
FRA BRIGANTI E MANUTENGOLI
Il fenomeno del brigantaggio in Calabria è sempre presente dai tempi del vice regno a quelli di Musolino. La sua virulenza è funzione del malessere popolare, delle ingiustizie sociali, della prepotenza dei governi.
Il brigantaggio post-unitario affonda le sue radici già negli anni del riformismo napoleonico, che alla scomparsa degli usi civici non sa, unitamente ai successivi governi della restaurazione borbonica, sostituire un’adeguata collocazione delle terre demaniali. Si espande successivamente alla costituzione del Regno d’Italia allorché le promesse di garibaldini e piemontesi si rivelano strumentali e beffarde. Le condizioni del proletariato sono tristissime per cui alla incapacità e mancanza di volontà del governo ad aprire verso una società più giusta fa riscontro la protesta e la ribellione popolare con la insorgenza del brigantaggio e le implicanze del manutengolismo. A Corigliano, date le migliori condizioni economiche generali per un territorio feracissimo, il brigantaggio non ha eccessivo proselitismo. La zona, però, è oggetto dell’attuazione di numerose bande che vi trovano l’ambiente da lottare ed i mezzi di sostentamento sottratti alla ricca borghesia. Fra queste bande segnaliamo quelle di Faccione, Catalano, Acri e massimamente quella di Palma. Dell’ultimo brigantaggio organizzato possiamo senz’altro affermare che l’unica comitiva coriglianese è quella di Vulcanis-Arturi basata sul grosso nucleo familiare. Corre l’inverno 1860/1861 ed i fratelli Alfonso, Carlo e Felice Vulcanis-Arturi, unitamente a Francesco Marino e tal Car bone, di notte, fanno «serenata» alla Ricella di fronte al Focone cantando e suonando la chitarra. Una pattuglia di Guardie Nazionali, composta da D. Beniamino Garetti, D. Alfonso l’Abate e D. Antonio Guidi, passando per quella zona, intima agli interessati di smettere il disturbo proibito dalle leggi e di rientrare nelle rispettive abitazioni. La pattuglia si allontana ed i «serenatisti» continuano. Una seconda pattuglia, formata dal sergente D. Luigi Dragosei e dalla guardia Tommaso Talarico, è più rude. Malmena i Vulcanis-Arturi , manifesta il proposito di fermarli ed a viva forza incomincia a trascinare Carlo verso l’ufficio all’Acquanova. Gli altri reagiscono, ne nasce una colluttazione e Luigi Dragosei cade morto sotto le coltellate di Alfonso. Anche Carbone resta stecchito sul posto. Alfonso viene arrestato dal Talarico e da altre guardie, frattanto giunte dal Comando. Gli altri si danno alla macchia nel Farneto costituendo il primo nucleo della banda, che, successivamente, si arricchirà per l’adesione di Angelo ed Alessandro Vulcanis-Arturi, di Salvatore Carluccio, di Pasquale Sommario, di Giacomo de Simone e di tali Cavalluzzo e Scorzafave. Alfonso, nel carcere di Corigliano, fa fuori il «quartigliere» (inserviente) Pietro Campana, responsabile di attentare all’ onore del Carluccio cui insidia l’amante. Viene trasferito nel carcere di Rossano, ove, per un alterco da futili motivi, uccide il detenuto Giuseppe Canadé da S. Giorgio. Alessandro, il più giovane dei fratelli, raggiunge la comitiva allorché compie un omicidio per offese ricevute. Diventa il capo della banda in sostituzione del fratello Carlo frattanto costituitosi al maggiore della G.N. D. Giuseppe Garetti. La banda Vulcanis-Arturi , che con Alessandro apre ad una certa collaborazione con quella di Palma, dal 1861 al 1868 esegue furti, rapine, grassazioni, sabotaggi, omicidi nel territorio di Corigliano ed in quello di Rossano. Probabilmente partecipa alla clamorosa impresa del sequestro di D. Alessandro De Rosis effettuato dalla banda di Palma il 16.5.1866 in pieno centro urbano. Sfida ancora le forze di polizia, preparando ed eseguendo l’evasione di Carlo dal carcere di Corigliano avvenuta nel luglio del 1866. Contrariamente al Palma, che dopo il sequestro De Rosis opportunamente si eclissa, Alessandro Vulcanis-Arturi ostenta spavalderia circolando senza eccessive precauzioni. Così ai primi del 1868 viene sorpreso dalla G.N. di Rossano in un casi no del Pendino di quel territorio, ove si trattiene con l’amante. Si butta da una finestra, ma ferito all’inguine si nasconde in un vicino cespuglio, ove viene raggiunto da una G.N., tale Gullo Gullo, che lo finisce a revolverate. La morte di Alessandro è causa dello sfascio della banda. Le sollecitazioni di padre Gaspare e di Giovanni, altri fratelli dei Vulcanis-Arturi , provocano la costituzione nello stesso 1868, di Carlo, Felice ed Angelo. Questi si presentano all’Aranciera e da qui dal barone D. Luigi Compagna sono condotti in carrozza al carcere di Corigliano. Unitamente ad Alfonso vengono poi trasferiti a Bari, ove quel Tribunale li condanna a pene varie essendo procuratore del Re il concittadino D. Francesco Fino. Le imprese dei Vulcanis -Arturi e delle altre bande sono determinate, oltre che dall’audacia, senso strategico ed intelligenza dei capi, anche dalla fittissima rete di basisti e manutengoli e da un certo favore popolare. Fra i basisti non mancano personaggi dell’alta società coriglianese, i quali con la destabilizzazione sociale sperano in un ritorno dei borboni. Fra i manutengoli rinveniamo figuri senza scrupoli che mirano solo ad arricchirsi. La scomparsa della banda Vulcanis-Ar turi, preceduta da quella di Faccione, Acri e Catalano, rincuora la polizia, la quale si impegna in una mastodontica caccia alla banda superstite di Palma. Ma gli insuccessi in tal senso determinano forti pressioni su Giovanni Vulcanis-Arturi (compare del Palma), dal quale le forze dell’ordine pretendono informazioni risolutive. Giovanni, alfine, più per amore della sospirata tranquillità che per la taglia, si decide a tradire il compare, al quale, tra la fine del 1869 ed i principi del 1870, nel rifugio-grotta di Macchia della Tavola, recide la gola mentre lo sbarba. La testa del Palma, esposta all’Acquanova, viene ritratta dal De Angelis in una orrenda foto grafia che ancora circola in Corigliano. Oggi i briganti non mancano, ma la società è diventata più giusta?