
Fonte: Proverbi, detti e modi di dire in dialetto origliane – Editore Castriota – pp. 444-46
1 La stagione dell’uomo
1.1 La famiglia
Cori e cori (Cuore e cuore)
31 Càrciri, malatija e nicissità scummògghjini ’u cori ‘i l’amici (carcere, malattia e bisogno, scoprono il cuore cioè la natura degli amici).
I veri amici si vedono nei momenti del bisogno. Le disgrazie e le sventure misurano la generosità dell’animo umano, come il vero amico che si scopre essere tale solo nei momenti difficili della vita e nel momento del bisogno. Ce lo ricorda Cicerone (De amicitia 17.64) che scrive: «Amicus certus in re incerta cernitur» (L’amico certo si riconosce nella sorte incerta). E’ attestato nel dialetto napoletano: carcere e malatie fanno cunòscere ll’amice.
32 Guocchji cu un bira cori cu un rola (occhio che non vede cuore che non duole). Le cose che non vediamo, o che non sappiamo, non fanno soffrire. Se l’occhio non vede il cuore non duole (“non piange”). Ciò che appare hai nostri occhi crea desiderio o supplizio. Perché ciò che non vediamo con i propri occhi è difficile che possa toccare o provocare l’animo. Come a quell’amata che il non vedere mette al riparo da quel sentimento amaro che si chiama gelosia della quale esse è malata. È il noto proverbio “Occhio che non vede, cuore che non duole” che deriva dal detto latino: «Quod non videt oculis, cor non dolet» (Ciò che l’occhio non vede, il cuore non ne duole).
33 Heji a ru cori tuva cumi mi canusci (alla lettera “e per la miseria del tuo cuore come mi conosci”). È come dire so tutto di te, ti conosco come le mie tasche ovvero non puoi fingere con me (al mio cuore). Questa frase vuol dire che si conosce a fondo la vera natura di una persona. Si dice a chi conosce così bene una persona da sapere ogni suo segreto, quasi come se si fosse il proprio cuore. Come ti conosce come un vero amico.
34 Cuma sienti ‘a parola accussi ‘u cori si fe (come la senti la parola così il cuore reagisce). Il cuore è sensibile alle parole che si ascoltano ovvero i sentimenti si accordano con ciò che sentiamo e come ci viene detto.
35 Tena ra raggia a ru cori (ha la rabbia al cuore). È la vera rabbia, quella che si sente dentro, quella che perdura e persiste anche a distanza di anni.
36 Chini tena cori ‘a pigghja ‘ntru culi fina a quanni mora (chi ha cuore lo prende nel di dietro fino a che non muore). Le persone che hanno cuore e che sono sensibili, in un mondo di opportunisti, disonesti ed ipocriti, finiscono sempre per avere la peggio in questa vita.
37 Me caruti ‘i ru cori (mi è caduto dal cuore). Si dice di quella persona con cui si era legati da un grande sentimento e che per una delusione o per un affronto non gode più della stima e dell’affetto di prima.
38 Ummu ricia ru cori (non me lo dice il cuore, di farlo). È quando si deve fare qualcosa ma non si sente di farlo. Questo infatti è il modo per voler dire che non si sente di voler fare del male a qualcuno o a qualcosa, come fare un dispetto o di consumare una vendetta perché si sente, il cuore e la coscienza, che dicono di non farlo.
38.1 Ummu ricia l’arma (non me lo dice l’anima). Si usa questa espressione quando non si ha il coraggio di fare una cosa o di affrontare una situazione che si sente che non è giusto fare, che la propria coscienza (l’anima) dice di non fare.
39 Ummu ricia ru cori ‘i mi nni jiri (il cuore mi dice di non andare). Così dice chi, per lo struggimento che si prova nel cuore, non si vorrebbe mai lasciare una persona o andare via da un posto.
