
di Giacinto De Pasquale
Antonello Colosimo, presidente della sezione del controllo della Corte dei Conti per l’Umbria è originario di Corigliano. Vanta una carriera professionale di alto prestigio: Magistrato della Corte dei Conti con qualifica di Consigliere, ha ricoperto l’incarico di Capo di Gabinetto del Ministro delle Politiche agricole. Ha inoltre ricoperto vari ruoli dirigenziali e di responsabilità presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, in vari ministeri ed istituzioni. Ed è stato Vice Alto Commissario vicario per la lotta alla contraffazione (2005-2008).
Siamo con il presidente Antonello Colosimo, un amante di Corigliano Calabro. Lo ha dimostrato in diverse circostanze, lo dimostra annualmente con le sue venute, anche se le possiamo definire “incursioni”. Questo dimostra un attaccamento alla città di Corigliano che ha radici storiche ben consolidate attraverso la sua famiglia. Cogliamo l’occasione di incontrarlo, perché si trova a Piana Caruso in occasione della festa di San Francesco al Monte, una festa a cui tiene particolarmente. Lo incontriamo per rivolgergli alcune domande, ma soprattutto per avviare con lui una chiacchierata per capire anche qual è la percezione di una persona che non vive qui a Corigliano, ma che comunque è costantemente in contatto con la città, riguardo la graduatoria pubblicata da un noto network radiofonico, secondo la quale Corigliano sarebbe la città più brutta d’Italia. Presidente tutto ciò a noi coriglianesi ci ha ferito tantissimo. Qual è il suo pensiero in merito ?
Grazie per questa opportunità che mi offri, intanto di rivolgere un saluto affettuoso e caro a tutti i coriglianesi, e anche per rispondere a questa domanda che tocca nel profondo un sentimento di grande dolore che ho avvertito ascoltando e leggendo di questa graduatoria. Non è possibile che Corigliano Calabro, che ha una storia ultracentenaria, sia precipitata nella graduatoria delle città italiane dove si vive peggio, diventando addirittura la più brutta d’Italia. Io in questi giorni estivi ho avuto la possibilità di leggere, che è un’attività che mi deriva anche dalla tradizione familiare, un volume di Norman Douglas, il grandissimo scrittore inglese vissuto tra la metà dell’Ottocento e i primi del Novecento, che ha scritto un volume ripubblicato dalle edizioni La Conchiglia di Capri che si chiama “The Old Calabria”, la vecchia Calabria. A un certo punto, tra i vari comuni visitati, parla di Corigliano Calabro e dice testualmente “dalla terrazza verde del verde declivio davanti al monastero distrutto si scorge la cittadina di Corigliano dalle bianche case civettuole annidate in una piega delle colline. Corigliano, Corion e Laion, paese degli olivi, l’origine del nome anche se inesatte, è appropriata poiché il paese è tutto raccolto nell’abbraccio di un verde bosco di olivi. Ai tempi dei Borboni era un luogo gaio e felice sotto il governo di un duca locale”. Ora la domanda è: come è possibile che un paese così rappresentato in maniera armonica, lirica vorrei dire, venga a precipitare all’ultimo posto nella graduatoria dei comuni dove si vive peggio in Italia. È una domanda che credo si debbano porre tutti i coriglianesi e tutti quelli che hanno a cuore questa comunità. È anche una domanda che va sollevata davanti a chi ha la responsabilità e l’onore di guidare la comunità coriglianese.
Come se ne esce da una situazione del genere, Presidente?
Ma bacchette magiche non esistono, la complicazione del vivere, la complessità dei problemi è tanta e tale per cui non ci sono ricette precostituite. Ma c’è certamente qualche elemento che parte dall’amore dell’amministrare. La responsabilità dell’amministrare richiede sacrificio, impegno e anche capacità di individuazione dei problemi per affrontarlo. Io penso che innanzitutto si debba fare un’opera di formazione seria della comunità locale, nella consapevolezza di vivere in una realtà di grande importanza sia storica sia di carattere economico-agricolo, perché non dimentichiamo che Corigliano Calabro, quando era Corigliano Calabro, ecco qui una statistica importante, circa 30 anni fa era considerato il paese con il più alto reddito pro capite d’Europa. Quindi abbiamo degli elementi da cui partire. C’è un’operosità della gente calabrese e coriglianese nel coltivare le proprie terre, c’è una realtà storica, qui non dimentichiamo che Corigliano ha dato i natali a Costantino Mortati, a Vincenzo Valente, ad Aroldo Tieri, a Giovanni Colosimo. È quindi, voglio dire, ci sono anche esempi e testimonianze di impegno. Bisogna ritornare all’impegno e alla cura della propria comunità e all’amore della stessa, anche formando le giovani generazioni nelle istituzioni culturali di cui Corigliano è ricca.
