
Non c’è solo la disoccupazione a rendere precaria la realtà dei giovani del nostro Paese e del sud Italia in particolare.
Non è solo la mancanza di un futuro certo a ridurre i margini della costruzione di una vita “normale” nella regione di nascita. Ma c’è di più. La precarizzazione estrema di quel poco lavoro che esiste sul territorio e l’incapacità a saper orientare le scelte di formazione iniziali che mette spalle al muro un’intera generazione. Tanto da spingerla ad entrare anche nel tunnel della rassegnazione. Una generazione intera stretta nella morsa dell’indecisione. Tra accontentarsi di un lavoro perennemente demansionato, sottopagato e per questo poco appagante, la fuga in altri territori e l’assenza totale di movimento. A quest’ultima categoria appartiene quel popolo degli “invisibili” definita Neet – dall’acronimo inglese (Not in employment, education and training, letteralmente: Senza occupazione, né formazione o lavoro) – che indica quanti tra i 15 e i 29 anni sono fuori dal mercato del lavoro e dal mondo della formazione. Hanno scelto cioè di arrendersi. Entrare in una sorta di limbo sociale in cui migliaia di giovani – soprattutto del Mezzogiorno e della Calabria in particolare – restano sospesi tra l’incapacità di potenziare la propria formazione e di proporsi attivamente sul mercato del lavoro. Con il rischio di non avere alcuna possibilità di crearsi un futuro. Recentemente – ma non è la prima volta – l’Eurostat ha assegnato il poco invidiabile primato del tasso più alto di Neet presenti in una regione del Vecchio Continente a tre aree italiane: Sicilia, Campania e Calabria. Appunto la nostra regione al terzo posto sul podio seguita al quarto dalla Puglia. Un fenomeno pesante che è – se vogliamo – uno degli effetti più sgradevoli della drammatica situazione occupazionale in cui versano i giovani calabresi. La categoria sicuramente più penalizzata dalla profonda recessione che ha sconvolto il nostro Paese. A cui una politica miope non solo non ha saputo dare risposte, ma ha immolato sull’altare della presunta tenuta complessiva del sistema. Precarizzandone appunto il presente e condizionandone dunque il futuro. In questo senso i dati parlano chiaro. Tra il 2008 e il 2017 i giovani compresi tra i 15 e i 35 anni con un’occupazione sono diminuiti drasticamente. In Italia complessivamente, secondo le rilevazioni dell’Istat, c’è stata una vera e propria emorragia. In questi dieci anni sono andati in fumo circa 1,4 milioni di posti di lavoro occupati da questa fascia d’età. E nel frattempo in questo lasso di tempo il tasso di disoccupazione giovanile è lievitato: dal 21,2 per cento del 2008 al 34,7 per cento. Ad aumentare in questo periodo sono stati solo i posti a tempo determinato, part-time e le altre svariate forme di lavoro precario. Numeri che indicano, appunto, il tributo pagato dalle nuove generazioni agli anni della crisi. E la Calabria non ha fatto eccezione. Anzi.