
Fonte: pagina Facebook di Federico Quaranta – personaggio pubblico
C’è un libro straordinario di Norbert Elias, La società di corte. Parla del Re Sole, di Versailles, dei favoriti, dei cortigiani, delle gerarchie del potere. Ma ogni volta che lo rileggo ho la sensazione che non racconti la Francia del Seicento. Racconti l’Italia di oggi.
Perché noi dalla corte non siamo mai usciti.
Abbiamo cambiato abiti, simboli, palazzi e linguaggi.
Ma il meccanismo è rimasto identico.
C’è sempre qualcuno che decide.
E attorno a lui si forma una corte.
La corte è il luogo dove la fedeltà vale più della competenza.
Dove l’appartenenza conta più del merito.
Dove il talento è accettato solo se obbedisce.
Dove non importa ciò che sai fare, ma chi conosci.
La logica della corte non vive soltanto nella politica.
Vive negli ospedali, nelle università, nei tribunali, nelle aziende pubbliche, nei partiti, nelle fondazioni, nelle redazioni, nella televisione.
Ovunque ci sia un piccolo re nasce una piccola corte.
E attorno alla corte compaiono sempre gli stessi personaggi:
i fedelissimi,
gli opportunisti,
gli eredi,
i raccomandati,
quelli che non disturbano gli equilibri.
Così i migliori spesso restano indietro.
Non avanzano i più capaci.
Avanzano i più compatibili con il sistema.
E quando un Paese sostituisce il merito con l’appartenenza comincia lentamente a decadere.
Si ammala la scuola.
Si ammala la sanità.
Si ammala la politica.
Si ammala la cultura.
Si ammala il futuro.
Io non credo che uno valga uno.
Credo che ogni persona abbia la stessa dignità.
Ma non la stessa competenza.
La democrazia dovrebbe garantire a tutti la possibilità di dimostrare il proprio valore.
E poi lasciare spazio ai migliori.
Non ai più servili.
Perché un Paese che premia i cortigiani produce mediocrità.
Un Paese che premia il merito produce futuro.
E l’Italia, oggi, ha bisogno molto più di futuro che di corti.