
di Rosella Librandi
Le nostre bellissime campane sono arrivate in paese esattamente un secolo fa, nel 1925, commissionate alla fonderia Cavadini di Verona dai due parroci, di comune accordo. Quell’anno ricorreva l’Anno Santo indetto il 29 Maggio 1924, giorno dell’Ascensione, da Papa Pio XI e si sarebbe svolto l’anno seguente dal 24 Gennaio al 24 Dicembre 1925 con la chiusura della Porta Santa a San Pietro, in Vaticano.
Il titolo della Bolla di Indizione era: “Infinita Dei Misericordia”. L’intenzione del Papa era promuovere la Pace e risvegliare l’attività religiosa dopo la Prima Guerra Mondiale, conclusa da pochi anni.
E quale migliore mezzo, per richiamare i fedeli in Chiesa e alla preghiera e ringraziare Dio della fine dei disastri bellici, se non il suono delle campane? Pertanto “Col concorso della popolazione i parroci Greco Cav. Cesare e Granata dott. Luigi fecero fondere nell’Anno Santo 1925”, “dall’Antica Premiata Fonderia Vescovile Luigi Cavadini e figlio in Verona”, tre campane di diversa dimensione (quanto riportato tra virgolette è inciso su una di esse). Arrivate a Vaccarizzo Albanese (CS) le campane furono collocate nel campanile a vela, fra le due chiese: quella di rito greco dedicata a Santa Maria di Costantinopoli, retta dall’Arciprete don Cesare Greco e la cappella della Madonna del Rosario, di rito latino, retta da don Luigi Granata (entrambi zii di mia madre).

Esattamente un secolo dopo, il 24 Dicembre del 2024, Papa Francesco ha indetto il “Giubileo della Speranza” che, svolgendosi nel 2025, si concluderà il 6 Gennaio 2026 con la chiusura, come sempre, della Porta Santa in San Pietro; purtroppo, attualmente nel mondo ci sono guerre disastrose e l’attuale Papa Leone XIV, continuando la volontà del predecessore, incoraggia i fedeli a vivere un cammino di fede, conversione e rinnovamento spirituale nella speranza che tali orrori finiscano al più presto.
I Cavadini, nella cui fonderia sono state fuse le nostre campane, si distinsero tra il XIX e il XX secolo in questo lavoro di alto artigianato e la loro produzione interessò, oltre al territorio veronese, località del Triveneto, del Trentino, Lombardia, Trentino Alto Adige ed ebbero commissioni per Palermo, Roma, Grosseto, Chieti e, io aggiungo, per Vaccarizzo Albanese.
Tutti i concerti campanologici realizzati dai Cavadini sono degni di nota, ne cito alcuni: il concerto di Tregnago (VR), il più antico, ancora funzionante, degli anni ’30 del 1800; nello stesso secolo il concerto del Duomo di Santa Tecla a Este (PD), degli anni ’60-’70, il concerto della Basilica di Sant’Andrea in Mantova, il complesso di campane preparato da Achille Cavadini nel 1898 per l’Esposizione generale di Torino; la rifusione della Campana dei Caduti di Rovereto (TN) ad opera di Ettore Cavadini nel 1939, detta Maria Dolens: campana commemorativa dei Caduti della Prima Guerra Mondiale (rifusa nel 1964 da un’altra ditta) e le nostre, del 1924-25.

Durante il corso della loro lunga produzione ogni componente della famiglia Cavadini apportò innovazioni tecniche e ornamentali alle campane raggiungendo livelli eccellenti nella qualità del suono e nell’apparato decorativo. Per il loro pregevole lavoro la fonderia dei Cavadini era nota e apprezzata in tutta Italia tanto che nel 1938 l’Istituto Luce vi girò un filmato intitolato “La fabbrica degli angeli”.
Quando i due parroci di Vaccarizzo commissionarono le tre campane, nella fonderia lavorava Ettore con il figlio Luigi il quale, alla morte del padre, ne prese le redini ma dovette chiudere l’attività nel 1974, non avendo avuto eredi.
Le campane di Vaccarizzo sono pregevoli per la bontà del bronzo e per altri accorgimenti tecnici e per la decorazione con fregi simbolici dai forti significati religiosi (evidentemente scelti e richiesti dai parroci che le avevano commissionate). Esse sono circondate da un serto di tralci di vite con foglie e grappoli di uva e da uno di foglie di acanto: nel Cristianesimo l’uva, che dà il vino, è simbolo di ricchezza spirituale e rappresenta il sangue di Cristo e la salvezza; il grappolo di uva, con i suoi numerosi acini, simboleggia unità e condivisione. I tralci di vite rappresentano il legame tra i fedeli i quali traggono la loro linfa vitale da Cristo, la vite. Le foglie di acanto nel Cristianesimo simboleggiano la speranza nella resurrezione, l’immortalità dell’anima, la vita dopo la morte, quindi, la vita eterna, pertanto sono usate come decorazione di monumenti funebri, cripte e tombe.
Il suono delle nostre campane si spandeva forte e armonioso per un ampio raggio, essendo il paese posto sulla calotta di una collina a circa 450 m.s.l.m., sulle ultime propaggini della Sila Greca.
Le campane sono state inserite nei campanili delle chiese nel Medioevo; come avviene ancora oggi, il loro suono doveva richiamare i fedeli a raccogliersi per partecipare alle celebrazioni liturgiche e annunciare eventi significativi riguardanti la comunità per cui il loro suono era diversificato per le varie cerimonie e funzioni: annuncio della messa feriale, festiva, solenne, patronale; per le novene, per i decessi e le onoranze funebri, per la morte di qualche parrocchiano o di persona emigrata anni prima.
