
’A PUTIGA ’I DON ALFONSO SPEZZANO
Negli anni ’60, quella piccola insegna luminosa sopra la porta dell’esercizio commerciale di via Roma n. 125 con la sigla “B.B.B” mi incuriosiva molto, perché non riuscivo a capire il significato di quelle tre lettere uguali, legate tra di loro da due punti, come se fossero tre sorelle sottobraccio. Era proprio unica nel suo genere!
Per tale motivo, un giorno, decisi di avvicinarmi proprio davanti all’ingresso della bottega per capire il perché di quell’acronimo.

E così, iniziai, con gli occhi curiosi di un adolescente ad osservare ogni cosa all’interno di quello spicchio di mondo racchiuso tra quattro pareti.
Pur non essendo una bottega di generi alimentari, sul bancone emergeva nel suo splendore una bilancia di colore grigio argentato, una Mongelli a due piatti, di cui uno rotondo e l’altro a forma quadrata con due leggeri rialzi ai lati per evitare che la merce da pesare potesse cadere. La portata massima era di 1000 grammi, ma se la merce pesava di più sul piatto rotondo si aggiungevano dei pesi, quelli in ferro, a forma cilindrica col pomello.
La presenza di questa bilancia era la prova che in questa bottega si vendeva qualcosa soggetta a peso. Solo avvicinandomi ancora di più, salendo due gradini, mi rendevo conto che si trattava della fibra tessile naturale che si ricava dal vello di alcuni animali, la lana, proprio quella che utilizzavano le nostre mamme, che, amanti anche per necessità delle arti manuali, creavano, con l’ausilio di due o più ferretti, veri e propri capolavori: maglioni, calze, scialli, guanti, nonché quelle pesanti canottiere a maniche lunghe (i magghji ’i lena), che erano delle “torture” di antica memoria per noi bambini.
Negli anni ’50, l’epidemia del “consumismo” non si era ancora diffusa; si comprava solo quello che era strettamente necessario. E a volte neanche quello.
Pertanto, anche la lana, per evitare sprechi, si acquistava in matasse, solo in quantità necessaria, neanche un grammo in più.
Poi a casa erano ancora le nostre mamme che le trasformavano in gomitoli, appoggiandole attorno allo schienale di una sedia o attorno alle braccia di una persona, di solito un bambino. Mia madre, purtroppo per me, preferiva il secondo metodo.
Primi anni 40 – Spezzano Alfonso (Foto di G. Spezzano)
E così, iniziavano quei mille movimenti di danza delle mie piccole braccia in senso orizzontale, accompagnati da leggeri movimenti rotatori; una grande sofferenza che terminava solo con la fine della matassa.
Ritorniamo, però, alla bottega di via Roma n. 125, gestita, sin dal 1953, da Alfonso Spezzano (1), noto in città semplicemente col nome di don Alfonso.
Si trattava di una stanza di circa venticinque metri quadrati, circondata da scaffalature in legno di colore marrone, alte circa due metri e mezzo, con dei bellissimi ripiani. Faceva eccezione, nel senso che mancava di ripiani, solo quella frontale rispetto alla porta d’ingresso, che, oltre ad essere protetta da vetri scorrevoli per proteggere dalla polvere alcuni prodotti particolari, lasciava un’apertura per l’accesso ad uno spazio molto piccolo, di un paio di metri quadrati, ricavato sotto la roccia che un tempo delimitava con l’antica via Nova (oggi via Roma).
Erano scaffali semplici nella struttura, ma che coprivano con una tale eleganza le pareti della bottega da farla sembrare una boutique di lusso, accogliente e curata nei minimi particolari; di certo, erano stati realizzati
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[1] Alfonso Spezzano, figlio di Giuseppe e di Emilia Longo, era nato a Corigliano Calabro, in via Capalbo, il 13 gennaio del 1910; aveva sposato il 30 aprile del 1941 la trentaquattrenne Chiarina Germana Amica. Terminava il suo il suo percorso terreno il 27 aprile del 1997
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dalle mani abili di uno dei numerosi maestri falegnami che negli anni ’50 operavano a Corigliano.
Questa mia certezza era supportata dalla presenza, appena sopra l’ingresso del minuscolo spazio, che definirlo stanzino era già un’esagerazione, di un meraviglioso quadro religioso, su un pannello di legno di colore marrone simile alla scaffalatura, rappresentante l’amore del Salvatore per gli uomini, di cui è simbolo il cuore, il Sacro Cuore di Gesù.
