
di Cristian Fiorentino
Arrivando nella prefettura di Tokushima, Don Santino Borrelli e il fido accompagnatore Mario Scorza lo scorso 21 maggio hanno concluso il cammino di Shikoku in Giappone. In due settimane i due pellegrini hanno toccato ben 23 templi buddisti per un’esperienza esemplare ricca di incontri, emozioni, fatiche e meditazioni.
Da rammentare che il cammino di Shikoku è aperto a tutte le confessioni religiose tanto da essere gemellato con il più famoso cammino di Santiago. I due cammini sono accomunati dall’intesa spiritualità e dalla ricerca interiore che esorta ogni anno numerose persone in tutto il mondo a macinare tanti km. Il Buon Don Santino, originario di Rogliano e da alcuni mesi parroco della comunità di “Cristo Salvatore” a Mendicino, essendo un sacerdote cattolico, ha sempre sfoggiato la Croce nel tour nipponico in ogni dove rispettando però le usanze e le regole dei luoghi visitati. A tal proposito, in uno dei passi del suo diario giornaliero Don Santino ha annotato: «Facendo questo cammino, sono rispettoso di ogni espressione religiosa; ma pur apprezzando il metodo buddista della meditazione, per me, l’arrivo di ogni cammino non è nell’assenza di desiderio o di vuoto ma nell’essenza della pienezza che mi è stata rivelata da qualcuno che riconosco come il Signore Dio che mi ama da sempre e per primo».

Oltre ad essere un cammino spirituale per Don Santino questo cammino ha rappresentato la ricerca della “Compassione” considerato un anello comune nei due culti cattolico e buddista. Arrivati a Osaka il 10 maggio, in realtà, il cammino è iniziato, dopo i vari spostamenti logistici, il giorno 12 maggio. Nonostante le difficoltà di ritrovarsi dall’altra parte del mondo ma in una terra molto accogliente, Don Santino nei suoi primi scritti di questa avventura ha riportato: «Passo dopo passo come un pellegrino sa fare, guardandomi attorno e camminando, imparo e comunico». Nell’isola di Shikoku la coppia di pellegrini, dopo l’investitura e aver indossato l’abito tradizionale giapponese del pellegrino che consta di un cappello di paglia a forma di cono, una giacca e pantalone bianchi, una bisaccia per portare candele ed incenso, il libretto per i timbri, il bastone con un campanellino, il rosario e la stola buddista nonché cibo, hanno fatto visita al tempio Ryozen-ji, vicino al villaggio di Naruto-Nishi. Lo stesso sacerdote cosentino, oltretutto, aveva invitato tutti i suoi parrocchiani alla vigilia della partenza alla recita di tre Ave Maria a mezzogiorno.

Rito rispettato da Don Santino e l’altro roglianese Mario fin dal primo giorno. Dopo aver suonato la campana e acceso l’incenso e le candele non è mancato il momento di preghiera in onore della Madonna nel mese a Lei consacrato. Il secondo tempio toccato è stato quello di Gokurakugj su cui il parroco di Mendicino sottolinea: «Da un tempio all’altro aumenta il clima di misticismo e di raccoglimento di preghiera che le nostre chiese, forse, hanno perso. Ogni luogo di qualsiasi religione se custodisce il raccoglimento aiuta l’incontro con il mistero del trascendente e apre il cuore al mistero di Dio che da Pace». Altro fattore riscontrato lungo il tragitto l’enorme ospitalità dei giapponesi sia della gente comune che dei monaci buddisti. Il 13 maggio nel giorno in cui la Chiesa celebra la Madonna di Fatima Don Santino ha appuntato sul suo taccuino: «La Madonna a Fatima ha promesso ai pastorelli che alla fine anche il Suo Cuore Immacolato di Madre di Dio, trionferà. Trionferà l’amore misericordioso di Dio e la sua compassione per noi in cui dobbiamo sempre confidare per mezzo di Maria nostra Madre celeste».Nello stesso giorno il duo italiano arriva ai templi di Kumatani-ji e Horin-ji , costeggiando le risaie, ma dove i gradini da salire sono ben trecento. Intanto, nella stessa giornata, il caldo si fa sentire e a fine tappa ad attendere Don Santino e Mario c’è una casa tipica giapponese: letto per terra, il tavolino basso dove si prende il thè in ginocchio, pareti scorrevoli con pannelli dipinti a mano. Il giorno successivo arriva il tappone denominato “l’ammazza pellegrini” per la lunga salita ripida di 15 km.