Otto anni fa, il 2018, ufficialmente prendeva vita amministrativa la fusione tra le due realtà di Corigliano e Rossano. Conosciamo bene queste realtà, realtà che, secondo noi, dovevano continuare a vivere in maniera autonoma, per territorio, per popolazione, per cultura e via dicendo. Presidente, secondo lei che influenza ha avuto la fusione in questo quadro di decadimento di Corigliano?
Questa è una domanda secondo me chiave. Se devo leggerla alla luce della statistica di cui parliamo, ahimè, purtroppo devo constatare che l’esito è negativo, perché la fusione oggi fa precipitare, non solo Corigliano ma anche Rossano. Vorrei che fosse chiaro che il trascinamento verso il basso del comune fuso, non è un elemento positivo né lusinghiero. Ma le fusioni, come tutte le fusioni a freddo, sono sempre pericolose e rischiose. Corigliano e Rossano hanno tradizioni culturali diverse, ma hanno anche tradizioni di tessuto diverse. Corigliano è una realtà di imprenditoria agraria forte, vivace, robusta, Rossano è una realtà in cui è stata presente l’amministrazione dello Stato con i suoi uffici periferici, e quindi una borghesia di impiego, pertanto era una condizione completamente diversa. Io penso che questa fusione ad oggi, anche per il contenzioso che è in atto, perché mi risulta che nei confronti di questa fusione sia stato presentato un ricorso davanti al Tar, e mi pare che ci sia anche un appello che pende davanti al Consiglio di Stato, quindi c’è anche un profilo che merita un’attenzione perché c’è una parte della comunità che non la condivide e cerca di trovare tutti i mezzi, che l’ordinamento gli mette a disposizione, per riaprire almeno il dibattito. Io credo che anche le prossime elezioni regionali potranno costituire un momento responsabile di approfondimento e di discussione sul valore delle definizioni territoriali della Calabria e tra queste naturalmente di questa fusione. Qui c’è un’area importante che è quella della Sibaritide, che andrebbe valorizzata e che andrebbe, quella sì, resa autonoma e indipendente, attraverso una vera provincia forte dove peraltro andrebbe anche realizzato un aeroporto, infrastrutture di accesso perchè questa parte dello Ionio è la parte più ricca, più forte, economicamente trainante e penso che necessiti di interventi anche di carattere legislativo e politico.
Ecco Presidente, anche se lei non dispone degli atti amministrativi, per quanto riguarda il ritorno all’autonomia, questo movimento in atto ormai da alcuni anni, è portato avanti da alcune persone che hanno promosso una grande raccolta di firme. Lei ritiene che ci possa essere un ritorno all’autonomia?
Ma certo, tutti i processi così come hanno una direzione di andata hanno anche una direzione di ritorno. Così come la fusione è stata realizzata con un processo legislativo regionale, che poi è pervenuta alla definizione della costituzione del Comune autonomo e fuso di Corigliano Rossano, certamente se il ricorso in essere dovesse avere successo davanti al Consiglio di Stato si aprirebbe naturalmente tutto un dibattito, da un lato sotto il profilo politico, ma per quello che mi interessa sotto il profilo amministrativo che precostituirebbe gli elementi per riavviare un processo di ritorno alla separazione tra i due comuni.
Un’ultima domanda di carattere personale. Tornare a Corigliano, cosa significa per il presidente Colosimo?
Beh, è un’emozione straordinaria. Io vengo sempre a trovare, intanto i miei parenti a cui sono legato, Francesco Trebisonda, Veronica, Pinuccio Cara, ed è un momento di emozione infinita. Ricordo quando accompagnavo mio padre negli anni 60 e ho sempre presente davanti a me l’amore dei miei zii per la comunità per la quale hanno dato tutto se stessi e hanno accompagnato, come la comunità coriglianese sa, dalla nascita alla tomba tutta la comunità coriglianese. E non c’è stato un coriglianese che non si sia avvicinato a casa Colosimo e non abbia avuto un aiuto, un’assistenza, un consiglio, un sostegno, perché la nostra storia familiare è una storia di amore nei confronti della comunità. Quindi tornare a Corigliano significa tornare alle radici e ritrovare le ragioni dei valori ai quali mi sono ispirato. Ecco perché soffro nel vedere Corigliano in una condizione che non merita e che non ha assolutamente ragione di essere conservata in questi termini negativi.