
di Salvatore Martino
In una società liquida come la nostra, ogni tanto, tornare alle radici può essere utile per comprendere meglio chi siamo e, soprattutto, cosa siamo diventati, in questo mondo, che facciamo sempre più fatica a sentire nostro.
Oggi, la liturgia ci ricorda che è la festa di sant’Anna, una figura importante dal punto di vista biblico e della storia della salvezza, che riassume in sé la figura di donna, di moglie, e di madre di Maria, la futura madre di Gesù. Questa festa, che a molti di noi richiama ricordi che appartengono al passato, cominciavamo ad attenderla, appena concluse le celebrazioni della Madonna del Carmine. Era una ricorrenza molto cara ai rossanesi, che veniva celebrata in una minuscola chiesetta di periferia, quella di sant’Anna appunto, situata tra il quartiere di san Marco e quello di Penta, che in quei giorni, per iniziativa del parroco che l’aveva in cura, l’indimenticabile mons. Antonio Guarasci, un sacerdote attento non solo alla vita spirituale dei fedeli ma anche ai loro problemi e alle loro necessità, diventava punto di riferimento e occasione di incontro, non solo per gli abitanti del quartiere, ma per l’intera città.

In quei giorni, infatti, quella chiesetta diventava centro di vita spirituale, animata dagli abitanti del quartiere che, nella ferialità, invece, erano impegnati a fare i conti con ben altri problemi di ordine sociale. Durante la festa, però tutto si trasformava, la periferia diventava centro, le viuzze si animavano, e persino la chiesetta cadente, ma adornata da bellissimi fiori di campo e rapita dal profumo intenso d’incenso, si trasformava in una sorta di cattedrale o di santuario, capace di accogliere tantissime persone in preghiera, molte delle quali non potendo stare dentro, partecipavano alle liturgie, sotto il cocente sole di luglio, dallo spazio antistante, arredato per l’occasione con le sedie che i fedeli, con premura, portavano da casa. I bambini, più felici che mai, sgattaiolavano dentro e fuori dalla chiesa con apparizioni fugaci, interrompendo, a volte simpaticamente, la liturgia, chiamando ad alta voce le loro mamme o chiamandosi tra di loro.
Questo era quello che accadeva tanti anni fa, in una Chiesa, certamente più povera, semplice, ma permeata dallo Spirito e ricca di umanità, che amava il contatto col Signore e non gradiva le suggestioni della mondanità, della organizzazione, e dell’apparenza, come sempre più spesso accade oggi.
In un tempo come quello che stiamo vivendo, in cui si è perso il senso della memoria, riappropriarci del passato può aiutarci a mettere ordine in questo complicato presente, e a vivere la storia come espressione di un cammino che appartiene a tutta la comunità e non solo ai leader come sta drammaticamente accadendo in questo periodo.