40 Chini sa pija ttroppi ‘i cori prima ‘i ru tiempi mora (chi se la prende troppo a cuore prima del tempo muore). Chi se la prende troppo a cuore per ogni cosa vive male e finisce di morire prima del tempo.
41 Mìndiri ‘u cori a ru sietti (mettere il cuore al setto). È come dire mettersi il cuore in pace, rassegnarsi, come quel condannato che si rassegna alla morte e poggia il capo sullo scanno per ricevere la mannaia del boia.
41.1 Mi sta facienni jiri ‘u cori a ru sietti (mi sta facendo andare il cuore al setto). Significa letteralmente mi sta facendo cadere il cuore a pezzi.
42 Tiegni l’arma a tre munzielli (ho l’anima a tre cumuli). Questa curiosa espressione significa essere così affranti da avere il cuore a pezzi (l’anima).
43 ‘U tiegni supu ‘u cupi ‘i l’arma (ce l’ho, cioè lo sento, in fondo all’anima). Vuol dire tenere, sentire nel più profondo dell’anima una persona cara.
44 Mìndiri ‘i n’armi (mettersi in animo). Vuol dire animarsi, agitarsi, come quando si è eccitati perché sta per arrivare qualcuno o si deve andare da qualche parte.
44.1 Un ti mìndiri ‘i n’armi nenti nenti (non ti mettere in animo per niente). In senso figurato vuole dire “levati dalla testa quello che pensi di fare”, come quella ragazza che spasima di uscire per poter vedere l’amato e che una mamma troppo repressiva non glielo permette perché usare questa espressione equivale a un diniego.
44.2 Ghè ghisciuti n’armi ‘i ghilli (è andato in animo per lui). Vuol dire agitarsi, trepidare per qualcuno.
45 Un ti mìndiri l’arma sutt‘i pieri (non metterti l’anima sotto i piedi). Il significato è “non negare alla tua coscienza la realtà”, non negarlo a te stesso, cioè cerca di essere leale anzitutto con te stesso.
46 Un m’assistiri l’arma (non mi assistere l’anima). In senso letterale è come come dire “non mi stare davanti che non sto mica morendo”. Quando una persona è in agonia è atto compassionevole stargli accanto per assisterla nei suoi bisogni di moribondo. In senso traslato si dice a quella persona di spostarsi perché dà fastidio, di levarsi dai piedi (come quando qualcuno si piazza davanti e toglie la visuale) e la si invita di non stare davanti.
47 Amuri e ttussa un zi puoni ammucceri (amore e tosse non si possono nascondere). Per quanto sforzo si faccia una tosse e un sentimento d’amore non si possono a lungo nascondere perché il primo sarà tradito da un irrefrenabile colpo di tosse e il secondo da un accesso di gelosia. Un detto latino recita «Amor tussisque non caelatur» (Amore e tosse non si possono celare) e un altro «E disse vero è pur che l’uom non possa celar per certo l’amore e la tossa» (Pulci, Morgante 3.88). È attestato nel dialetto napoletano: ammore, tossa e rrogna nun se ponno annasconnere (amore, tosse e rogna non si possono nascondere).
48 ‘U fuochi pigghja e passa, amuri pigghja e llassa (il fuoco prende e passa, l’amore prende e lascia). Un’amore che finisce brucia e lascia il segno più di un fuoco.
49 Justizia e r’amuri ameri ‘a cchini unni teni (giustizia e amore misero è chi non ne ha). Giustizia e amore sono rari. La prima perché è difficile da ottenere o di vedersela riconosciuta, il secondo perché è difficile trovarlo o di conservarlo.
50 Chini peta pi r’amuri un senta ruluri (chi soffre per amore non sente il dolore). Chi soffre per amor non sente pena perché, quando si ama una persona, ogni sacrifico si sopporta di buon grado.
51 Chjù forti ghè r’amuri e cchjù fforti ghè ru ruluri (più forte è l’amore e più forte è il dolore).