
Una battaglia vinta
Articolo pubblicato sulla rivista Il Serratore n. 54 del dicembre 1998
È finita la breve, ma intensa “guerra” per la “Nuova Odigitria” tra Corigliano e Rossano. Una contesa che adesso tutti negheranno che sia mai stata aperta, ma che tuttavia è stata combattuta aspramente e vinta, com’era giusto che fosse, da Corigliano.
A porvi termine è stato l’arcivescovo in persona, mons. Andrea Cassone, il quale, nel corso di un colloquio telefonico, ha voluto personalmente comunicare al sottoscritto, perchè riferisse agli Amici del Castello ed alle altre associazioni coriglianesi che si erano mobilitate sulla questione, che il museo diocesano di Rossano era pronto a restituire alla chiesa di S. Pietro l’antica opera d’arte. Un gesto saggio quello di mons. Cassone, che gli fa onore e che è servito a stemperare un clima di contrapposizione che si avviava a diventare sempre più aspro. Riepiloghiamo adesso l’intera vicenda. Innanzitutto, vediamo qual’era l’oggetto del contendere. Cos’è la “Nuova Odigitria”? Si tratta di un dipinto “doppio” su tavola, realizzato a tempera (dimensioni cm 122 x 86) che raffigura su di un lato una Madonna in piedi che regge il Bambino e con la mano destra lo indica. Sul retro è dipinta invece una Crocefissione: su un fondo azzurro cupo, il Cristo in croce è raffigurato tra la Vergine Maria e l’evangelista Giovanni. Non se ne conosce l’autore. L’opera fu eseguita attorno al 1450 e Maria Pia Di Dario Guida la inserisce in un filone di “icone bizantineggianti” che dal Veneto si diffusero in quel periodo nel resto d’Italia. Fu realizzata su committenza di Attanasio Chalkeopoulos, Abate del Patire. La tavola rimase in quel monastero fino agli inizi dell’Ottocento quando, in seguito alla soppressione degli Ordini monastici, essa, insieme al cosiddetto “Anello di S. Nilo” e ad altre preziose reliquie, fu trasferita nella chiesa di S. Pietro in Corigliano. Apriamo una parentesi. Perché i monaci portarono l’opera a Corigliano e non a Rossano? Intanto perché l’abbazia del Patire aveva rapporti economici stabili con la nostra città. Nel cuore del centro storico è ancora visibile il palazzetto (o “badia”) che ospitava l’Agente Generale dell’Abate del Patire, il personaggio che curava gli ingenti possedimenti del monastero. Poi perché i monaci basiliani del Patire non potevano proprio sopportare l’invadenza dei rossanesi, da cui avevano sempre dovuto difendersi. E l’avevano fatto con successo perché erano sottratti, fin dalle origini, ad ogni giurisdizione del vescovato locale. Insomma, i monaci del Patire, avevano più rapporti con Corigliano che con Rossano. La “Nuova Odigitria” da qual momento rimase tranquillamente nella chiesa di S. Pietro, oggetto di culto e devota venerazione. Questo fino al 1977. Agli inizi di quell’anno l’allora parroco don Antonio Bonadio ebbe discrete ma insistenti pressioni dalla curia rossanese. Motivo: a Rossano stavano per riaprire il Museo diocesano dopo alcuni lavori di ammodernamento e volevano la bellissima tavola quattrocentesca. Erano incoraggiati da un precedente. Nel 1952, quando il Museo venne istituito, riuscirono a farsi consegnare da don Celestino Colosimo, parroco del tempo, due altri preziosi oggetti d’arte: l’anello di S. Nilo e il ciborio in legno. Allora nessuno protestò e l’anello e il ciborio divennero stabilmente “proprietà” del Museo. Don Antonio Bonadio portò l’opera a Rossano il 12 gennaio 1977, ottenendo però la contestuale sottoscrizione di un verbale di consegna. Oltre a don Antonio Bonadio, erano presenti al momento della firma mons. Ciro Santoro, direttore del museo e il prof. Edoardo Filippo, che stava curando il riordino delle sale espositive. Il verbale è sbrigativo ma in esso viene specificato l’impegno alla restituzione dell’opera, qualora “sussistano idonee condizioni e garanzie per la sua conservazione e sicurezza” nella chiesa di S. Pietro. Queste garanzie avrebbero dovuto essere certificate dalla Sovrintendenza di Cosenza, d’accordo con le competenti autorità ecclesiastiche. Tre giorni dopo, il 15 gennaio 1977, furono solennemente inaugurate le nuove sale espositive del Museo, alla presenza dell’arcivescovo mons. Antonio Cantisani. Don Ciro Santoro si aggirava soddisfatto nei locali, coccolandosi con gli occhi l’anello di S. Nilo, il ciborio in legno e la splendida tavola della Nuova Odigitria. Le cose però, questa volta, non