A Vaccarizzo per la suonata “in gloria” (a festa) venivano suonate in concerto due campane: il campanaro afferrava l’estremità delle corde legate ai battagli della campana grande e della media e colpiva a colpi alterni e ravvicinati, prima l’una e poi l’altra, a brevissimo intervallo di tempo tra un tocco e l’altro; ne risultava un suono festoso che faceva assaporare l’atmosfera gioiosa del giorno festivo. Tempo addietro le campane venivano suonate dal sagrestano Giuseppe Lamastra o da suo fratello Salvatore, talvolta anche da Vincenzo Greco (Viçenxi Xhanit) e, durante una prolungata assenza di Giuseppe, da Ciccillo Bua, Francesco Scura e Gennarino Bua, in seguito sagrestano. Ogni campanaro percuoteva le campane con tocco personale, riconoscibile. Per i decessi e le onoranze funebri il suono era “a lutto” (mbë lik) e venivano percosse la campana piccola, posta più in alto, e la media, una alla volta, con colpi a intervalli più lunghi in modo da creare una pausa di silenzio, dando così un lento senso di mestizia.
In Quaresima, durante l’adorazione delle “quarant’ore”, per tre giorni consecutivi, per richiamare i fedeli alla penitenza e al pentimento, si suonavano le campane a lutto, ogni quarto d’ora. Durante la Settimana Santa, nel periodo che va dal Giovedì fino alla veglia pasquale, le campane venivano “legate” cioè messe in silenzio in segno di lutto, per rispetto alla Passione di Gesù Cristo.
Anticamente le campane venivano suonate anche per avvisare la popolazione di un pericolo incombente: incursioni piratesche, coprifuoco, pestilenze, incendi. Da piccola ho sentito suonare anche la campana a martello, per l’incendio scoppiato “te difizet” (terre coltivate, a Est, fra Vaccarizzo e San Giorgio Albanese).
[Il suono a martello consiste in una rapida successione di rintocchi sull’esterno della campana per mezzo di un “martello”].
Nel mondo rurale scandiva i ritmi del lavoro e del riposo e suonava diverse volte al giorno. Tipico è il suono delle campane all’Ave Maria: suonavano un’ora prima del tramonto e indicavano di lasciare il lavoro e mettersi in cammino verso casa in quanto il sole cominciava a calare. A noi bambini, a Vaccarizzo, ricordava l’ora del rientro a casa per cui, ai primi rintocchi, dovevamo interrompere il gioco e cantilenando la strofetta «’Ve Maria, ‘Ve Maria, torni a casa chi è per via» ci sparpagliavamo facendo ritorno alle nostre case.
Prima di essere collocate nella cella campanaria le campane venivano benedette dal vescovo o dal sacerdote secondo una liturgia minuziosa e significativa e alla campana, in ogni Paese, veniva dato un nome proprio, maschile o femminile (tutte le 11 campane di Nôtre-Dame a Parigi hanno un nome: Emmanuel, Gabriel, Marie, Marcel…).
Il suono delle campane è diventato, così, parte della nostra identità culturale e della nostra storia: lo testimoniano poesie, filastrocche, opere letterarie e pittoriche. Cito il romanzo “Per chi suona la campana” di Ernest Hemingway, i “Promessi sposi” di Alessandro Manzoni, “Le campane” di Giuseppe Giocchino Belli, in dialetto romanesco, miniature medievali, ecc.
Ora, in paese le campane sono ritornate nel loro antico sito, in un campanile a vela realizzato in ferro, fra la Chiesa Madre e quella della Madonna del Rosario che, dopo il restauro, è adibita a museo delle statue dei Santi venerati a Vaccarizzo di cui è dotata, attualmente, l’unica parrocchia di rito greco-bizantino. Esse non sono più suonate a mano dal sagrestano ma sono automatizzate e il suono che oggi si sente è la registrazione su disco, fatta dall’ingegnere Francesco Scura, delle varie tipologie di suono da lui stesso concertate.
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La campana è un oggetto antichissimo e in origine non era uno strumento musicale ma un semplice vaso a forma emisferica di terracotta o di bronzo che veniva percosso per attirare l’attenzione in varie situazioni: nei mosaici di Pompei sono raffigurate le campane utilizzate per richiamare i bagnanti alle terme. “Vasa campana” le definivano i Romani (dal luogo di produzione, la Campania, celebre per la lavorazione dei metalli, forse da qui il nome “campana”). La campana è uno strumento musicale idiofono cioè il suono da essa prodotto è dato dal materiale stesso dello strumento percosso ma una normativa recente stabilisce che le campane vadano suonate senza eccessi per non risultare intollerabili e infrangere la normativa sull’inquinamento acustico.
Nel corso dei secoli la campana si è perfezionata sempre più sia nella forma, sia nel suono che è di vario tipo e dipende da vari fattori: la struttura acustica della campana stessa, la qualità del bronzo, la manualità del campanaro, la tradizione nel modo di suonarla, l’automatizzazione e il tipo di percussione, dall’interno (alla maniera occidentale) o sul bronzo, all’esterno (alla maniera orientale).
Le campane italiane, come oggetto di artigianato per la tecnica di fusione, melodia e per l’architettura dei campanili, sono Patrimonio UNESCO.