Ma frattanto il Buon Don Santino apprende oltre a vari termini anche tratti della filosofia buddista che, in un tratto dei suoi scritti, reinterpreta così: «Nel Buddismo il Sutra del cuore va verso il vuoto che resta uno spazio di possibilità, la matrice da cui sorgono tutte le cose e in cui tornano, permettendo la fluidità dell’esistenza, ma resta un concetto ” senza Dio”. Noi con la preghiera del cuore, invece, andiamo a riempire il vuoto esistenziale con la pienezza della presenza di Dio che ha rivelato il suo amore attraverso la morte e resurrezione di Gesù». Dal tempio di Fujii-dera inizia la difficilissima salita con un dislivello di 900 m. e tutto in montagna e in salita, verso il tempio n. 12, lo Shōyama-ji, noto come henro-korogashi (“dove il pellegrino cade”): «È la bellezza dell’unicità del creato che Dio rende ogni cosa speciale. Cammino, in pace. Come a Santiago di Compostela. Ora capisco il gemellaggio fra i due cammini. Pur con diversità i due cammini hanno lo stesso misticismo e magia. Sono quello che ogni pellegrino cerca : la pace del cuore. Fra tutti i miei cammini questa tappa è stata la più difficile in assoluto. Mai fatto più di 15 km di sola salita con una pendenza del 30%. I pellegrini, che con me, affaticati, affrontavano la salita mi dicevano “Gamba-tte, gamba-tte”. Parola giapponese che significa: “Forza, coraggio”. Sul cammino di Santiago quando i pellegrini si incoraggiano reciprocamente a continuare il cammino con la parola spagnola ” animo, animo” che ha lo stesso significato della parola giapponese: “ganba-tte”. Latitudini diverse tra continenti lontani ma identico bisogno dei pellegrini di sostenersi reciprocamente.

Certe volte basta poco per trovare energia nuova. Basta che qualcuno nella fatica ci incoraggia e ci dica: “coraggio, animo o gamba-tte”». Frattanto è importante non perdere il bastone perché rappresenta il monaco fondatore del cammino buddista e per Don Santino essenzialmente il sostegno di Dio. E quando capita di sbagliare strada avviene che un signore giapponese non solo indica la strada giusta ai due pellegrini e senza chiedere li accompagna per quasi un km. “La bellezza del dono nella gentilezza dei giapponesi”. Mentre un’altra persona porta due “sudachi”, un agrume simile a un arancio-polpelmo, come tipico omaggio per i pellegrini. Dopo il tempio n. 13 a Dainichji è il momento dell’incontro con alcuni cattolici giapponesi. Don Santino e Mario arrivano in una chiesa protestante ma per entrare in questa chiesa, secondo l’usanza del posto e un aspetto igienico, bisogna indossare le pantofole. E lo stesso pastore protestante metterà in contatto, con un gesto fraterno, i nostri pellegrini col sacerdote cattolico nipponico. Dopo aver preso il timbro sul libretto, anche se non obbligatorio come a Santiago ma necessario per il palmares del nostro Don Santino alias il “Pellegrino della Pace”, capita di incrociare anche pellegrini buddisti già incontrati e per cui ci si scambia indicazioni di preghiera nella fraternità.

Dopo il tempio n. 13 e n. 14 Jorakji e al tempio n. 15 Kokubimji, Don Santino e Mario giungono al tempio Kannon-ji. «Tempio dedicato ancora alla compassione. Kannon è raffigurata da una immagine con mille braccia per simboleggiare la volontà di raggiungere tutte le persone in difficoltà. Noi abbiamo Gesù che con le sue braccia aperte in croce ha mostrato la sua accoglienza compassionevole verso tutti per salvarci». In realtà, il duo di pellegrini tocca anche il tempio Ido-ji detto del pozzo. Nella domenica dell’Ascensione di Gesù l’arrivo nella città di Tokushima rappresenta anche la celebrazione della Santa Messa Cattolica tradizionale. E anche se l’unica parola in comune tra la liturgia italiana e quella giapponese è Amen, Don Santino nel suo taccuino ha spiegato «Si ho concelebrato nell’unica chiesa cattolica presente in questo territorio. È dedicata a S. Paolo Miki. Ho celebrato la Messa. Da noi si celebrano almeno due messe al giorno. Troppe. Forse quando per mancanza di sacerdoti non si potranno più celebrare tante messe, allora, forse, comprenderemo in profondità il valore assoluto ed infinito dell’Eucaristia. Rileggo il vangelo e mi fermo sulla frase “Andate in tutto il mondo” in giapponese si dice “全世界に行って Zensekai ni itte.” Arrivare fin qui è per me mettere in pratica questo comando di Gesù di andare, andare oltre, andare per diffondere l’amore compassionevole e misericordioso di Dio E io vado, cammino, cerco, annuncio con i piedi quello che nel cuore è generato dalla certezza che Dio mi accompagna. Non ci lascia soli». Da precisare che i cristiani sono stati perseguitati purtroppo anche in Giappone e sono tanti i martiri cristiani giapponesi dal 1600 in poi e soprattutto ai tempi di S. Paolo Miki che fu ucciso il 1562 crocifisso in Giappone per e come Gesù. Intanto, si arriva al tempio n. 18 Onzanji e n.19 e al n. 20 “Kakurinji”. Frattanto, una televisione giapponese “Shikoku broadcasting” intervista i nostri pellegrini. Il tempio n.21 si chiama, invece, Tairyūji tempio del dragone d’oro, tra salite e discese tipiche dei tapponi di montagna. I nostri due viandanti apprendono anche il rosario buddista molto simile a quello cattolico ma del tutto diverso per origini, significati e uso.

