
S. Maria di Ligno Crucis
Dall’Italia Sacra di Ferdinando Ughelli apprendiamo che nel 1185, fra i monti compresi fra Corigliano ed Acri, viene fondato un cenobio cistercense, cui, per la dotazione della reliquia della croce di Cristo, è dato il nome della Santissima Trinità di Ligno Crucis; che detto cenobio è con sacrato da Cosma, arcivescovo di Rossano, il 1197 e che infine i monaci, per il rigore del clima, riedificano successivamente il monastero a due miglia da Corigliano e vi si trasferiscono.
In effetti, in quell’epoca, nasce la badia cistercense denominata S. Maria (non SS. Trinità) di Ligno Crucis non già per la reliquia della croce, forse mai posseduta da quei monaci, ma per la contrada ove viene edificata, chiamata, per l’appunto, Ligno Crucis. Sorge la badia come dipendenza della Sambucina di Luzzi, la quale le trasferisce alcuni dei beni avuti dai feudatari Lucij nel 1141. Nel diploma relativo a tale trapasso, fra i cespiti donati, compare il tenimento di Ligno Crucis su cui sarà edificata la nostra badia. Nel detto documento tale tenimento è posto in contrada Astorina, che divide il territorio di Corigliano da quello di Acri. Varie considerazioni conducono ad individuare il vecchio tenimento di Ligno Crucis nell’attuale contrada Manche Greche a quota m. 1000 s.l.m. La badia di Ligno Crucis assume ben presto importanza economica in campo agricolo ed industriale per la trasformazione dei prodotti agricoli. I monaci si dedicano all’allevamento del bestiame esercitando la transumanza fra Schiavonea e la Sila, producono carni, latticini, inchiostri, medicinali, pellami, panni, legname da costruzione. Tale attività poggia le sue basi su un patrimonio fondiario che, attorno al primo nucleo costituito dalla donazione della Sambucina, viene accresciuto successivamente e notevolmente attraverso donazioni di Federico II e di privati cittadini coriglianesi, lasciti ed enfiteusi dal Patir. Il trasferimento nei pressi di Corigliano, nella attuale contrada Ligoni, probabilmente non è dovuto al rigore del clima non giustificandosi l’ubicazione di molti conventi in situazione di clima anche peggiore. La edificazione del nuovo cenobio trova giustificazione plausibile, invece, dal fatto che Ligoni, in seguito agli accrescimenti terrieri, diventa il baricentro dei possedimenti della badia. Con l’acquisizione di nuovi vasti territori nella piana di Corigliano e sulle colline contermini, dalle caratteristiche ottimali a sistemi agricoli avanzati, i monaci, con la sede del monastero, cambiano anche indirizzo agricolo. Passano, in altri termini, dalla pastori zia all’agricoltura propriamente detta, per la qual cosa è necessaria la continua presenza dell’impresa sull’azienda. Il trasferimento a Ligoni avviene, probabilmente, verso il 1250 e fino al 1400 è tutto un fiorire di bonifica, miglioramenti e trasformazioni agrarie che fanno di Ligno Crucis la grancia più ricca fra le cistercensi calabresi . Il primo agrumeto di collina del Coriglianese, alimentato dalle acque del Coppitiello, a Ligoni, è opera dei cistercensi, i quali anticipano di sei secoli l’ardimento che si riscontra per tale attività in questo scorcio di secolo ventesimo. Di boscamenti, dissodamenti, terrazzamenti, impianti di olivi, di frutteti, di vigne rientrano nelle attività dei monaci, cui l’intera società imprenditoriale coriglianese guarda a modello e guida. La floridezza economica del cenobio inizia a decadere dopo il 1400, tanto per dissidi interni, che portano alla restituzione della commenda del 1421. La badia, ridotta a priorato, nel 1580 conta solo tre monaci oltre al priore. Pur amministrato da commendatari assenteisti e spesso rapaci, il patrimonio di Ligno Crucis, a distanza di due secoli dalla istituzione della commenda, è ancora considerevole. Infatti, per come risulta dalla platea del 1623, redatta sotto il commendatario card. Jo: Battista Deti, il cenobio possiede ancora in Acri 200 tomolate di terre boscose ed in Corigliano 250 tomolate boscose, 150 pascolive, 530 seminative, 1 agrumeto, 8 oliveti, 1 molino e 4 case. Inoltre, censi enfiteutici annui per 51 ducati ed 1 grana, 166 tomoli di grano, 27 tomoli di orzo gravanti su ben 144 cespiti ceduti. Con l’avvento della commenda scompare la conduzione diretta, alla quale subentra l’affittanza. Il canone annuo per tutti i cespiti di Ligno Crucis lo vediamo oscillare fra i 280 e gli 826 ducati indipendentemente dall’andamento di mercato. La determinazione del canone è data, per lo più, dalla dose di probità dei procuratori locali dei vari commendatari assenteisti. Notiamo fra gli affittuari di spicco, in ordine di tempo, il cap. Baldassarre Abenante, D. Jo: Paolo de Angelis, D. Felice Sollazzo, D. Jo: Tommaso Lombisano, D. Baldassarre Sollazzo, D. Giovanni Sollazzo, D. Domenico Mezzotero. Nel 1652 Innocenzo X sopprime la badia per cui, con gli spariti monaci, scompare ogni forma di attività monastico-religiosa se si eccettua, per come si dirà, il pellegrinaggio del tre maggio. Nel 1798 il Duca Giacomo IV Saluzzo acquista dalla Regia Corte i residui beni di Ligno Crucis per ducati 25.272 e grana 62. Da allora il monastero e la chiesa si avviano alla inesorabile distruzione del tempo non avendo i Saluzzo, ma maggiormente i subentrati Compagna, riversato sul complesso alcuna cura da manutenzione. Oggi miseri ruderi si rinvengono a Ligoni, nella proprietà dell’avv. Alessandro Attanasio, mentre nel castello, inventariate sotto l’amministrazione Pistoia, si conservano numerose reliquie di santi provenienti da quella chiesa e che il duca Agostino II Saluzzo aveva collocato in S. Agostino, riposte in una croce cava d’argento, nel 1687 per la venerazione dei fedeli. Ancora oggi resiste al tempo il tradizionale pellegrinaggio (dal 1901 a S. Croce presso una edicola ivi ad hoc costruita) che i cittadini dei più antichi rioni di Corigliano effettuano ogni tre maggio a ricordo della consacrazione della badia, avvenuta appunto, il 3 maggio 1197. Così la fede popolare continua a mantenere viva una tradizione di carattere culturale – religioso, aspetto questo verso il quale i monaci cistercensi di Ligno Crucis avevano dedicato poco tempo e scarsa attenzione.