose e specialistiche, dal trattore allo scavatore, al frangizolle e via di seguito, fu una conseguenza.
Domenico divenne quindi, con l’accordo di tutti, il “fratello viaggiatore” della ditta. Non c’era ancora il telefono, ma con una macchina da scrivere, una Olivetti, conservata ancora oggi gelosamente a casa e con la quale, allora, noi bambine timidamente scrivevamo qualcosa con l’aiuto di nostra madre, mio padre prendeva contatti direttamente, via lettera, con le aziende produttrici, chiedendo un appuntamento e poi recandosi in sede. Le aziende che mio padre contattava e presso le quali in seguito si serviva erano le migliori aziende d’Italia, quelle leaders, come la Slanzi Motori di Novellara e la Ferrari Motori Agricoli di Luzzara, entrambe di Reggio Emilia.
La bottega di via Ospizio negli anni 1934/35, intanto, era diventata una bottega di biciclette, che, in seguito, sarà gestita solo da mio zio Giovanni, che, per gravi motivi di salute, non aveva potuto seguire i fratelli nei lavori in campagna con le macchine agricole, ma che poi ebbe altra storia ed altra vita ugualmente piena di soddisfazioni.
Nella seconda metà degli anni ’30 del secolo scorso si costituiva la Ditta Domenico Policastri e Fratelli, la cui sede era un piccolo negozio allo Scalo di Corigliano, di fronte all’albergo Labonia, dove il giovanissimo Giuseppe (Peppino) raccoglieva gli ordini, mentre Antonio (Totonno) e Luigi (Gigino), due bravissimi meccanici, lavoravano in giro a dare istruzioni ai contadini perché imparassero l’uso delle macchine agricole che poi acquistavano: trattori, scavatrici, motori per pozzi artesiani, tubi per l’irrigazione dei campi, pompe. Intanto, il mio genitore, quasi sempre era in giro per le fiere specialistiche in questo settore nelle varie città d’Italia: Milano, Verona, Brescia e tante altre.
______________________________________________________________
[9] Quando mio padre raccontava della sua presenza di trebbiatore per conto terzi, diceva a noi figlie che consumava una merenda sul posto (’a spisa preparata da mia madre). I contadini, però, considerato che non voleva accettare alcun invito a mangiare con loro, qualche volta un’insalata di pomodori, altre volte, invece, pasta e fagioli o quant’altro ancora, gli regalavano spesso un paio di uova fresche con l’invito a mangiarle subito, succhiandole visto che erano fresche. Lui, che era un igienista nato, le faceva diventare sode nell’acqua bollente del serbatoio del motore e se non le mangiava subito dopo le portava a casa perché gli sembrava brutto rifiutare.
______________________________________________________________
Per ricordare, infine, mio padre, un uomo ingegnoso e particolarmente attento alle problematiche relative ai motori agricoli, voglio riportare un fatto che ritengo, almeno per me, molto importante.
Alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, su segnalazione di alcuni clienti sul fatto che i trattori, impiegati nei terreni paludosi della Piana di Sibari, spesso si bloccavano, mio padre, avendo capito il problema, previo appuntamento si recava alla Slanzi Motori Agricoli a comunicare l’inconveniente, nonché a dare una probabile soluzione, che, nel frattempo, aveva ideata e disegnata con cura su carta.
1971 – il 3° da sinistra Domenico Policastri, gli altri i dirigenti della Slanzi (Foto di C. Policastri)
Praticamente secondo il mio genitore andava fatta una modifica al motore del trattore, in modo che mentre lo stesso lavorava si potesse inserire un meccanismo in grado di aspirare l’acqua che si trovava nel terreno paludoso.
Spiegò al tecnico della Slanzi, che si chiamava Walter, ed era il genero del proprietario (Giampaolo Slanzi), le modifiche da fare.
Dopo pochi mesi, prima dell’autunno, fatte le modifiche, Domenico fu convocato dalla Slanzi a Reggio Emilia per il collaudo, che avvenne sull’argine del fiume Po.
Nella foto della pagina precedente, scattata nel 1971, si riconosce Domenico, l’unico con la cravatta, alla sua destra l’ingegnere della Slanzi, a destra di quest’ultimo l’operaio che ha manovrato il trattore e a sinistra di Domenico il direttore dell’ufficio tecnico e un impiegato.
Il collaudo fu un successo; l’argine del Po era pieno d’acqua anche se apparentemente asciutto, ma il motore non si bloccò e continuò a lavorare per un bel pezzo, aspirando abbondante acqua che andava in un serbatoio predisposto ad hoc.
La modifica era importante e l’ingegnere della Slanzi, in maniera molto corretta, lo invitò a brevettare la modifica e gli disse che la Slanzi avrebbe acquistato il brevetto.
Mio padre, ricordandosi della famosa frase di Jonas Salk, rispose che non aveva interesse a brevettare la modifica e che poteva essere brevettata ed utilizzata dalla Slanzi, gratuitamente, senza pretendere nulla in cambio: era solo felice che la sua idea fosse stata presa in considerazione e realizzata.
Ecco, in breve, chi era mio padre: un uomo di un grande spessore morale e umano, nonché di una smisurata umiltà, che si è speso, senza mai risparmiarsi, per la famiglia e il lavoro, senza mai sbandierare vessilli di gloria.”
(Tratto dal 6° Volume de ”Le Botteghe di una volta” a Corigliano)