
Sabato 2 agosto, abbiamo celebrato la festa del Perdono di Assisi, una delle ricorrenze più care al cuore di noi frati.
Ricordiamo quando San Francesco, ritiratosi in preghiera nella piccola chiesetta della Porziuncola, chiese al Signore una grazia straordinaria: che tutti i pellegrini pentiti e confessati che vi fossero giunti potessero ricevere il dono del Perdono. In questo tempo spesso affaticato, teso, confuso, il Perdono ci ridona respiro. Non è solo un sollievo per il passato, ma un invito per il futuro: ci chiama a essere persone nuove, capaci di riconciliarsi, di amare e di ricominciare.
Cercate le cose di lassù
(Lc 12,13-21)
Tutte le letture di questa domenica rimandano il cuore attento ad un’ammonizione del padre san Francesco. In essa il santo dice che i puri di cuore sono «coloro che disprezzano le cose terrene e amano quelle celesti e non cessano mai di adorare e vedere sempre il Signore Dio, vivo e vero, con cuore e animo puro». Tutto è vanità, se pretendiamo di afferrare le cose di quaggiù come nostre: san Paolo, invece, ci chiede di far morire ogni cupidigia poiché qui, sotto il sole, nulla davvero ci appartiene. Occorre allora vivere ogni cosa come un dono, in una continua adorazione e restituzione a colui che tutto ci offre, affinché ciò che viviamo resti in eterno presso di lui. È questa la purezza di cuore dei poveri, questo è, direbbe lo scrittore George Bernanos, «il dolce miracolo delle nostre mani vuote».