vanno come nel 1952. La comunità coriglianese ricorda con affetto quella particolare opera d’arte. A più riprese, con articoli sui periodici locali, su dei libri, nel corso di importanti convegni, da parte dell’amministrazione comunale, ne viene auspicata la restituzione. Non si insiste eccessivamente perché si riconosce che, prima del rientro, la chiesa di S. Pietro deve essere dotata di un adeguato sistema d’allarme. Intanto l’impoverimento sociale e civile del centro storico di Corigliano, che sembrava irreversibile, si blocca. Parte il recupero del castello, si procede ad un magnifico restauro della chiesa di S. Maria, associazioni culturali promuovono il recupero di importanti opere d’arte, privati cittadini intervengono con cospicui fondi. Un clima culturale nuovo vivacizza la città. Nasce il Serratore, vengono promosse con successo iniziative di divulgazione (prima fra tutte “Corigliano chiese aperte”). Si consolida a Corigliano una sensibilità nuova rispetto al suo patrimonio d’arte, visto come una risorsa per il proprio sviluppo civile ed economico. In questo contesto, anche per la chiesa di S. Pietro arriva il momento di importanti lavori di restauro e consolidamento. La chiesa assume un nuovo e più decoroso aspetto, ed è dotata di un efficace sistema di allarme e sicurezza. Due anni, fa, lo stesso mons. Cassone, celebrando in S. Pietro la fine di questi lavori ebbe modo di constatare che la situazione era profondamente cambiata in meglio, tanto che ad una precisa e pubblica sollecitazione (“Mons. Cassone, quando ritornerà l’Odigitria in S. Pietro”?) rispose che avrebbe “studiato le carte” e, se non c’erano problemi, avrebbe favorito il ritorno della “tavola”. Nei mesi successivi intervengono gli Amici del Castello, con una pressante azione di stimolo verso il parroco di S. Pietro, don Pasquale Rugna e verso la Sovrintendenza cosentina, che sta impiantando, con estrema lentezza, il sistema d’allarme. Finalmente tutto si conclude per il verso giusto e don Pasquale Rugna può inoltrare formale richiesta di restituzione ai sensi del verbale di consegna redatto vent’anni prima. E qui succede l’imprevedibile. Da Rossano si prende tempo. È in corso una nuova sistemazione in locali più ampi del Museo diocesano. Il nuovo allestimento prevede un “percorso” bizantino di cui ovviamente l’icona della “Nuova Odigitria” dovrebbe costituire una tappa essenziale. Si tergiversa. Si frappongono ostacoli. Si spera che da Corigliano non si faccia troppo “casino” e che si possa arrivare all’inaugurazione della nuova struttura esibendo l’opera in tutta la sua bellezza. Gli Amici del Castello si scatenano. Partono lettere di protesta, è coinvolto il sindaco della città che prontamente fa la sua parte e richiede con forza la restituzione al vescovo di Rossano, vengono inviate centinaia di cartoline di protesta. Io stesso rilascio infuocate dichiarazioni alla stampa e alle televisioni locali. Si arrivano a minacciare azioni più clamorose. Si profila un vivace contrasto tra la comunità dei fedeli di S. Pietro e la curia rossanese. A quel punto il vescovo si rende conto che qualcuno dei suoi collaboratori sta esagerando: interviene in prima persona e pone termine, come dicevamo all’inizio, alla questione. Un ‘ultima considerazione. Sono, anni che gli esperti del settore segnalano la necessità di una politica culturale e turistica “di comprensorio”, capace di attrarre attenzioni e visitatori facendo leva sul suggestivo nome di Sibari. Un’offerta complessiva che dovrebbe far perno sugli scavi e sul museo nazionale archeologico, sul Codice Purpureo e sul Museo diocesano, sul Castello e sulle chiese di Corigliano. La suggestiva idea di un percorso bizantino, validissima, in questo quadro avrebbe potuto benissimo partire da Rossano, passare dai resti dell’Abbazia del Patire e concludersi a Corigliano, con l’Odigitria e l’anello di S. Nilo nella chiesa di S. Pietro e con il vicino castello, dove è previsto un museo informatico che avrà uno dei suoi punti di forza proprio nella civiltà bizantina. Ma don Luigi Renzo, don Franco Milito, don Angelo Bennardis, e quanti altri sono ancorati ad un anacronistico protagonismo “rossanese”, non sono stati capaci di passare dalle parole ai fatti. Per loro esiste Rossano e basta. Si è persa così una splendida opportunità di dare avvio ad una politica comune nel campo dei beni culturali. Peccato.