
Le foto presenti nell’articolo sono del prof. Francesco Verardi
Nel mondo frenetico e in continua evoluzione della vita moderna, le tradizioni e la cultura rappresentano un legame essenziale con il passato, un faro che orienta le nostre scelte e il nostro comportamento quotidiano.
Sebbene la modernità sembri talvolta allontanarci dalle radici storiche e culturali, le tradizioni continuano a giocare un ruolo fondamentale nell’identità personale, nelle relazioni sociali e nelle dinamiche collettive. Ed è proprio in questa ottica che si inserisce l’ultimo lavoro di ricerca, in ordine di tempo, del dottore Luigi Petrone, il medico-scrittore che da anni vive in Piemonte ma che non ha mai reciso i propri rapporti con Corigliano, la sua terra natia, verso la quale nutre un rapporto più che filiale.

La dimostrazione è data dal suo importante, interessante e puntuale lavoro di ricerca sulla “coriglianesità” che porta avanti dal lontano 1977, ma che ha subito una “impennata storiografica” negli ultimi quattro anni. Sabato scorso presso la Sala incontri della Canonica della Chiesa di Sant’Antonio a Corigliano Centro, Petrone ha presentato il volume “Tradizioni e usanze a Corigliano” Editore Castriota. Questo libro è il quinto che negli ultimi quattro anni il dottore Petrone ha scritto e che parlano di Corigliano: un volume dedicato al dialetto; un vocabolario storico etimologico; i proverbi detti e modi di dire; le filastrocche, gli indovinelli, gli scioglilingua e i giochi. Ed ultimo in ordine di tempo, come dicevamo, le tradizioni e usanze. Lavori che proprio per la loro puntualità, attendibilità storica e dovizia di particolari, hanno impegnato, e non poco l’autore, il quale non ha lesinato energie e tempo per scriverli.

Alla serata coriglianese, oltre all’autore, erano presenti il prof. Giulio Iudicissa, Mario Amica e Giacinto De Pasquale, oltre ad un pubblico attento e interessato al lavoro di Petrone. Iudicissa ha parlato del lavoro svolto dall’autore, sostenendo, tra l’altro che

“Questo ultimo volume, nella mia lettura, dilata il concetto di storia patria, mostrando che una “storia”, che sia di un piccolo paese o di una grande città, non è soltanto un elenco di guerre di campanili e di lotte interne tra frazioni, non è solo un racconto di mestieri, di professioni e di casati, di ricchezze e di sfruttamento, ma è anche un “filo”, che unisce i membri, tutti i membri di una comunità, e li annoda attorno ad un “cuore”, facendoli sentire nello stesso giorno, nella stessa ricorrenza, dinanzi allo stesso evento, insomma, in alcune occasioni forti, facendoli sentire – dicevo – uguali, in un solo corpo sociale, senza divisa di casta e di censo, almeno per un giorno”.

Mario Amica ha intrattenuto il pubblico con la lettura di alcuni brani tratti dal libro. L’autore nel suo intervento ha spiegato ai presenti le motivazioni che lo hanno spinto ha scrivere il libro, affermando: “Abbiamo raccolto queste tradizioni e usanze con questo intento, continuare a conservarle e a tramandarle alle generazioni future come hanno fatto i nostri predecessori con noi.

Perché esse non sono soltanto memoria, partecipazione folcloristica o manifestazione di fede, sono soprattutto strumenti per perpetuare e consolidare lo spirito di appartenenza a una comunità. Le usanze e le tradizioni potranno cambiare ma non possono essere dimenticate”.