Non era solo un’immagine religiosa, rivolta ai fedeli cattolici, ma, credo, molto di più, perché era, a mio avviso, un invito agli uomini ad aprire i propri cuori all’amore verso il Prossimo, soprattutto verso coloro che spesso definiamo “ultimi”.
Oggi è difficile vedere in qualche attività commerciale una immagine sacra. Allora, la gente devota teneva nelle loro botteghe, dove consumavano gran parte delle ore della propria vita, quadri religiosi o figurine di devozione popolare, non solo per adorare Cristo o venerare i santi, ma soprattutto come messaggio agli uomini di imitare coloro che vi erano rappresentati.
Ritorniamo, ancora una volta, al nostro tema principale, alla bottega di don Alfonso.
La parte centrale della stanza era dominata da un bellissimo bancone di servizio, a forma di “elle”, in armonia con la scaffalatura, perché anch’esso in legno di colore marrone e realizzato, probabilmente, dallo stesso falegname. Sul piano di questo, pronti per la vendita, stazionavano alcuni prodotti da banco, nonché quella bilancia di colore argento che serviva per pesare la lana.
Tra i prodotti che facevano bella mostra sui ripiani degli scaffali c’erano, proprio, quelli indicati dalla mini insegna che stava sopra la porta della bottega e che tanta curiosità aveva suscitato in me; erano dei filati pregiati, il cui nome era, appunto, B.B.B, un marchio di grande qualità, creato nei primi anni del Novecento (2). Facevano compagnia a questi altri due confratelli, anch’essi di qualità; erano quelli della PHILDAR e della LANAR, conosciuta quest’ultima dalle milanesi come storico emporio di “filati per l’aguglieria”.
Per tale motivo, la bottega di don Alfonso era specializzata nella vendita di filati, dove le donne trovavano qualsiasi tipo di lana. Sui filati, c’era di tutto; mai in città un negozio con un tale assortimento. Ecco perché, all’inizio di questo racconto, dicevo che la bottega di via Roma n. 125 era
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[2] Il marchio B.B.B, nel 1997, sarà acquistato dalla famiglia Ballabene
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una delle più singolari della città; in effetti, si trattava di un vero e proprio emporio della lana.
Alfonso Spezzano, che, ripeto, tutti chiamavano don Alfonso, era, non solo un ottimo commerciante, ma soprattutto una persona perbene, buona, garbata, cordiale, che conosceva un solo linguaggio, quello dell’accoglienza. Mai un disguido con qualcuno. E del resto non poteva essere diversamente per la sua appartenenza ad una delle famiglie più stimate della città, anche nell’ambito del commercio.
Primogenito di Giuseppe (3) (don Peppino) e di Emilia Longo, sin da ragazzo, per vicissitudini familiari, aveva vissuto sempre accanto al padre, seguendolo, prima, nella nobile arte del “taglio e cucito” e, poi, nel commercio di tessuti.
Primi anni ’40 – Alfonso Spezzano e sua moglie, Chiarina Amica (Foto di G. Spezzano)
Infatti, aveva appena sette anni, quando il 23 gennaio del 1917, in piena guerra mondiale, restava orfano della madre, Emilia Longo. Un dramma che avveniva dopo la perdita di un fratellino (di 7 mesi), Dante Aurelio, volato in cielo il 27 giugno del 1915.
Terminata la Grande Guerra, che aveva lasciato ovunque miseria e distruzione, iniziava per il Paese un forte periodo di crisi economica e sociale: disoccupazione, inflazione, razionamento dei generi di prima necessità. Nelle famiglie era già un sacrificio mandare a scuola un figlio e nella casa di don Peppino ce n’era già uno, Alfredo.
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[3] Le Botteghe di una volta a Corigliano, 3° volume p. 144 – Giuseppe Spezzano (10-2-1888 / 13-9-1970)
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Così, Alfonso, appena adolescente, era dovuto diventare in fretta uomo, condividendo col padre i sacrifici del lavoro.
Nella bottega di sartoria in via Ponte Canale n. 36 (4) imparava, sotto la sapiente guida del padre, l’arte del cucire, dimostrando una particolare attitudine per questo mestiere molto creativo.
Seguirà ancora, più tardi, il padre, quando questi si dedicherà al commercio di tessuti e degli abbigliamenti in via XXIV Maggio nn. 15 e 17.
La collaborazione durerà fino agli inizi degli anni ’50. Poi, Alfonso prendeva la decisione di aprire in via Roma n. 125 una sua bottega.