Si chiama “Mala” che tradotto è ghirlanda con cui sussurrare recitare le preghiere. E’ composto da 108 grani (un numero sacro nel buddismo e nell’induismo), più un grano più grande o centrale che non viene contato, chiamato “Guru” o “Stupa”. Da questo grano centrale spesso pende una nappa di filo. «Ma per compiere questo cammino ecclesiale-spiega in uno dei suoi passaggi Don Santino- bisogna mettere in pratica un’altra parola che ho imparato in giappone ed è “Sumimasen”, che significa “scusa”. Chi fa un cammino impara tre parole : grazie, coraggio e scusa. Scusa è la parola più difficile da mettere in pratica. Si impara praticando l’esercito della compassione e della misericordia. Il pellegrino che invoca pietà con la preghiera del cuore è allenato a chiedere scusa, lungo il cammino, a Dio e a chi a offeso nella sua vita. Il pellegrino si scusa sempre per tutte le volte che, anche solo involontariamente ferisce qualcuno. Succede per stanchezza, per fragilità o semplicemente perché nervoso. E quando si è più stanchi, per la fatica del cammino, il rischio di ferire e offendere è ancora più grande e si blocca il passo.

Ecco che bisogna trovare un rimedio per andare avanti nella vita, in pace. È l’unico rimedio per continuare a camminare è chiedere scusa». Il tutto mentre, il tandem cosentino arriva al tempio n. 22 Byōdō-ji dedicato a chi non può camminare e al tempio n. 23 Yakoji. Altro aspetto appreso dalla cultura giapponese è che si può conoscere in generale come sta una persona augurando buona giornata, dicendo “Konnichiwa” che significa buongiorno. In questo saluto c’è l’augurio che possa stare bene. Arrivando a conclusione dell’ultima tratto del cammino, sotto la pioggia e alla vista della schiusa della tartarughe marine, il Buon Don Santino ha lasciato gli adesivi dei loghi del cammino nel contenitore delle preghiere, una medaglia miracolosa per ricordare l’azione missionaria di S Massimiliano Kolbe che creò in Giappone a Nagasaki la Cittadella dell’Immacolata. Infine ha lasciato anche il bastone per altri pellegrini che “cercano compagnia nelle loro solitudine”. Nelle sue ultime riflessioni a margine del Cammino di Shikoku Don Santino Borrelli ha asserito: « Nella vita come nel cammino, consapevoli che nessuno salva il mondo ma lo salva solo Gesù Cristo, bisogna sempre custodire la saggezza del viandante che vive tutto tranquillamente, affidato a Dio. E anche il giusto rapporto “vicinanza-distanza” con le persone rafforza i vincoli, rendendoli liberi. Liberi di crescere nella consapevolezza della propria fede. Questo cammino è dedicato alla Pace e facciamo nostro il saluto del risorto nel vangelo: “pace a voi.” È il saluto che Gesù sceglie per salutare i suoi discepoli.

Continuiamo anche noi a salutarci sempre con questo augurio di pace. In questi ultimi giorni di cammino ho imparato un altra parola giapponese: “Sayonara” che significa Arrivederci». Nel viaggio verso l’Italia, Don Santino ha voluto ringraziare tutti in primis Mario Scorza, fondamentale nel cammino giapponese per programmazione e assistenza e per la cura di ogni singola giornata, esprimendo anche altri concetti: «Ringrazio Dio per avermi concesso di portare a compimento anche questo Cammino. Mi porto nel cuore una ricchezza spirituale che mi aiuterà a guidare con tanto affetto la comunità di Mendicino. E la parola più bella in giapponese che ho imparato è: “Daisuki” ossia “Ti voglio bene”. Per voler bene, se mosso dall’amore, c’è bisogno anche di sacrificio. Solo un amore sacrificato può davvero generare gesti di bene che fanno bene e diventa dono per l’altro. E in questo dono trovare la gioia di aver dato, gratuitamente. Un obiettivo pastorale che vorrei raggiungere è: Volerci bene, pensando il bene per fare del bene. So che non è facile ma da pellegrino ho imparato che la pazienza è la virtù dei forti. La strada ora è tracciata e dobbiamo percorrerla insieme. Decisi e sereni. E il cammino di Santiago mi servirà per definire meglio questo progetto.Grazie, ancora e soprattutto a Dio che mi assiste sempre e custodisce i miei passi “Arigato”». Neanche il tempo di arrivare a Mendicino che Don Santino ha partecipato alla route di Pentecoste con il vescovo Monsignor Giovanni Checchinato e centinaia di ragazzi, presso la chiesa di Cristo Salvatore domenica 24 maggio, alle 4 del mattino per attendere l’alba e celebrando l’Eucaristia. Miglior modo non poteva esserci per tornare nella propria parrocchia di San Nicola come lui stesso ha detto: «Da pellegrino fra pellegrini”. È una “dioincidenza” che conferma che Dio si fa sempre trovare. E nulla è per caso ma tutto provvidenza da accogliere e diffondere».