
Foto tratta dal sito: www.anticabibliotecacoriglianorossano.it/
Titolo di oggi: La fornace dei morti ammazzati
Il maggiore Sacchi, dopo le molteplici richieste mirate a potenziare il servizio di ordine pubblico, anche nel territorio di Corigliano, dove la situazione si era ulteriormente aggravata con il clamoroso sequestro del nobile coriglianese Alessandro De Rosis, nel mese di maggio del 1868, informò il Ministero della Guerra, che, dopo “gli opportuni concerti col Comandante di Divisione di Napoli, un battaglione Bersaglieri sbarcherà domani, 20 maggio, a Paola per essere avviati a Corigliano, ove sarà sede di comando”.
Le due Compagnie di Bersaglieri del 45.mo Battaglione, con un totale di 84 militari, si insediarono nell’ex Convento dei Cappuccini, poi Ospedale “Guido Compagna”, dove, dopo l’organizzazione dei due Distaccamenti di Pietrapaola e Caloveto, rimase un presidio di 34 unità. A fine 1869, il Comando della Zona Militare della Calabria trasmise a Firenze, al Ministero della Guerra, un “Prospetto delle operazioni di repressione ed un elenco dei briganti messi fuori combattimento”. Tra questi “briganti” anche otto coriglianesi, uccisi intenzionalmente dai Bersaglieri, a poca distanza dal centro abitato, durante la traduzione al carcere di Rossano. I detenuti venivano sollecitati a fare i loro bisogni corporali e, mentre salivano verso gli uliveti, gli sparavano alle spalle. Ufficialmente fu verbalizzato che l’uccisione era avvenuta durante tentativi di fuga. Tra giugno 1868 e febbraio 1869 furono uccisi: Michele Capalbo, Pasquale Sapia, Leonardo Cianci, Vincenzo Palmieri, Giovanni Reale, Francesco Oriolo, Angelo Carlucci ed Antonio Serra. Il proprietario dell’uliveto, dove furono uccisi cinque degli otto ” briganti”, dovette svenderlo. Era ormai ritenuto un “posto maledetto” e nessuno volle mettere piede per raccogliere le olive. Il podere fu acquistato da un certo Mastro Pietro (Olivieri ?) per 4 mila lire ed impiantò subito una fornace per la produzione di mattoni pieni e tegole. Era chiamata la “Fornace dei morti ammazzati” e, di conseguenza, gli affari andarono a rilento per almeno due anni. Ma, per procurarsi i laterizi, in alternativa, bisognava andare oltre Rossano e, quindi, prima i più audaci e poi i più timorosi, presero la via della fornace maledetta, ma non senza garantirsi una certa immunità facendosi più volte il segno della croce. Mastro Pietro, per agevolare tali scongiuri, costruì in pietra una nicchia ed all’interno collocò una grande icona di S. Pietro, suo santo omonimo. Per di più, per accontentare i più restii, teneva acceso, notte e giorno, un lumino ad olio. Ed i clienti affluivano senza più remore e fisime, pur sapendo che si recavano alla “Fornace dei morti ammazzati”.
GIUSEPPE FRANZE’