Era il 1953. Corigliano si stava riprendendo dalla grave crisi causata dal secondo conflitto mondiale. Molte botteghe di sarti, forse troppe per la città, si stavano trasformando in negozi di abbigliamento. Forse per questi motivi, Alfonso decideva di dedicarsi esclusivamente ai prodotti già elencati, aggiungendo anche quelli relativi alla biancheria da cucina, da letto e da bagno.
Era, di solito, la ditta di trasporto di don Giorgio Cimino che col famoso 615 FIAT, conosciuto come quindici, dentro voluminose casse di legno, consegnava allo Spezzano prodotti di biancheria e intimo delle migliori marche.
Col passare del tempo, il bravo Alfonso aggiungeva altri scaffali sopra quelli di legno, ancora più forti, di lucido acciaio inox, per sistemare con ordine splendidi copriletto, parure di lenzuola di raso, coperte imbottite con pura lana (i muttite).
Anni ’80 – Alfonso Spezzano (Foto G. Spezzano)
In breve, sutta l’Archi, ai piedi del famoso Ponte Canale, il numero civico 125 era il riferimento per coloro che
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[4] Negli anni ’40 e ’50 ci sarà l’attività commerciale di Antonio Figola: Casa Bella.
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avevano un’esigenza particolare nell’acquisto dei prodotti appena elencati.
Don Alfonso è stato uno dei commercianti più distinti di via Roma. Aveva saputo trasmettere il suo nobile stile di vita anche alla sua attività commerciale, serio, disponibile, riservato e rispettoso verso tutti sapeva dare con discrezione i giusti consigli ai suoi clienti.
In questa bottega, che considerava una sua seconda casa, situata sull’arteria principale della città, ha vissuto momenti di grande soddisfazione dal punto di vista commerciale, ma anche altri di solitudine, non tanto per il peso degli anni che inesorabilmente avanzavano, ma per constatare l’inizio del declino di un centro storico, impoverito dei valori morali di un tempo, e del crepuscolo che stava scendendo sulla strada più famosa della città, via Roma.
Così, dopo una vita dedicata al lavoro, di certo più di mezzo secolo, di cui solo 33 anni in via Roma, il 19 novembre del 1986 (5) don Alfonso decideva di cedere la sua attività commerciale alla signora Elvira Abbruzzese (6).
In questo giorno, avveniva la consegna del testimone da parte di un grande commerciante, che aveva vissuto gli anni duri dei primi decenni del Novecento, ad una signora che, con volontà ed impegno, si accingeva a fare rivivere le primavere di un tempo a questa attività commerciale, che da sempre aveva rappresentato un punto di riferimento per tutti coloro che cercavano prodotti di alta qualità.
Elvira, da oltre 33 anni, con la determinazione delle donne del sud, inamovibile, gestisce ancora questa bottega, pur in un clima di grande solitudine per le numerose porte chiuse, quasi tutte, delle botteghe di via Roma. Lo fa con la stessa gentilezza e l’attenzione del suo predecessore, rispettando e conservando con cura la memoria di ogni cosa che don Alfonso aveva lasciato nella sua bottega.
Forse proprio per questo sembra che all’interno di questo spicchio di mondo racchiuso tra quattro pareti – così ancora mi piace definire questa particolare bottega – il tempo si sia fermato; ne è la testimonianza quella bilancia di colore grigio argento, che, in un perpetuo stato di inerzia e di solitudine, resta ancora lì, in un angolo.
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[5] È la data in cui avviene la cancellazione dell’iscrizione dello Spezzano alla Camera di Commercio di Cosenza.
[6] Elvira Abbruzzese è la moglie del compianto Ignazio Iacino, noto come mastro Armando, una bravissima persona, che ricordo con particolare affetto, sin dalla seconda metà degli anni ’60 del secolo scorso quando in via Cadorna n. 5 gestiva una saletta di biliardi
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Persino una sediolina, bassa, in legno, anch’essa di color grigio, che, don Alfonso, il buon padre di famiglia aveva fatto realizzare da un falegname per fare stare seduti i suoi figli, Rita, Giuseppe[7] ed Eleonora e, talvolta, anche quelli dei suoi clienti, nonostante siano trascorsi quasi 70 anni, è ancora presente, intatta, a dimostrare come un tempo le botteghe non fossero semplici esercizi commerciali, ma la “casa di tutti”, dove l’accoglienza, oltre ad essere un grande valore, era un vero e proprio stato dell’essere dei nostri padri.
Oggi, forse, non è più così.
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[7] Giuseppe Spezzano (Peppino Spezzano) è un noto notaio di Corigliano
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