
di Domenico Turano*
Un’Italia, a macchia di leopardo tra le piaghe del ‘ caporalato ‘ e il ‘lavoro nero’: finalità simili, con metodi diversi, approfittando, spesso, dello “stato di sopravvivenza”.
Due recentissimi episodi riguardanti, in sintesi, la piaga dello sfruttamento (sul)nel (per il) lavoro per il quale l’Italia – Repubblica democratica – ha costruito le sue fondamenta nel primo articolo della Costituzione. In particolare, al Nord, nella città di Milano, abbiamo assistito nei giorni scorsi, all’arresto di un personaggio con un ruolo chiave, o ritenuto tale e in via di approfondimento da parte degli Organi inquirenti, nella costruzione del nuovo Consolato americano. Al sud, nel cosentino, in un’area di distribuzione di carburanti, quattro giovani braccianti agricoli vengono cosparsi di carburante e bruciati vivi, per probabili ‘sgarri’ o ‘inadempimenti’ legati al loro precario rapporto di lavoro nei campi. Sono due episodi, ovviamente, non assolutamente paragonabili, ma che, probabilmente, hanno in comune le tematiche del rapporto di lavoro, della dignità e del rispetto del lavoratore.
Lo sfruttamento del lavoratore
Una piaga sociale che si annida in moltissimi aspetti nel lavoro privato sotto qualsiasi ruolo, da quello dei campi – il più travagliato – a quello d’ufficio, il meno esposto alle intemperie climatiche della natura, passando per il lavoro nel campo femminile quale nel ruolo di badanti, di collaboratrici familiari ed altre figure lavorative, tutte meritevoli di rispetto. Mentre sfruttamenti, vessazioni, ricatti e atti persecutori sono i classici metodi noti, in aggiunta, tra l’altro, ai non proporzionati trattamenti economici rispetto alle effettive ore lavorative. In alcune situazioni si rasenta l’offesa alla dignità umana per le retribuzioni inadeguate, principi anch’essi tutelati nella nostra amata Costituzione di cui proprio il 2 giugno u.s. ne abbiamo festeggiato il suo 80esimo anniversario.
Il costruendo nuovo Consolato americano – sede Milano
Nessuno avrebbe mai pensato o qualcuno messo in dubbio che nel cuore della Città facente parte del famoso “triangolo industriale”, normali accertamenti sulla contabilità e sulla regolarità dell’attività in atto sul conto della società che – in subappalto – sta procedendo alla costruzione del suddetto Consolato, sarebbero emerse irregolarità sul fronte del ‘caporalato’ e dello ‘sfruttamento lavorativo’. Coincidenza ha voluto che in concomitanza di tali irregolarità, uno dei manager della società appaltatrice viene fermato all’aeroporto milanese in procinto di recarsi nella terra d’origine, in Turchia. Ora sarebbe a disposizione dell’Autorità giudiziaria in attesa di verificare le sue eventuali responsabilità.
Un caporalato isolato o gerarchizzato?
Lo sfruttamento annienta la figura umana, ma la violenza inaudita, come quella ‘sprigionata’ nell’area di servizio di carburanti della Calabria cosentina permarrà nella memoria dei viventi del luogo che già faticano per la diuturna crescita sociale, lottando tra mille difficoltà di ogni ordine.
Chi piange i quattro morti?
A piangere i quattro giovani lavoratori – non italiani – fatti morire atrocemente, non sono solamente i loro familiari, con il Meridione per averne le colpe dell’occasionale primo approdo, per le disumane condizioni di vita offerte loro e per il vigliacco metodo di sfruttamento lavorativo, ma è oggi l’Italia intera nei cui libri di storia, amaramente, sarà ricordato il disumano episodio. La speranza è sovrana, nell’attesa di nuovi idonei strumenti ed energie in grado di impedire analoghe atrocità e sfruttamenti indegni di verificarsi sul territorio di una Nazione democratica quale è l’Italia e che la Turchia possa adoperarsi in eguale misura per entrare a pieno titolo a far parte dell’Unione Europea, rispettandone leggi e regolamenti.

*Generale di Brigata della Guardia di Finanza